Asse FI-Calenda, il via libera di Marina Berlusconi: tregua azzurra, tentazione di centro e nervi scoperti nella maggioranza

Marina Berlusconi l’idea non dispiace. Che Carlo Calenda possa, prima o poi e con una formula ancora tutta da definire, avvicinarsi al centrodestra passando dai buoni uffici di Forza Italia è un’ipotesi che in casa azzurra viene ormai discussa senza più quel pudore da “fantapolitica” che fino a poco fa rendeva certi ragionamenti impronunciabili. Il punto di contatto più citato è l’Europa: mondi diversi, ma una grammatica simile quando si parla di Ppe, atlantismo, regole comuni e riforme. Non basta per un matrimonio, ma è abbastanza per sedersi allo stesso tavolo senza recitare.

Il segnale politico arriva da Milano, e non è un dettaglio. Marina Berlusconi ha incontrato Antonio Tajani nella sua casa di corso Venezia. Un faccia a faccia che vale doppio. Da un lato fotografa il ruolo della primogenita del Cavaliere: non guida partiti, ma per Forza Italia resta un termometro interno e un simbolo esterno, una voce che può legittimare o raffreddare le ambizioni del gruppo dirigente. Dall’altro lato manda un messaggio sulla linea: dialogo, istituzionalità, niente scossoni. E l’incontro con il vicepremier si inserisce, non a caso, in una sequenza di colloqui ravvicinati con figure politiche di primo piano: prima Roberto Occhiuto, poi la scorsa settimana Paolo Zangrillo e Letizia Moratti.

Secondo fonti azzurre, Marina Berlusconi avrebbe fatto capire che contribuirà con alcuni interventi al dibattito sul referendum della giustizia, pur senza partecipare direttamente agli eventi del Sì. Anche qui il punto non è solo la presenza o l’assenza: è la scelta di presidiare un tema identitario per FI, quello delle battaglie liberali e della riforma della giustizia, senza trasformarlo in una conta interna o in una prova di forza contro gli alleati. Per gli azzurri è anche un modo per ribadire che la “bandiera” storica del partito non è un cimelio, ma una partita politica viva.

Per Forza Italia, infatti, il colloquio segna una fase di tregua dopo le fibrillazioni di fine anno. La rinuncia di Occhiuto alla candidatura a segretario ha sgonfiato una tensione che rischiava di diventare frattura e, dall’incontro, trapela la “fiducia” della famiglia verso Tajani. Fiducia non significa delega in bianco: la “real casa” di Arcore continua a chiedere dinamismo e rilancio, soprattutto sul profilo liberale, ma con una parola d’ordine che torna sempre: stabilità. Tradotto: crescere senza esplodere, fare politica senza incendiare il partito ogni due mesi.

Ed è qui che entra Calenda. Per FI l’idea di un allargamento al centro ha un valore politico e un valore tattico. Politico, perché serve a ribadire che il baricentro moderato non è una terra di nessuno e che l’europeismo, in questa maggioranza, non può essere solo una postura di Palazzo. Tattico, perché consente di giocare le partite locali con più elasticità e di rimettere Forza Italia al centro del tavolo della coalizione. In questa chiave si leggono anche le lodi dello zio Paolo durante la convention azzurra sulla giustizia, quando ha definito Calenda «un ottimo politico» auspicando un ingresso in coalizione: non è un’investitura, ma è una porta socchiusa, e in politica spesso basta quella per far partire i ragionamenti.

Sul piano immediato, però, Calenda resta prudente. Dice di augurarsi che il prossimo sindaco di Milano «venga dal centrosinistra», frase che suona come un paletto: collaborazioni possibili, ma senza consegnare il suo elettorato a un trasloco identitario. Tajani, invece, tiene la linea del possibile e del concreto: «Si può collaborare a Milano, Roma e Torino, poi si vedrà: se sono rose, fioriranno. Le Politiche? Mai dire mai». È la politica dei ponti: costruirli senza giurare che reggeranno, allargando lo spazio di manovra senza annunciare svolte irreversibili.

Il problema è che quella rosa, dentro la maggioranza, non piace a tutti. La Lega non vede di buon occhio un’operazione che ridisegni gli equilibri interni e rafforzi FI sul suo terreno naturale, l’area moderata ed europeista. E la tensione si scarica anche sul piano personale. Calenda continua a bersagliare Matteo Salvini dopo l’incontro del leader leghista con l’estremista di destra Tommy Robinson, con parole durissime. Tajani prende le distanze e marca il confine: «Il Ppe non ha nulla a che vedere con personalità di questo tipo». Salvini ribatte rivendicando autonomia e punge sul tema ucraino, trasformando la polemica in un’altra resa dei conti sulla linea internazionale.

Proprio l’Ucraina resta un dossier sensibile. Il rilancio, da parte del capo negoziatore di Putin Kirill Dmitriev, di un intervento di Salvini contro Volodymyr Zelensky ha imbarazzato gli alleati. Fratelli d’Italia reagisce tra silenzi e cautela, ma da un dossier interno filtra una linea netta: il centrodestra continuerà a sostenere Kiev, in continuità con il programma elettorale. È un avviso ai naviganti: in politica estera il margine di gioco è stretto e gli strappi si pagano, soprattutto quando diventano munizioni per gli avversari e nervi scoperti per la coalizione.

Nel frattempo ci sono le partite tecniche che diventano immediatamente politiche. Sulla Consob, nonostante il pressing della Lega, la nomina di Federico Freni alla presidenza, osteggiata dagli azzurri, potrebbe slittare ancora, anche nel Consiglio dei ministri di giovedì. Non è solo un tema di incarichi: è un braccio di ferro sul perimetro di influenza, sul rispetto reciproco e, in ultima analisi, sul peso reale dei soci dentro la maggioranza. E in una coalizione che vive di equilibri, ogni dossier può diventare una verifica di leadership.

A rendere più nervoso il quadro ci sono anche i patemi interni alla Lega, con Salvini pronto a vedere Roberto Vannacci, che intanto ironizza sulla convention di Rivisondoli celebrando una sua iniziativa a Parma. Scene che raccontano un partito in cerca di compattezza e, insieme, una coalizione che, mentre discute di allargamenti e centrismi, continua a fare i conti con le proprie frizioni quotidiane: identità, leadership, posizionamento internazionale, gestione delle caselle.

In questo clima, l’asse FI-Calenda serve a molti, anche solo come leva. A Tajani per ribadire che Forza Italia è ancora il luogo naturale del centro e dell’Europa. A Marina Berlusconi per chiedere continuità senza immobilismo e rilancio senza terremoti. A Calenda per tenere aperte più porte e pesare di più nelle partite locali, a partire da Milano. Il resto, come spesso accade, dipenderà da una variabile semplice e spietata: se gli alleati riusciranno a non trasformare ogni dossier in un test di forza, mentre il centro diventa, giorno dopo giorno, il terreno su cui si gioca la partita vera.