Forza Italia e Lega, è scontro sulla Consob: sarà perchè non vuole ballare?

Lo scontro tra Forza Italia e Lega, intorno all’inestricabile feticcio tecnocratico noto come Consob (l’autorità italiana di vigilanza del mercato finanziario), ha assunto nelle ultime ore la fisionomia di quelle schermaglie barocche in cui l’ira, rivestita dei più solenni attributi dello zelo istituzionale, si tramuta in dispute d’apparato, e l’argomentazione, ridotta a una sorta di manganello lessicale elegantemente cesellato, sembra destinata più a colpire l’avversario che a rischiarare l’oscuro paesaggio della realtà. Nulla di realmente nuovo, naturalmente; ma raramente la contesa aveva raggiunto una tale sublimazione scenica, un tale rigonfiamento retorico, un dispiegamento così laborioso di iperboli regolamentari da suggerire non tanto l’idea di una crisi politica quanto quella di una frenetica competizione per il monopolio dell’aria respirabile all’interno dei sacri palazzi del potere.

Forza Italia, con il consueto cipiglio di aristocrazia diseredata e, nondimeno, persuasa di detenere un diritto quasi ontologico all’egemonia, ha brandito il codice delle consuetudini come fosse un’antica spada cerimoniale: non per incidere, non per ferire realmente, ma per rammentare – in forma di gesto scenico – che la spada, se mai dovesse servire, resta pur sempre sua. La Lega, dal canto suo, ha risposto con una coreografia di inaudita energia, dove l’indignazione si muove come centrifuga perpetua, parola che rincorre parola, fino allo sfinimento.

Ne è scaturito un corpo a corpo lessicale degno delle antiche arene retoriche: una battaglia greco-latina condotta con avverbi volteggianti, subordinate tortuose e incisi parentetici, in cui ciascun contendere, più che affermare un principio, si è adoperato nel moltiplicare le sillabe e i giri sintattici.

Consob, oggetto del contendere, è rimasta immobile al centro del ring, simile a una divinità minore, invocata ma non ascoltata, un simulacro tecnico sul quale ciascuno ha proiettato la propria vocazione egemonica. Ente austero, discreto, quasi monastico nella sua ascesi regolatoria, si è trovato involontariamente trasformato in reliquiario conteso, in cui il valore non risiede più nella funzione, ma nella possibilità esibitoria del possesso.

Osservata da lontano, la scena assume contorni di irresistibile comicità tragica: due partiti, della stessa ala politica, che si accusano vicendevolmente di politicizzazione mentre politicizzano ogni atomo d’aria. Due apparati che invocano il merito mentre esercitano, con abile artigianato, l’antica arte dell’occupazione dello spazio simbolico. Due visioni del mondo che si confrontano con la stessa foga con cui due condòmini litigano per l’uso esclusivo dell’ascensore, convinti che il controllo dei pulsanti equivalga al dominio del destino.

Il tutto si consuma sotto lo sguardo perplesso dei cittadini, costretti ad assistere a una liturgia dell’ego partitico, a una coreografia ostinata dell’autoconservazione, nella quale la questione reale (la vigilanza sui mercati, la tutela del risparmio, la stabilità finanziaria) evapora come nebbia, sostituita da un clangore di dichiarazioni, smentite, contro-smentite, precisazioni, puntualizzazioni e postille.

E così, mentre il paese si dibatte tra salari evanescenti, inflazioni concrete e prospettive sempre più evanescenti, il ceto politico affina, con laboriosa e certosina dedizione, l’arte del diverbio ornamentale: ogni carica pubblica diventa un trofeo, ogni nomina una prova di forza, ogni comunicato una sonata di rancori e ambizioni, un componimento di contrappunti e fioriture retoriche degno delle migliori accademie del disaccordo.

Il paradosso che ne emerge è sottile e quasi metafisico: il vero oggetto del contendere, pare, non sia Consob, né il suo vertice, né la sua funzione, bensì il diritto, immortale e quasi trascendente, di continuare a esistere politicamente, sotto forma di conflitto perpetuo; perché, in assenza di un nemico – reale o immaginario – la politica italiana rischierebbe di scoprire, con sgomento, un silenzio troppo sincero per poter essere tollerato. E, forse, è proprio in questo silenzio che il cittadino potrebbe trovare lo spazio per interrogarsi su ciò che conta davvero, al di là delle schermaglie, delle iperboli e delle danze mancanti di Consob: tra la retorica ostentata e l’economia reale, esiste ancora la possibilità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che serve soltanto a occupare lo spazio del dibattito pubblico, mantenendo l’attenzione distante da ciò che conta davvero… 

Ernesto Mastroianni