Ddl antisemitismo, l’appello di Segre e il caos delle opposizioni: il Senato vota, il Pd si spacca e la legge nasce già litigata

Sergio Mattarella e Liliana Segre

In un Paese che racconta ogni giorno nuovi episodi di odio, il Parlamento riesce nell’impresa di spaccarsi anche quando prova a mettere un argine. Il disegno di legge per il contrasto dell’antisemitismo incassa il primo via libera dell’aula del Senato, ma lo fa con una fotografia politica che assomiglia più a un processo che a una convergenza: la maggioranza vota compatta, le opposizioni si dividono in tre tronconi, e il Pd aggiunge un quarto capitolo, quello della frattura interna.

Il paradosso sta tutto qui: Liliana Segre, che su questo terreno non parla per bandiere ma per memoria e responsabilità, aveva chiesto un segnale largo, “trasversale”, capace di dire che l’antisemitismo è un nemico comune, non un pretesto da usare contro l’avversario. Il segnale arriva, ma con il volume di una lite condominiale. Il centrodestra spinge il testo, Azione e Italia Viva si mettono nella stessa fila dei sì, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra votano contro. Il Pd prova a stare in equilibrio e sceglie l’astensione, ma non ci riesce fino in fondo: una parte dei senatori dem vota a favore, sconfessando nei fatti la linea del gruppo.

Il cuore della contesa non è la necessità della legge. Su quello, almeno a parole, nessuno si presenta come “tiepido”. Il nodo è il come, e soprattutto la cornice che il provvedimento mette attorno alla parola “antisemitismo”. Nel mirino delle critiche del centrosinistra finisce la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance, citata nel testo e accompagnata dagli esempi applicativi. Per chi contesta, quella formulazione rischia di diventare una zona grigia: può allargarsi fino a confondere l’odio verso gli ebrei con la critica allo Stato di Israele o al governo israeliano. Per la maggioranza, invece, quel riferimento è il punto fermo: senza, la legge perde consistenza e si riduce a un manifesto di buone intenzioni.

Così il dibattito scivola presto dal merito alla trincea. Da una parte, il ragionamento sulla tutela concreta e sulla prevenzione. Dall’altra, la paura di costruire un perimetro troppo elastico, capace di trasformare la discussione politica in terreno minato. E mentre in aula si alzano i toni, il risultato si vede nei numeri e nelle scelte: un’approvazione che non somiglia a una risposta comune, ma a un voto che ognuno userà domani per dire “io sì” e “tu no”.

Il caso Pd è quello che fa più rumore, perché non riguarda un confronto tra schieramenti, ma una spaccatura dentro lo stesso partito. La linea ufficiale porta all’astensione, con la promessa di emendamenti o correzioni su quel punto che divide. Ma alcuni senatori decidono di votare sì, sostenendo che la definizione Ihra non impedisce la critica politica a Israele e che, su un fenomeno che cresce, l’aula deve dare un segnale più netto. È la classica faglia che riemerge quando la politica smette di essere una bandiera e torna a essere una scelta: c’è chi teme l’ambiguità del testo e chi teme l’ambiguità dell’astensione.

Nel frattempo, fuori dal palazzo, l’antisemitismo non aspetta i tempi parlamentari e non chiede interpretazioni accademiche. Cresce nei gesti, nelle scritte, nelle minacce, nelle aggressioni. E il rischio è che questa legge, invece di partire come un argine comune, inizi il suo percorso come un’altra cartolina di divisione: utile a qualcuno per rivendicare fermezza, utile a qualcun altro per denunciare un bavaglio, e poco utile a costruire quel terreno minimo condiviso che Segre chiedeva.

Ora il provvedimento prosegue il suo iter. E qui sta la vera partita: capire se il Parlamento riuscirà a correggere gli spigoli senza svuotare la sostanza, e se la politica saprà smettere di trasformare ogni parola in una prova di forza. Perché una legge contro l’antisemitismo, se nasce già “di parte” nel racconto pubblico, rischia di arrivare tardi proprio dove dovrebbe arrivare prima: nel punto in cui l’odio si normalizza e diventa abitudine.