Capitani sì, generali no: Salvini blinda la Lega e manda un messaggio a Vannacci

Nella Lega si torna a parlare come in caserma, ma con un lessico che sa più di politica da corridoio che di ordini di servizio. Matteo Salvini sceglie parole leggere come piume e taglienti come lame: «Nella Lega c’è posto per capitani e generali, ma conta soprattutto la truppa». Poi affonda il colpo, senza mai nominare il destinatario: «La forza della Lega sono le decine di migliaia di persone che la fanno, quindi non un capitano o un generale. Vince sempre la squadra». Il “generale” è uno solo, e ha nome e cognome: Roberto Vannacci.

Il giorno dopo lo strappo sul decreto che proroga gli aiuti militari a Kiev – con i deputati Rossano Sasso ed Edoardo Ziello che votano contro e il senatore Claudio Borghi che diserta l’aula – il segretario prova a ridimensionare tutto come un incidente di percorso. «La Lega ha votato a favore, solo due hanno votato contro. Con tutto quello che accade nel mondo non ho tempo per polemiche inesistenti», taglia corto. E aggiunge un auspicio che suona più come un esorcismo: «Conto che non ci sia più bisogno di mandare armi in Ucraina perché finirà la guerra».

La verità è che la crepa non è numerica ma simbolica. Quei due voti contrari sono diventati il megafono di un malessere che cova da mesi: la convivenza forzata tra l’anima salviniana, pragmatica e di governo, e quella vannacciana, identitaria e barricadera. Salvini lo sa e prepara il terreno: la prossima settimana incontrerà il suo vice segretario. Ufficialmente per chiarire, ufficiosamente per misurare i rapporti di forza.

Vannacci, dal canto suo, non arretra di un centimetro. «Non mi faccio condizionare», dice, rivendicando la libertà di dissenso come valore fondante. «La forza di una coalizione politica sta nella pluralità delle espressioni. Io voto a Bruxelles e l’ho sempre fatto con coerenza per smettere di dare armi e fondi illimitati all’Ucraina». Parole che piacciono alla base più radicale e che spaventano l’ala governista, già alle prese con un centrodestra in cui Tajani e Meloni marciano su binari opposti.

A Palazzo, però, i conti non tornano. Nei giorni scorsi circolava la voce di un possibile gruppo autonomo dei “vannacciani”. Per ora un miraggio: due o tre deputati non fanno una corrente, figurarsi un partito. Ma l’idea non è archiviata. Lo stesso generale non chiude la porta: «Al momento non è in agenda, ma in futuro non escludo nulla». Tradotto: la pistola resta sul tavolo.

Nel frattempo i salviniani preparano la controffensiva culturale. Alla kermesse di Roccaraso, organizzata da Claudio Durigon e Armando Siri, sarà lanciato un manifesto che somiglia a un manifesto contro Vannacci senza mai citarlo. Immigrazione raccontata anche come accoglienza, diritti civili declinati senza anatemi: «Tutte le forme di convivenza fondate sull’amore rappresentano il motore emotivo della comunità». E soprattutto quella frase che suona come un altolà: «Abbiamo bisogno di individui che alimentano lo spirito e non di generali che arruolano eserciti».

È un cambio di musica che non passa inosservato. Una Lega “quasi gentile”, come la definiscono i suoi stessi estensori, distante anni luce dal linguaggio muscolare del “Mondo al contrario”. Siri scherza: «Nessuna corrente, l’unica che ci serve è quella elettrica». Ma il messaggio politico è chiaro: il partito non vuole trasformarsi in una caserma ideologica.

Il problema è che la maionese rischia di impazzire. Salvini deve tenere insieme tutto: il Nord produttivo che chiede stabilità, il Sud che vede in Vannacci un megafono identitario, e un governo che non può permettersi fratture sull’Ucraina. Intanto il generale attacca anche Tajani su X, alzando il livello dello scontro. E dentro la Lega c’è chi teme che la prossima mossa possa arrivare alle europee del 2026, con liste concorrenti e voti strappati a destra.

Così il segretario fa il pompiere e il domatore insieme. Ripete che «tra Vannacci e la Lega non c’è rottura», che un suo partito è solo fantasia, che tutto è sotto controllo. Ma quando un leader sente il bisogno di ricordare che “vince sempre la squadra”, di solito è perché nello spogliatoio qualcuno ha già smesso di passare la palla.

E allora la partita vera comincia adesso. Non è Kiev, non sono le armi, non è nemmeno l’Europa. È la leadership della destra sovranista, contesa tra un ex ministro che conosce i palazzi e un generale che parla alla pancia. Salvini prova a restare arbitro, ma il fischio finale potrebbe non essere il suo.