Neanche il tempo di stappare lo spumante per il referendum ed ecco servito il solito spettacolo del centrosinistra: la vittoria arriva, ma invece di allargare il campo allarga i sospetti. Il giorno dopo il trionfo del No, mentre all’esterno si sarebbe dovuto capitalizzare il colpo assestato al governo, all’interno del campo largo è già cominciata la guerra per il comando. E il primo effetto è devastante per Elly Schlein: il suo protagonismo viene subito insidiato da Giuseppe Conte, che fiuta l’aria e piazza la mossa più classica e più efficace, quella che nel Pd conoscono benissimo. Le primarie.
Conte le evoca e in un colpo solo fa due cose. Prima di tutto si mette al centro della scena proprio nel giorno in cui Schlein avrebbe voluto intestarsi il successo politico del No. Poi manda un messaggio chiarissimo: la leadership del centrosinistra non sarà un regalo, né un riflesso automatico del ruolo di segretaria del Pd. Tradotto dal politichese: se vuoi Palazzo Chigi, cara Elly, te lo devi sudare fino all’ultimo gazebo.
Primarie nel campo largo, i sospetti su Conte e la trappola per Schlein
Il problema per Schlein è che il richiamo alle primarie non arriva solo da Conte. Arriva anche da dentro casa sua. E quando il fuoco amico comincia a somigliare troppo a un coro organizzato, nel Pd parte immediatamente la sindrome dell’agguato. È quello che sarebbe successo quando Goffredo Bettini e Dario Franceschini hanno iniziato a intonare con particolare entusiasmo il mantra dei gazebo. Perché tanta insistenza, si chiedono i fedelissimi della segretaria, se la riforma elettorale non è neppure definita? Perché bruciare le tappe adesso? E soprattutto: a chi conviene davvero?
La risposta che circola tra i lealisti di Schlein è velenosa quanto lineare. Le primarie, in questo momento, possono diventare il meccanismo perfetto per indebolirla. Una trappola politica elegante, democraticamente impacchettata, ma pur sempre una trappola. Perché se davvero i sondaggi iniziano a dire che Conte ai gazebo prenderebbe più voti della segretaria, allora il voto popolare interno non sarebbe più uno strumento di legittimazione. Sarebbe un’esecuzione in piazza.
Ed è qui che la faccenda si fa seria. Perché il sospetto che Bettini e Franceschini stiano spingendo il Pd verso un terreno pericoloso non nasce dal nulla. Nasce da una verità molto semplice: in una parte del partito Schlein continua a non convincere come candidata naturale a Palazzo Chigi. E se le primarie offrono il modo di risolvere il problema senza doverlo dire troppo apertamente, allora diventano improvvisamente irresistibili.
Schlein si blinda con Landini mentre Conte sente odore di sorpasso
Elly Schlein, però, non ha alcuna intenzione di farsi accompagnare al patibolo con il sorriso. Anzi. Sa benissimo che ai gazebo contano i rapporti di forza, le reti, i mondi di riferimento, la capacità di mobilitare pezzi di società organizzata. E allora ecco il rafforzamento dell’asse con Maurizio Landini, che non è solo una vicinanza politica o culturale, ma una vera operazione di presidio. Se ci saranno le primarie, il voto del mondo del lavoro, della sinistra sindacale e di una certa base identitaria del Pd potrà essere decisivo. Schlein lo sa e si muove di conseguenza.
Conte, dal canto suo, appare molto più libero. Può giocare di sponda, lasciar crescere il sospetto nel Pd, raccogliere l’idea che sia lui il vero competitore di Meloni e alimentare quella parte di opinione pubblica progressista che guarda alla segretaria dem con rispetto, ma senza innamoramento. È il suo momento migliore: non ha il peso di dover guidare il partito più grande, ma ha la possibilità di presentarsi come il leader che nei sondaggi se la gioca meglio.
E nel centrosinistra i sondaggi, si sa, fanno danni più delle sconfitte vere. Perché quando un partito comincia a convincersi che il proprio capo perda e quello dell’alleato invece tenga, il tarlo entra e non esce più. Così si spiega il nervosismo crescente attorno alla nuova rilevazione attribuita a Noto, secondo cui Conte batterebbe Schlein alle primarie del campo largo. È un numero, certo. Ma nel Pd i numeri, quando confermano un pregiudizio, diventano subito destino.
Manfredi, Bonaccini e Salis: quelli che aspettano il caos per entrare in partita
Come sempre accade nel labirinto progressista, la partita vera non è fatta solo dai protagonisti dichiarati ma anche da quelli che restano un passo indietro, fingendo di osservare. Gaetano Manfredi e Stefano Bonaccini, per esempio, non si stracciano le vesti per le primarie. Non le escludono, ma neppure le invocano. E questa tiepidezza, in politica, è già una posizione molto eloquente.
Perché se i gazebo saltano o si impantanano, e la coalizione si ritrova costretta a decidere il candidato premier in una stanza, attorno a un tavolo che nessuno chiamerà caminetto ma che caminetto sarà, allora i loro nomi tornano improvvisamente spendibili. Manfredi ha un profilo istituzionale, tiene buoni mondi diversi e parla con Conte. Bonaccini ha una rete interna, una faccia più governista e nel frattempo ha costruito ponti proprio dove serviva. Entrambi possono vendersi come soluzione adulta, meno divisiva, meno ideologica.
E poi c’è Silvia Salis, che ha già detto senza troppi giri di parole di non voler partecipare a primarie e di considerarle un messaggio sbagliato, divisivo. Ma proprio questo la rende interessante. Perché nel centrosinistra il candidato che dice di non voler correre è spesso il primo che viene preso sul serio da chi vuole fermare la corsa degli altri. E in più Salis avrebbe dalla sua la carta del genere, che in un confronto con Meloni torna ciclicamente nei ragionamenti di chi, come Franceschini, da tempo ripete lo stesso concetto: contro una donna forte bisogna mettere una donna.
Il vero caos del campo largo è che nessuno vuole davvero regalare la leadership a Schlein
Alla fine il punto è tutto qui. Più ancora dei gazebo, più dei sondaggi, più dei retroscena sui capoccioni dem. Il problema di Schlein è che nel campo largo nessuno sembra disposto a riconoscerle automaticamente la leadership. Conte non vuole regalarle nulla. Una parte del Pd non la considera inevitabile. I possibili outsider aspettano una crepa. L’ala riformista teme di essere schiacciata tra lei e il leader del M5S. E il centro, con Ruffini già disponibile a mettersi alla prova, osserva il quadro sapendo che una primaria aperta può diventare anche il suo trampolino.
In teoria il referendum avrebbe dovuto rafforzare il fronte progressista. In pratica ha soltanto accelerato la domanda che tutti volevano rimandare: chi comanda davvero? E quando questa domanda arriva troppo presto, nel centrosinistra produce quasi sempre lo stesso effetto. Non chiarisce. Complica.
Così mentre Schlein prova a blindarsi a sinistra con Landini e Conte gioca a fare il leader che non arretra, il campo largo rischia di allargarsi solo nel numero dei sospetti. E forse la vera fotografia del momento è proprio questa: non una coalizione che discute democraticamente il suo futuro, ma un sistema di alleanze, paure e calcoli in cui tutti parlano di unità e intanto si studiano come rivali.







