Delmastro, Miriam Caroccia indagata. Il problema non è più soltanto politico. Sta diventando visivo, documentale, perfino narrativo. Perché quando una vicenda comincia a riempirsi di fotografie, di date, di atti societari, di cessioni di quote, di contanti dichiarati e di rapporti che si voleva far passare per occasionali, la difesa per formule comincia a sbriciolarsi. E il caso della Bisteccheria d’Italia, il ristorante romano in cui il sottosegretario alla Giustizia è stato socio insieme a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, si sta trasformando esattamente in questo: in un mosaico sempre più difficile da ridurre a una svista.
Il punto nuovo, e pesantissimo, è l’indagine che riguarda proprio Miriam Caroccia, fino a pochi mesi fa socia di Delmastro nella società 5 Forchette. Le ipotesi da verificare, a vario titolo, sono riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Insieme a lei risulta al centro delle verifiche anche il padre Mauro Caroccia, attualmente detenuto a Viterbo. E secondo quanto emerge, gli accertamenti della procura capitolina e della Guardia di finanza incrocerebbero anche l’indirizzo di via Tuscolana dove ha sede il locale. Tradotto: la Bisteccheria d’Italia non è più soltanto il teatro di una figuraccia politica, ma un punto sensibile di una vicenda giudiziaria assai più ingombrante.
L’indagine su Miriam Caroccia e il nodo della Bisteccheria d’Italia
La domanda che aleggia sull’intera operazione è semplice e devastante: da dove arrivano i soldi? Da dove vengono le risorse con cui una ragazza appena maggiorenne è entrata in una società che gestisce un ristorante dai costi evidenti, in un settore che da anni, a Roma, è uno dei terreni classici del riciclaggio? È la stessa domanda a cui stanno provando a rispondere gli investigatori. E più la domanda resta aperta, più il quadro si complica per chi, come Delmastro, ha provato a raccontare la sua partecipazione societaria come un incidente di percorso sanabile con un’uscita tempestiva.
Già, perché la tempistica è tutto. Il sottosegretario ha sostenuto di avere ceduto le quote non appena compresa la reale identità del contesto con cui aveva a che fare. Ma il problema è che quella versione cozza contro un fatto molto semplice: Mauro Caroccia non era un signor nessuno ignoto ai radar. Era un nome finito da tempo nelle cronache giudiziarie romane, legato alle inchieste sul clan Senese, ai ristoranti indicati dagli atti come strumenti per ripulire denaro proveniente da droga, usura e altri affari illeciti. Non stiamo parlando di una biografia nascosta in un faldone irraggiungibile. Se ne era parlato ovunque, e con grande clamore anche per il coinvolgimento di Claudio Cirinnà, fratello dell’ex senatrice Monica Cirinnà, totalmente estranea ai fatti ma inevitabilmente finita nel cono mediatico.
Le foto, le cene e quel rapporto che Delmastro non può liquidare come un equivoco
E poi ci sono le immagini. Che, come spesso accade, fanno più male di molte dichiarazioni. Secondo la ricostruzione emersa in questi giorni, Delmastro avrebbe continuato a frequentare il locale anche dopo avere formalmente dismesso le sue quote personali. A fine gennaio partecipa a una cena con esponenti della polizia penitenziaria nella Bisteccheria d’Italia. In una foto compare sorridente accanto al sindacalista Raffaele Tuttolomondo. Alle loro spalle si vede il logo del ristorante. Non è una sfumatura. È la prova plastica che quel posto non era diventato improvvisamente un luogo tabù.
Il punto politico, qui, è persino più grave del dato societario. Perché Delmastro non è un semplice investitore privato finito in una brutta storia. È il sottosegretario alla Giustizia, cioè uno dei nomi più esposti del governo sul fronte delle carceri, della sicurezza, della legalità sbandierata come bandiera identitaria. Portare a cena in quel locale uomini e donne della polizia penitenziaria, vertici ministeriali, figure istituzionali, rende tutto ancora più esplosivo. Non solo per la compagnia societaria, ma per l’idea stessa di credibilità dello Stato. Il sospetto che emerge è brutale: un pezzo delle istituzioni è stato fatto accomodare in un ristorante su cui aleggiavano ombre tutt’altro che marginali.
E qui la difesa del “non sapevo” si assottiglia fino quasi a sparire. Nessuno può sostenere seriamente che Delmastro fosse a conoscenza di un’indagine coperta dal segreto. Ma è molto più difficile credere che non sapesse chi fosse Mauro Caroccia, soprattutto se esistono foto di loro insieme già nel 2023 e se il nome dell’imprenditore era stato rilanciato da tutte le principali testate italiane. Il problema non è giuridico, almeno per ora. È logico. Ed è proprio la logica, in questi casi, a diventare la vera accusa politica.
Le quote cedute, i contanti e quella società che adesso pesa come un macigno
C’è poi il capitolo, tutt’altro che secondario, dei passaggi societari. La 5 Forchette nasce formalmente a Biella nel dicembre 2024. Delmastro entra con il 25 per cento delle quote. Insieme a lui figurano altri nomi dell’area di Fratelli d’Italia piemontese, oltre a Miriam Caroccia. Il capitale iniziale è limitato, appena 2.500 euro versati su 10 mila di capitale sociale, ma il vero punto sta nei successivi passaggi di mano. Quando i soci biellesi escono e vendono il 50 per cento alla stessa Miriam Caroccia, negli atti si parla di pagamento in contanti. E di contanti si parla anche in altri passaggi, tranne che nel trasferimento della quota da Delmastro alla sua G&G, la società da lui controllata al 100 per cento, dove si specifica invece che il pagamento sarebbe avvenuto con mezzi tracciabili nel rispetto della normativa antiriciclaggio.
È un dettaglio che pesa. Perché disegna due mondi diversi dentro la stessa vicenda. Da una parte il sottosegretario che si copre con una struttura societaria schermante e un atto notarile tracciato. Dall’altra passaggi con denaro contante, senza certificazioni allegate del pagamento effettivo, in una società che ruota attorno alla figlia di un uomo finito da anni sotto i riflettori delle inchieste sul clan Senese. E se già politicamente tutto questo appare devastante, l’indagine su Miriam Caroccia trasforma quella opacità in qualcosa di ancora più serio.
Delmastro, Miriam Caroccia indagata: l’inchiesta sulla Bisteccheria d’Italia
Per questo il castello difensivo di Delmastro vacilla. Perché non basta più dire di essersi sfilato in tempo. Non basta più ribadire frasi di principio contro la mafia. Non basta neppure sostenere di essere estraneo alle indagini, cosa che allo stato attuale risulta. Il nodo vero è un altro: come ha potuto un sottosegretario alla Giustizia mettersi in società con la figlia di un nome così noto nelle cronache criminali romane, continuare a frequentare il locale, portarci uomini dello Stato e solo dopo raccontare di avere capito tardi?
È questa la domanda che resta sul tavolo. E finché non troverà una risposta convincente, la Bisteccheria d’Italia continuerà a essere molto più di un ristorante. Diventerà il simbolo di una prossimità imbarazzante, di una leggerezza che per un uomo delle istituzioni pesa come piombo e di una storia in cui, ogni giorno che passa, le ombre sembrano aumentare invece di ritirarsi.







