Nel suo podcast il fondatore del Popolo della Famiglia immagina un’alleanza con Roberto Vannacci e Fabrizio Corona nel nome di Dio, patria e famiglia. Tra nostalgia reazionaria, pulsioni autoritarie e fame di visibilità, il progetto accende polemiche e applausi.
Sembra l’inizio di una barzelletta: c’è l’italiano, il tedesco e l’inglese. Solo che qui non si ride. Mario Adinolfi, reduce da anni di irrilevanza politica, ha deciso di tornare a far parlare di sé lanciando l’idea di un nuovo partito costruito su un’alleanza che definire eterogenea è poco. In un video pubblicato sui social, tratto dal suo podcast 90 minuti, il fondatore del Popolo della Famiglia mette insieme se stesso, il generale Roberto Vannacci e Fabrizio Corona. E lo fa senza ironia: “Possiamo ambire al governo”, dice.
Adinolfi è il primo elemento del “tridente”. Un politico che da anni non incide su nulla, ma che non ha mai smesso di inseguire un riflettore. Dopo una lunga serie di sconfitte elettorali e percentuali da prefisso telefonico, prova a rientrare dalla finestra reinventandosi architetto di un progetto identitario estremo. A lui spetta, nel racconto, il ruolo del custode della “radice cattolica dell’Italia”, evocata come una maggioranza silenziosa pronta a risvegliarsi. Una retorica già sentita, consumata, che ha prodotto più comizi che voti, ma che resta un comodo grimaldello per tornare nel dibattito pubblico.
Il secondo pezzo è Vannacci, generale diventato personaggio politico grazie a un libro-manifesto che ha trasformato il malessere reazionario in merchandising ideologico. Patriottismo, disciplina, ordine: Adinolfi lo descrive come l’incarnazione dell’orgoglio nazionale. Tradotto: un uomo che flirta apertamente con pulsioni autoritarie e che ha costruito consenso alimentando una visione del mondo che guarda al passato con nostalgia e al presente con fastidio. Il deposito di un logo per un possibile nuovo partito ha reso chiaro che l’ambizione politica non è più un sottotesto, ma un obiettivo dichiarato.
Poi c’è Corona. Il terzo lato del triangolo, quello più tossico e insieme più utile sul piano mediatico. Un pluripregiudicato che Adinolfi prova a riabilitare politicamente, trasformandolo da simbolo di eccesso e illegalità a paladino della famiglia e della “vera” televisione. Un’operazione che ha del surreale. Corona viene presentato come difensore della tv berlusconiana delle origini, quella “per famiglie”, contrapposta alla degenerazione culturale degli ultimi anni. Un ribaltamento totale: l’uomo che ha fatto carriera vivendo di scandali, ricatti e violazioni sistematiche delle regole diventa improvvisamente garante morale contro il MeToo e contro alcuni volti della televisione generalista.
Adinolfi lo dice senza giri di parole. Esalta gli attacchi di Corona al MeToo “in salsa arcobaleno”, li definisce una difesa della memoria profonda di Silvio Berlusconi, della tv di Mike Bongiorno, Corrado, Raimondo Vianello. Come se bastasse evocare quei nomi per legittimare qualunque cosa. Come se il passato potesse assolvere tutto, anche l’idea che un personaggio come Corona possa essere il mattone di un progetto politico.
Il collante di questa operazione è una formula che Adinolfi tratta come un mantra: Dio, Patria e Famiglia. La chiama “Trimurti”, la eleva a fondamento ideologico. È lo stesso slogan che da decenni attraversa la destra più retriva, ricomparendo ciclicamente ogni volta che qualcuno prova a capitalizzare paura, nostalgia e risentimento. Qui viene riproposto in versione social, condito con clip, provocazioni e una narrazione da guerra culturale permanente.
Il tempismo non è casuale. Corona è tornato centrale nel dibattito grazie alle puntate di Falsissimo su YouTube. Adinolfi cavalca l’onda, lo difende, attacca chi lo critica, come Selvaggia Lucarelli, accusata di doppio standard. È una strategia vecchia quanto efficace: schierarsi contro un nemico riconoscibile per rafforzare l’identità del gruppo e compattare un pubblico già predisposto.
Sotto il video, i commenti fanno il resto. Tra sarcasmo e indignazione, compaiono messaggi di sostegno entusiasta, promesse di voto, dichiarazioni di fedeltà. È il carburante perfetto per Adinolfi, che da anni vive di micro-platee rumorose più che di consenso reale. Ma il dato politico non è irrilevante: l’idea che un progetto del genere venga presentato come credibile dice molto dello stato del discorso pubblico.
Un politico morto di fama, un pluripregiudicato elevato a tribuno morale e un generale con evidenti pulsioni autoritarie. Sembra davvero una barzelletta. Ma non lo è. È un’operazione politica consapevole, costruita sulla provocazione permanente e sulla convinzione che, in un Paese stanco e polarizzato, anche l’impensabile possa diventare dicibile. E magari, per qualcuno, perfino votabile.







