La frase che Giorgia Meloni consegna ai suoi, in queste ore, sembra fatta apposta per guadagnare tempo ma anche per far capire che il dossier è aperto: «Il Turismo? Non è mica il Viminale». È così che la presidente del Consiglio risponde ad alleati e dirigenti di Fratelli d’Italia che chiedono chi prenderà il posto di Daniela Santanchè. Non oggi, forse non nelle prossime ore, ma una decisione viene ormai data per inevitabile. E il punto, dentro il centrodestra, non è soltanto il nome del successore. Il punto è la strada politica che Meloni intende imboccare in una fase in cui la maggioranza, almeno sotto la superficie, appare molto meno compatta di quanto voglia mostrare.
Dopo il contraccolpo del referendum, infatti, a Palazzo Chigi si sono sovrapposti due ragionamenti. Il primo riguarda il rilancio del governo, che la premier prova a intestarsi anche sul piano comunicativo, come dimostra il messaggio sul decreto sicurezza e la promessa di continuare lungo la linea di “più sicurezza e più tutele per chi manifesta pacificamente”. Il secondo, assai più delicato, riguarda invece la possibilità di anticipare il voto. Un’ipotesi che non è ancora la preferita, ma che non può più essere liquidata come semplice chiacchiera di palazzo.
Elezioni a ottobre, la tentazione che agita la maggioranza
L’idea di chiamare gli italiani alle urne in autunno circola ormai apertamente nei vertici della coalizione. Meloni ne ha parlato venerdì sera con Matteo Salvini e Antonio Tajani, mettendo sul tavolo un orizzonte che non sarebbe quello estivo, troppo difficile da spiegare anche per via dello scenario internazionale, ma quello di ottobre. Una finestra che consentirebbe, prima del voto, di completare alcune caselle decisive: la nomina dei vertici delle partecipate tra aprile e maggio e l’approvazione della legge elettorale, che sta per approdare in commissione alla Camera dei deputati.
Il ragionamento politico è semplice quanto rischioso. Andare al voto in autunno permetterebbe di sfruttare subito un eventuale slancio e di ridisegnare gli equilibri parlamentari prima che la legislatura entri nel suo tratto più complicato. Ma c’è una controindicazione pesante: se dalle urne uscisse un risultato non risolutivo, il Paese si ritroverebbe comunque a dover affrontare una legge di bilancio difficile, in un quadro politico ancora più fragile. È il tipo di scommessa che attira i falchi e spaventa i prudenti.
A Palazzo Chigi, almeno per ora, il voto anticipato non sarebbe la prima opzione. Tuttavia il tema è sul tavolo, eccome. Non solo perché una parte di Fratelli d’Italia lo spinge apertamente, ma anche perché la maggioranza ha capito che il ciclo politico si sta stringendo. La premier, in questo quadro, ha chiesto ai partner di non fare bizze sulla riforma elettorale e di accelerare. Forza Italia, secondo quanto trapela, sarebbe già convinta. Salvini avrebbe dato un via libera di massima, pur dovendo fare i conti con il malumore delle regioni del Nord, dove gli uninominali restano molto più popolari.
Il caso Santanchè e il rimpasto che può far saltare gli equilibri
È però sul rimpasto che le tensioni diventano concrete. Perché se è vero che il ministero del Turismo non ha il peso simbolico del Viminale, è altrettanto vero che ogni spostamento dentro l’esecutivo rischia di alterare gli equilibri tra i partiti e persino tra le correnti degli stessi partiti. E qui Meloni si muove in una strettoia.
Dentro Fratelli d’Italia, il partito viene descritto come una pentola a pressione. C’è chi non escluderebbe di cedere il Turismo a Luca Zaia, soluzione che darebbe un segnale di apertura alla Lega e riequilibrerebbe qualche rapporto interno alla coalizione. Ma c’è anche chi, a partire da Giovanbattista Fazzolari, non vorrebbe lasciare quel dicastero al Carroccio e spinge invece per una figura meloniana, possibilmente del Sud. Il nome che circola con più insistenza è quello di Nello Musumeci.
