È durata lo spazio di una riunione, forse anche meno, l’idea più spericolata partorita dal fronte del Sì al referendum sulla riforma della magistratura: coinvolgere Fabrizio Corona come testimonial della campagna. Una proposta talmente divisiva da essere archiviata quasi prima di essere formulata, sotto il veto netto dei “giuristi” del comitato.
La scena si svolge all’interno del comitato “Sì riforma”, organismo che si presenta come espressione della società civile ma che, nei fatti, è supervisionato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Un gruppo alla ricerca di visibilità e consenso in vista di un appuntamento referendario che si annuncia polarizzante, con il No sostenuto apertamente dall’Associazione nazionale magistrati e da un fronte ampio di artisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo.
Il problema del Sì è duplice: politico e finanziario. Da un lato, l’esigenza di non lasciare il campo mediatico interamente agli avversari; dall’altro, la scarsità di risorse. Il comitato è presieduto dall’ex giudice della Consulta Nicolò Zanon ed è guidato dall’ex direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che alla presentazione al Senato ha chiarito la linea: autofinanziamento, donazioni spontanee, nessuna grande macchina elettorale.
Da qui l’idea di puntare sui volti “pop” e sugli influencer, privilegiando il digitale. Per questo viene coinvolto Pietro Dettori, ex figura chiave della piattaforma Rousseau e già collaboratore strettissimo di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. È lui a lavorare sull’ipotesi di una campagna agile, aggressiva sui social, capace di parlare a un pubblico che non frequenta i convegni giuridici.
Due settimane fa, raccontano fonti parlamentari, il tema dei testimonial finisce al centro di una riunione interna. Chi può metterci la faccia? Chi può portare visibilità senza trasformarsi in un boomerang? Nel totonomi entra anche Fedez, nome che circola nei retroscena ma che, alla fine, non porta a nulla: il cantante non viene contattato e la pista si raffredda da sola.
È a quel punto che, secondo le ricostruzioni, Dettori e Sallusti avanzano un’ipotesi ancora più dirompente. Coinvolgere Corona. La logica è semplice e spietata: spiazzare l’opinione pubblica, bucare il rumore mediatico, ottenere il massimo della visibilità al minimo dei costi. Un nome che garantisce reazioni immediate, nel bene e nel male.
Il risultato, però, è un gelo istantaneo. Alla riunione partecipano Zanon e due consigliere laiche del Csm che fanno parte del comitato: Isabella Bertolini, in quota Fratelli d’Italia, e Claudia Eccher, indicata dalla Lega. Per tutti e tre la proposta è irricevibile. Il messaggio, riferiscono i presenti, è univoco: “Non se ne parla”. Eccher sarebbe stata la più tranchant: “Se c’è lui, me ne vado io”. Fine della discussione, idea accantonata senza appello.
Eppure, al di là del veto politico e istituzionale, Corona non è estraneo al tema. Negli ultimi mesi ha più volte espresso pubblicamente il proprio sostegno alla riforma della giustizia e alla separazione delle carriere, schierandosi apertamente per il Sì. In un intervento video dello scorso novembre, seguito da centinaia di migliaia di utenti, aveva annunciato la sua scelta di voto e attaccato duramente il sistema delle correnti in magistratura, tema centrale del dibattito referendario.
Numeri alla mano, il suo pubblico è vasto: centinaia di migliaia di visualizzazioni per i contenuti dedicati alla riforma, milioni per altri video diffusi sui social. Dati che spiegano perché, almeno per qualche minuto, qualcuno abbia pensato di trasformarlo in un’arma comunicativa. Ma proprio quei numeri, uniti al suo passato giudiziario e alla sua figura iperpolarizzante, hanno reso la proposta politicamente indigeribile.
Così la “pazza idea” finisce nel cestino, lasciando però una fotografia nitida delle difficoltà del fronte del Sì: la necessità di emergere in una campagna dominata dal No e, al tempo stesso, il timore che ogni scorciatoia comunicativa possa trasformarsi in un boomerang istituzionale. In mezzo, un referendum che si giocherà anche – e forse soprattutto – sul terreno dell’immagine e della percezione pubblica.







