Alla Camera finisce in scena una giornata da nervi scoperti. Non per un voto, non per un decreto, ma per una conferenza stampa annunciata e poi evaporata nel caos. A Montecitorio un gruppo di deputati di Pd, M5S e Avs ha occupato la sala stampa dove alle 11.30 era prevista la conferenza sulla “remigrazione”, con la presenza del portavoce di Casapound Luca Marsella e di altri esponenti dell’area radicale: Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti (ex Forza Nuova) e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. La sala, secondo quanto riferito, era stata prenotata dal deputato leghista Domenico Furgiuele, indicato come vicino a Roberto Vannacci.
Le opposizioni avevano fatto capire già ieri che avrebbero ostacolato l’iniziativa. La formula utilizzata è pesante e non lascia spazio a interpretazioni: impedire “l’ingresso di nazisti nel palazzo”. E stamattina hanno trasformato l’intenzione in presidio fisico, occupando lo spazio destinato alla stampa e rendendo impossibile lo svolgimento dell’evento. Il messaggio, in sostanza, è stato: non si tratta di fare domande, si tratta di negare una legittimazione.
Dentro la sala si sono presentati diversi parlamentari, in una composizione trasversale del fronte oppositore. Per il M5S il capogruppo Riccardo Ricciardi e Francesco Silvestri. Per il Pd, tra gli altri, Gianni Cuperlo, Arturo Scotto, Marco Sarracino, Matteo Orfini e il senatore Filippo Sensi. Per Avs Filiberto Zaratti, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Il gesto non è stato improvvisato, ma costruito per essere visibile e simbolico: molti hanno mostrato una copia della Costituzione, come a dire che il terreno dello scontro non è soltanto politico, ma di principio. Un’occupazione “parlamentare” dentro il palazzo del Parlamento, con la Carta in mano come scudo e come accusa.
La tensione è salita rapidamente e ha assunto la forma del confronto diretto. È stato riferito un botta e risposta tra Furgiuele e i deputati che occupavano la sala. «La conferenza stampa si fa. Farete le domande. Perché vi spaventate?», avrebbe detto il deputato leghista. Replica secca dall’altra parte: «Non ci spaventate. Sono loro che si dichiarano fascisti!!». A quel punto il livello dello scontro si è alzato e la scena si è trasformata in un muro contro muro, con i parlamentari di opposizione che hanno intonato “Bella ciao” mentre la sala diventava un ring istituzionale: non più la dialettica tra maggioranza e opposizione, ma una battaglia su chi possa o non possa usare gli spazi e i simboli di Montecitorio.
C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più esplosiva: la sala stampa non è un’aula qualsiasi. È il luogo in cui il Parlamento parla ai cittadini attraverso i giornalisti, è il punto di contatto tra istituzione e racconto pubblico. Proprio per questo, vederla trasformata in un teatro di scontro ha un impatto immediato: manda il segnale che la frattura è arrivata al livello delle procedure e dei luoghi, non solo delle parole. E quando il conflitto si sposta dagli emendamenti agli spazi, dalla politica alle porte, la temperatura non può che salire.
A quel punto la situazione è stata considerata ingestibile. I giornalisti che attendevano l’appuntamento sono stati fatti uscire dalla sala. Poi è arrivata la decisione organizzativa più drastica: per ordine pubblico, la Presidenza della Camera ha annullato tutte le conferenze stampa previste per oggi. Non solo quella finita al centro del caso, ma l’intera giornata di appuntamenti. Tradotto: per spegnere l’incendio, si è spento il quadro elettrico. E questo dà la misura di quanto la tensione sia stata ritenuta fuori controllo.
Il risultato è un cortocircuito totale. Una conferenza nata per lanciare un messaggio politico su un tema divisivo diventa un caso istituzionale, con l’opposizione che rivendica l’azione come una barriera contro la normalizzazione dell’estrema destra nei luoghi simbolo della Repubblica, e la Lega che si ritrova nel centro di una bufera non solo per il contenuto dell’iniziativa, ma per il fatto stesso che quell’iniziativa fosse stata calendarizzata e “ospitata” nei canali formali della Camera. E sullo sfondo resta l’elemento politico che rende la vicenda ancora più sensibile: il nome di Furgiuele accostato a Vannacci, in un momento in cui qualsiasi movimento nell’area più radicale della maggioranza viene letto come un segnale, una prova muscolare o una sfida interna.
Sul piano pratico, la giornata della sala stampa è saltata. Sul piano politico, invece, il caso è appena cominciato: perché il conflitto non è più soltanto su ciò che si può dire, ma su chi possa essere ospitato e legittimato dentro il Palazzo. E quando la Camera arriva a cancellare tutto “per ordine pubblico”, significa che la linea tra propaganda e istituzione, oggi, è diventata sottilissima. E che la partita, ormai, non si gioca più solo in Aula.







