“Au revoir Ranucci, mi baci la Schlein”: Vannacci risponde a Report e accusa Rai3 di volerlo “screditare” per ragioni politiche

Roberto Vannacci

La replica è arrivata rapida, appuntita e con un finale da fioretto social. Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega ed eurodeputato, risponde all’inchiesta di Report andata in onda su Rai3 che ha puntato i riflettori su di lui, sulle sue iniziative e su alcuni aspetti organizzativi ed economici legati al suo ruolo nel partito. E lo fa scegliendo una linea precisa: rivendicare la legittimità del giornalismo d’inchiesta, ma contestare metodo e obiettivo della trasmissione.

«Nulla contro il giornalismo d’inchiesta, ma la trasmissione Report appare faziosa e pretestuosa», dice Vannacci. Il punto, nella sua ricostruzione, non è la critica in sé, ma l’intenzione che attribuisce al racconto televisivo: «Vannacci deve essere screditato, infamato, colpito e messo in cattiva luce perché rappresenta un concorrente politico della sinistra e dell’universo progressista», aggiunge. È un’accusa pesante, che sposta la discussione dal merito delle contestazioni al terreno dello scontro politico e della rappresentazione mediatica.

La puntata di Report, secondo quanto riportato dallo stesso Vannacci nella sua risposta, avrebbe insistito anche sulla questione dei rapporti con il partito, mettendo in evidenza il tema del contributo economico. Il vicesegretario leghista ribalta l’impostazione e la definisce una forzatura: «Nel tentativo di rincarare la dose dello scredito, si cerca inoltre di dimostrare l’esistenza di presunte fratture tra me e il partito nel quale milito, arrivando persino a sindacare sul versamento di un contributo volontario: una questione che certamente non riguarda il vasto pubblico, ma esclusivamente i miei rapporti con la dirigenza del partito».

Quindi passa alla rivendicazione politica più netta, quella che usa come argomento-chiave per respingere l’idea di “morosità” o di debiti verso il Carroccio: «Peraltro, chi ha portato al partito 563.000 voti e tre seggi aggiuntivi al Parlamento Europeo non ha debiti e morosità con alcuno». Una frase costruita come una chiusura contabile e insieme identitaria: il peso elettorale, nella sua lettura, diventa la risposta a qualsiasi dubbio sulla sua collocazione interna e sul suo ruolo di risorsa per la Lega.

Nella stessa risposta Vannacci torna poi su uno dei capitoli più sensibili dell’inchiesta: la presunta vicinanza o contiguità con ambienti massonici, tema ricorrente nel dibattito pubblico quando si intrecciano politica, associazionismo e centri studi. Lui taglia corto e nega un coinvolgimento diretto: «Non ho mai avuto nulla a che fare con la massoneria, né mi interessa chi ne faccia parte. È probabile che nella mia vita abbia conosciuto, e forse frequenti tuttora, dei massoni, magari senza nemmeno saperlo». E aggiunge un distinguo che mira a normalizzare la questione sul piano personale: «Finché si tratta di persone oneste, non mi pongo alcun problema».

È un passaggio che, nella strategia comunicativa del vicesegretario leghista, serve a due scopi: respingere l’etichetta e al tempo stesso depotenziare l’argomento, trasformandolo in un tema quasi inevitabile nella vita sociale di chiunque abbia attraversato ambienti istituzionali o professionali.

Poi c’è l’altro fronte, quello della narrazione politica già vista in passato: l’accusa di nostalgia per il Ventennio. Anche qui Vannacci non entra nel dettaglio, ma richiama quanto già detto altrove e prova a chiudere la porta: «Infine, si torna sulle solite questioni trite e ritrite della presunta nostalgia per il Ventennio, tema che ho già chiarito in innumerevoli occasioni, ricordando che il Fascismo è terminato ottant’anni fa». La formula è quella della stanchezza verso un’accusa che considera ricorsiva e, soprattutto, funzionale a incorniciare il personaggio più che a discutere di fatti.

Il finale, però, è quello che riassume meglio il suo stile di risposta: non difensivo, ma di contrattacco. Vannacci sostiene di aver scelto addirittura di amplificare la puntata di Report per trasformarla in un boomerang comunicativo. «Con i miei post sui social, ho pubblicizzato e promosso la puntata di Report di ieri sera, affinché potesse essere seguita dal pubblico più vasto possibile. Insieme a Matteo Pucciarelli e al Partito Democratico, inserirò Report, Ranucci e Chianca tra i miei promotori più appassionati e instancabili».

E poi il colpo di teatro, rivolto direttamente al conduttore: «Au revoir Ranucci e, non si scordi: mi baci la Schlein quando la vede». Una frase che chiude l’intervista come una battuta da ring, costruita per circolare sui social, polarizzare e ribaltare la postura: da soggetto dell’inchiesta a protagonista dello scontro.

Resta, sullo sfondo, la partita vera: quella tra il racconto televisivo e la contro-narrazione politica, tra un’inchiesta che, nelle intenzioni della trasmissione, vuole porre domande e una risposta che denuncia un disegno di delegittimazione. In mezzo, una figura che continua a muoversi sulla linea della provocazione calcolata, trasformando ogni attacco in materiale per consolidare il proprio perimetro di consenso.