Il problema è che ogni casella si porta dietro un effetto domino. Forza Italia non gradirebbe un rafforzamento della Lega nell’esecutivo, perché finirebbe per perdere ulteriore peso rispetto agli alleati. Un’altra ipotesi presa in considerazione sarebbe quella di spostare Adolfo Urso dal ministero delle Imprese al Turismo, anche per rimettere mano a rapporti considerati ormai faticosi con il mondo industriale. Ma Urso, secondo quanto filtra, non ne vorrebbe sapere. E la Lega, in questo momento, non avrebbe alcuna voglia di intestarsi il ministero delle Imprese.
Non a caso, nelle ultime ore sia Francesco Lollobrigida sia Marcello Gemmato hanno provato a raffreddare il clima, escludendo l’idea di un vero rimpasto. Una formula che somiglia molto a un tentativo di contenimento: meno si allarga il giro, meno aumenta il rischio che tutto diventi ingestibile.
Il Quirinale, la legge elettorale e la partita vera di Meloni
C’è poi un altro convitato di pietra che tutti tengono presente e che nessuno può permettersi di ignorare: il Quirinale. Il nodo non è solo politico, ma anche istituzionale. Secondo fonti parlamentari, il Colle potrebbe non accettare un riassetto troppo ampio dell’esecutivo senza un passaggio parlamentare, e dunque senza l’apertura di uno scenario da “Meloni bis”. In altre parole: un conto è sostituire un ministro o spostare una pedina già presente nel governo, altro conto è ridisegnare la geografia dei dicasteri come se nulla fosse. Il margine, se davvero ci sarà, sembra insomma piuttosto stretto.
Anche per questo la settimana della premier, formalmente libera sul piano dell’agenda istituzionale, sarà in realtà occupata da una raffica di incontri e valutazioni. Meloni deve capire se la strada giusta sia un rilancio politico immediato, con qualche ritocco limitato e un’accelerazione sulla legge elettorale, oppure se convenga iniziare a costruire davvero la prospettiva del voto anticipato. La tentazione di un ultimo appello all’opposizione, magari sul tema delle preferenze tanto caro a Elly Schlein e Giuseppe Conte, rientra in questo schema: tentare una mossa che scarichi sugli avversari il peso dell’eventuale rottura e consenta alla maggioranza di presentarsi come quella che almeno ha provato a chiudere il dossier.
Nel frattempo, gli alleati si muovono. Salvini riunirà la segreteria della Lega a via Bellerio e il tema elezioni sarà inevitabilmente sul tavolo. Tajani, invece, si prepara a vedere Marina Berlusconi nel fine settimana, in un momento in cui anche Forza Italia deve misurare le proprie tensioni interne. Intorno a Meloni, dunque, non c’è solo la gestione del caso Santanchè. C’è una maggioranza che sta entrando in una fase in cui ogni scelta pesa il doppio: per il suo effetto immediato e per il messaggio che manda a tutti gli altri.
Perfino la partita dei sottosegretari e delle seconde linee racconta questo nervosismo. Per il posto lasciato libero da Andrea Delmastro alla Giustizia circolano i nomi di Sara Kelany e Carolina Varchi. Ad Annalisa Imparato, pm schierata per il sì al referendum, potrebbe invece andare la guida di un dipartimento. Piccole mosse solo in apparenza. Perché quando una coalizione comincia a misurare anche gli incarichi minori con il bilancino, significa che la fase politica si è fatta davvero delicata.
La verità, alla fine, è che Meloni sta cercando di tenere insieme due esigenze opposte. Da una parte evitare che la sconfitta referendaria apra una stagione di logoramento. Dall’altra non farsi trascinare in una soluzione affrettata che potrebbe complicare ancora di più gli equilibri della maggioranza. Per questo prende tempo. Ma è un tempo breve. E ormai, dentro il centrodestra, lo sanno tutti.







