C’è una linea che separa la libertà politica dalla responsabilità istituzionale. Non è una linea sottile, non è ambigua, non è interpretabile. È scritta nero su bianco nella Costituzione repubblicana. Eppure, quella linea, alla Camera dei Deputati, qualcuno ha provato a cancellarla con un colpo di penna e una conferenza stampa.
Il deputato leghista Domenico Furgiuele ha tentato di far entrare nel cuore delle istituzioni repubblicane esponenti di CasaPound e Forza Nuova, presentandoli come interlocutori politici legittimi su un tema già di per sé carico di implicazioni ideologiche: la cosiddetta “remigrazione”. Non un dibattito accademico, non un confronto istituzionale neutro, ma un’operazione politica che ha cercato di usare il Parlamento come cassa di risonanza per ambienti che si richiamano esplicitamente al neofascismo. I fatti sono semplici e gravi: la Camera dei Deputati è nata sulle macerie del fascismo, non per ospitarne gli epigoni.
La reazione: non censura, ma difesa delle istituzioni
Le proteste che hanno impedito lo svolgimento della conferenza stampa sono state subito raccontate da una parte politica come “intolleranza”, “bavaglio”, “paura del confronto”. Ma basta leggere i commenti sotto il post del diretto interessato per capire che la reazione non nasce da un riflesso ideologico, bensì da una profonda indignazione civile.
C’è chi ricorda a Furgiuele che il fascismo non è una fede politica, ma l’annientamento stesso della politica, e lo invita simbolicamente a “fare la X” nei luoghi delle stragi nazifasciste: Sant’Anna di Stazzema, Vinca, Bardine, San Terenzo Monti. Luoghi dove non esistono opinioni diverse, ma solo vittime. C’è chi, da calabrese, denuncia l’ipocrisia storica di una Lega che per decenni ha insultato il Sud, chiamandolo parassita, arretrato, “coleroso”, e oggi pretende di rappresentarlo stringendo alleanze con chi ha sempre disprezzato quella stessa terra. E c’è chi pone una domanda disarmante nella sua semplicità: mentre la sanità pubblica è allo stremo, le scuole cadono a pezzi, il disagio giovanile e l’abbandono scolastico dilagano, davvero un deputato della Repubblica ritiene prioritario portare CasaPound in Parlamento?
Il nodo politico e morale
Uno dei commenti coglie il punto centrale: “Lei ha giurato sulla Costituzione per onorarla, non per disonorarla”. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione, ma a uno strappo istituzionale. La Costituzione non è un fondale neutro su cui far sfilare qualsiasi ideologia. È una carta militante, nata dall’antifascismo, che pone limiti chiari a ciò che può essere legittimato dallo Stato.
Dire che “il fascismo è un’opinione” non è pluralismo: è revisionismo. Dire che “tutte le idee devono avere spazio” non è democrazia: è irresponsabilità. Non a caso, tra i commenti più duri emerge anche l’accusa di doppiopesismo morale, di una politica che chiude gli occhi sulla ‘ndrangheta quando conviene, ma alza muri ideologici per distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali, soprattutto in Calabria.
Il seguito: una frattura evidente
Il seguito di questa vicenda è sotto gli occhi di tutti: una frattura profonda tra rappresentanti e rappresentati. Non sono stati “gli antifascisti” a radicalizzare il dibattito. È stata la scelta di portare i fascisti nelle aule antifasciste a rendere inevitabile lo scontro.
Chi oggi invoca l’applauso dovrebbe prima chiedersi perché, invece, ha raccolto indignazione. Perché le istituzioni non sono una proprietà privata del parlamentare di turno. Sono un bene comune, e come tale vanno protette anche – e soprattutto – da chi vorrebbe piegarle a operazioni ideologiche di corto respiro. Il messaggio che arriva dai commenti è netto, trasversale, popolare: fuori il fascismo dalle istituzioni democratiche. Non per censura, ma per rispetto. Non per paura, ma per memoria. Non per ideologia, ma per Costituzione. E questo, che piaccia o no, non è un dettaglio. È il fondamento stesso della Repubblica.
Raffaele Florio







