Ci sono storie che sembrano scritte apposta per mettere in imbarazzo il potere. Questa – raccontata dal Fatto quotidiano con dovizia di particolari – è una di quelle. Da una parte Andrea Delmastro Delle Vedove, avvocato piemontese, ras politico di Fratelli d’Italia nel Biellese, sottosegretario alla Giustizia e uomo considerato fra i più fedeli a Giorgia Meloni. Dall’altra Mauro Caroccia, imprenditore romano della ristorazione, nome da anni associato nelle inchieste al mondo criminale orbitante attorno al clan di Michele Senese. In mezzo non c’è un incontro occasionale, una fotografia rubata o una cena imbarazzante. In mezzo c’è una società costituita a Biella, con quote distribuite fra politici di Fratelli d’Italia e Miriam Caroccia, giovanissima erede della famiglia romana.
Detta così sembra già abbastanza. In realtà il punto è ancora più grave. Perché questa vicenda esplode nel momento peggiore possibile: mentre il governo spinge sul referendum e sulla riforma della giustizia, mentre Delmastro si presenta come uno dei volti più combattivi della linea dura, e mentre la politica chiede fiducia nelle istituzioni. Il problema è che qui la fiducia si scontra con una domanda molto semplice: come è possibile che un sottosegretario alla Giustizia si ritrovi socio, sia pure per un periodo limitato, in una struttura societaria dove il nome Caroccia pesa come un macigno?
Delmastro, Caroccia e Le 5 Forchette: la società che unisce Biella e la Tuscolana
Il cuore della vicenda è una Srl dal nome quasi innocuo, Le 5 Forchette. Viene costituita il 16 dicembre 2024 nello studio del notaio Carlo Scola, a Biella. Il capitale è di 10 mila euro. La sede legale è piemontese. Ma l’unità locale è a Roma, in via Tuscolana 452, cioè nello stesso indirizzo dove si trova “Bisteccheria d’Italia”, il locale rilanciato da Mauro Caroccia. E qui il racconto smette di essere curioso e diventa politicamente tossico.
Tra i soci figurano nomi che, nel Biellese e in Fratelli d’Italia, non sono comprimari. C’è Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore comunale a Biella, con il 5 per cento. C’è Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Piemonte, anche lui con il 5 per cento. C’è Elena Chiorino, vicepresidente della Regione Piemonte e dirigente nazionale del partito, con un altro 5 per cento. C’è Donatella Pelle, impiegata, con il 10 per cento. E poi arrivano i due soci veri, quelli che pesano: Andrea Delmastro Delle Vedove con il 25 per cento e Miriam Caroccia con il 50 per cento. Diciotto anni appena compiuti al momento della costituzione e nomina ad amministratrice unica.
Questo è il punto che rende la storia devastante. Non un rapporto indiretto, non un terzo livello di conoscenze, non un amico di un amico. Una società formalmente costituita, con quote, firme, ruoli e un collegamento diretto con il locale romano rilanciato da Caroccia. Tutto perfettamente legale sul piano formale, finché non si guarda il contesto. E il contesto, in questa storia, urla.
Perché Mauro Caroccia non è un ristoratore qualunque. È un nome che emerge da anni nelle inchieste sul ventre criminale del quadrante Tuscolano. È stato condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia con aggravante mafiosa. E quando si parla di aggravante prevista dall’articolo 416 bis.1 del codice penale, cioè di reati commessi con metodo mafioso o al fine di agevolare ambienti mafiosi, non si parla di folklore criminale ma di una delle zone più pesanti del diritto penale italiano.
La famiglia Caroccia e il ristorante “Da Baffo”: dove finivano tutte le inchieste
Per capire davvero la portata del caso bisogna scendere a Roma, via dei Fulvi 8, zona Porta Furba. È lì che per anni pulsa il ristorante “Da Baffo”, locale della famiglia Caroccia, crocevia che in più indagini finisce sotto la lente di investigatori e magistrati. Nicola Caroccia e la moglie Rosetta arrivano da Felitto, provincia di Salerno. Poi entrano in scena i figli, Mauro e Daniele. E da quel momento, secondo il materiale investigativo richiamato nel racconto che hai fornito, quel ristorante diventa un punto ricorrente per chi indaga sui circuiti criminali della Capitale.
Le intercettazioni, le operazioni di polizia, gli intrecci fra gruppi di spaccio, riciclaggio e intestazioni fittizie, riportano spesso lì. I nomi che girano sono quelli pesanti della criminalità romana e campana trapiantata a Roma. Compaiono i Senese, compaiono i fratelli Esposito, compaiono i legami con le economie nere della Tuscolana. In questo quadro, “Da Baffo” non appare come una semplice trattoria di quartiere, ma come uno dei luoghi in cui economia legale e potere criminale si toccano.
Il passaggio decisivo arriva con l’inchiesta “Affari di famiglia”, chiusa dalla Dda nel luglio 2020. È quell’indagine a ricostruire, secondo l’impostazione accusatoria poi confermata in parte nei successivi giudizi, la struttura economica dell’impero riconducibile al clan Senese: ristoranti, società, soldi da ripulire, intestazioni fittizie, usura, denaro della droga che rientra nei circuiti apparentemente normali. Mauro Caroccia finisce tra gli arrestati, i locali vengono sequestrati e nel 2022 arriva una prima condanna.
Poi la vicenda giudiziaria si contorce, come spesso succede nei grandi processi di criminalità organizzata. Nel 2023 una sentenza d’appello alleggerisce il quadro. Ma non finisce lì. La Cassazione annulla, dispone un nuovo giudizio, e l’appello bis torna a confermare l’impianto di primo grado. Infine, il 19 febbraio scorso, la Cassazione rende definitive le condanne. A quel punto Michele Senese e Mauro Caroccia, per quanto qui interessa, escono dal terreno delle ipotesi e rientrano in quello delle condanne definitive.
Il tempismo che imbarazza Delmastro: cessioni di quote e fuga sincronizzata
Ed è qui che la storia si fa quasi grottesca. Perché nel frattempo, mentre il quadro giudiziario di Caroccia si chiude, a Biella succede qualcosa di molto interessante. A novembre Delmastro cede il suo 25 per cento alla G&G Srl, una società immobiliare che, guarda caso, è interamente sua. In sostanza Delmastro vende a Delmastro. Un passaggio formalmente possibile, ma politicamente singolare, soprattutto alla luce di quello che accade subito dopo.
Otto giorni dopo la conferma definitiva delle condanne, la G&G del sottosegretario gira il 25 per cento a Donatella Pelle. E il 5 marzo, meno di due settimane fa rispetto al racconto che hai riportato, tutti gli altri soci di area Fratelli d’Italia si sbarazzano delle loro quote vendendole in blocco proprio a Miriam Caroccia. Una fuga ordinata, sincronizzata, silenziosa. Come se all’improvviso tutti avessero capito che quella società era diventata troppo ingombrante. Ed è difficile credere alla coincidenza.
Perché qui non siamo davanti a un investimento andato male o a un locale che non decolla. Qui c’è un problema di opportunità politica enorme. Un sottosegretario alla Giustizia, che dovrebbe essere il primo a evitare persino l’ombra di ambiguità, si ritrova coinvolto in una costruzione societaria connessa al nome di una famiglia che le sentenze collocano in un contesto mafioso. E quando la situazione esplode, tutti mollano le quote in fretta. Non è una prova di reato. Ma è un disastro di immagine, e forse qualcosa di più, sul piano dell’interesse pubblico.
La domanda politica che il governo non può schivare
A questo punto la domanda non è nemmeno più giudiziaria. È politica. Possibile che nessuno, dentro Fratelli d’Italia, si sia accorto di nulla? Possibile che nessuno abbia ritenuto inopportuno che un membro del governo, già condannato in primo grado nel caso Cospito per rivelazione di segreto d’ufficio, si infilasse in una società insieme alla figlia di Mauro Caroccia? Possibile che tutto venga considerato normale fino al momento in cui la Cassazione rende definitive le condanne e allora, all’improvviso, parta il fuggi fuggi?
Ed è qui che la vicenda smette di essere solo imbarazzante e diventa simbolica. Perché Delmastro non è un deputato qualunque. È sottosegretario alla Giustizia. È uno di quelli che spiegano agli italiani come deve funzionare la legalità. È uno di quelli che sostengono le riforme, che parlano di garantismo a giorni alterni, che rivendicano fermezza e ordine. Ma quando poi si guarda la filiera degli affari, dei soci, delle società, dei nomi coinvolti, il quadro si sporca in modo impressionante.
La vera domanda, allora, è quella finale. Se già oggi è così difficile ricostruire e leggere fino in fondo una vicenda societaria che coinvolge politici in carica, prestanomi, quote cedute all’ultimo minuto e legami con contesti criminali, domani sarà più facile oppure più difficile? E la riforma della giustizia che il governo vende come modernizzazione aiuta a fare luce o rischia di alzare ancora di più la nebbia?
La risposta, purtroppo, sta dentro questa storia. Una storia in cui Biella incontra la Tuscolana, un sottosegretario alla Giustizia incrocia il cognome di una famiglia condannata per vicende di mafia, e tutti sembrano accorgersi del problema solo quando il problema diventa troppo grande per essere nascosto sotto il tappeto.







