Forza Italia nel caos, Tajani si sfoga e Marina Berlusconi muove le pedine: “Così il partito crolla”

Marina Berlusconi

In pubblico la parola d’ordine resta la solita: calma, riflessione, confronto. In privato, invece, il lessico è molto meno rassicurante. Dentro Forza Italia il clima è quello delle grandi crisi, quelle che nessuno vuole chiamare con il loro nome ma che tutti riconoscono appena entrano in una stanza. Il referendum perso ha fatto saltare i nervi, le dimissioni pilotate di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato hanno aperto una falla politica enorme, e adesso il partito di Antonio Tajani si ritrova in una terra di mezzo molto pericolosa: troppo scosso per fingere che non sia successo nulla, troppo fragile per affrontare a cuor leggero un vero congresso di resa dei conti.

Lo sfogo del segretario azzurro racconta bene il momento. Tajani, parlando con Gianni Letta, non usa giri di parole: andando avanti così, Forza Italia si distrugge da sola. È una frase pesante, perché detta non da un avversario interno o da un commentatore cattivo, ma dall’uomo che oggi guida il partito e ne rappresenta il volto istituzionale nel governo. E se perfino lui arriva a mettere in fila parole del genere, significa che la percezione della crisi è molto più avanzata di quanto si ammetta ufficialmente.

Tajani sente il terreno franare sotto i piedi

Il problema del leader azzurro è che non si trova soltanto a gestire una sconfitta politica. Si trova a governare una fase in cui ogni casella rischia di saltare. Il messaggio arrivato dalla famiglia Berlusconi dopo il referendum è stato chiarissimo: serve un rinnovamento radicale. Non un maquillage, non un cambio cosmetico di linguaggio, non l’ennesima manutenzione di equilibrio tra correnti e fedelissimi. Serve una scossa, e pure veloce.

Gasparri, in questo schema, è stato il primo segnale. La sua rimozione da capogruppo al Senato, sostituito da Stefania Craxi, ha dimostrato che quando Milano decide di intervenire può farlo in poche ore e senza troppi complimenti. Ed è proprio questo che ha cambiato il clima interno. Perché fino a pochi giorni fa molti pensavano che il richiamo al rinnovamento fosse il solito auspicio generico. Adesso hanno capito che, se necessario, può diventare una pratica chirurgica.

Tajani lo ha capito perfettamente. Per questo si agita, difende i suoi, prende tempo, prova a frenare un meccanismo che potrebbe travolgere altri nomi di peso. Il più esposto, adesso, è Paolo Barelli. Alla Camera, su 54 deputati, i veri difensori del capogruppo sarebbero appena undici. Gli altri osservano, tacciono, aspettano di capire da che parte tira il vento. È il classico silenzio da partito impaurito: nessuno vuole essere l’ultimo a restare abbracciato a un dirigente se dall’alto arriva l’ordine di cambiare.

Marina Berlusconi entra in partita e apre le consultazioni

Il vero centro della storia, però, non è a Roma. È a Milano. Ed è qui che il quadro si fa più interessante. Perché Marina Berlusconi, dopo aver già fatto pesare la propria influenza nella prima fase del terremoto interno, ora si prepara a incontrare personalmente Tajani e altri dirigenti di primo piano. Non una riunione simbolica, ma una serie di confronti che assomigliano sempre di più a consultazioni vere.

Il nome di Tajani resta naturalmente centrale, ma non è l’unico. Sul tavolo finiscono anche Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo, mentre il silenzio di alcuni ministri in questi giorni viene letto come il classico silenzio di chi sa che è meglio non parlare troppo prima di capire quale sarà la linea definitiva della famiglia. E questa è la parola chiave: famiglia. Perché Forza Italia, piaccia o no, continua a vivere dentro una doppia natura. È un partito, ma è anche un’eredità. E quando quell’eredità ritiene che il partito stia perdendo identità, peso e riconoscibilità, interviene.

A Milano il ragionamento pare semplice: così non si può andare avanti. Non basta sopravvivere. Non basta tenere in piedi l’impalcatura. Non basta restare in maggioranza e difendere qualche postazione. Forza Italia deve tornare a essere qualcosa di distinguibile, non una dependance stanca della coalizione. Deve recuperare freschezza, volto, energia. E soprattutto deve iniziare a selezionare una nuova classe dirigente.

Il nodo vero sono le liste del 2027

Qui si arriva al punto più politico, quello che spiega perché il nervosismo sia così alto. Dietro la guerra sui capigruppo e sulle poltrone non c’è soltanto una questione di immagine. C’è una questione di potere futuro. Le liste per le Politiche del 2027, infatti, passano anche da qui. Le scorse candidature furono gestite da Tajani insieme ai capigruppo. Cambiare i capigruppo, quindi, non significa solo cambiare il volto parlamentare del partito oggi. Significa cambiare chi domani avrà voce in capitolo nella selezione dei nuovi eletti.

Ed è precisamente questo che rende la partita feroce. Perché una nuova Forza Italia più giovane, dinamica e meno incrostata dalle vecchie logiche non nasce da un documento o da un convegno motivazionale. Nasce dal controllo delle candidature. Nasce da chi decide chi sale e chi scende, chi resta e chi sparisce, chi può ambire a un posto sicuro e chi invece deve iniziare a guardarsi attorno. Altro che dibattito ideale: qui si combatte sulla carne viva del partito.

Tajani, ovviamente, lo sa. E infatti difende Barelli anche per questo. Non è solo solidarietà personale, non è solo il rapporto familiare tra consuoceri, non è solo la voglia di resistere agli strappi. È anche la consapevolezza che, se saltano i capigruppo, salta un pezzo del suo sistema di controllo interno. E se salta quello, il suo ruolo di segretario rischia di diventare molto meno saldo di quanto dica il titolo formale.

Pascale fa da grillo parlante e mette il dito nella piaga

In questo scenario già abbastanza velenoso si inserisce anche la voce di Francesca Pascale, che pur essendo formalmente esterna al partito continua a far sentire il proprio peso grazie al filo diretto con Marina Berlusconi. Le sue parole circolano nelle chat azzurre con l’effetto di un cerino acceso gettato in una stanza satura di gas.

Quando attacca il sistema delle tessere definendolo fasullo, pilotato e utile solo a blindare la vecchia classe dirigente, Pascale non fa semplice polemica. Colpisce il cuore di uno dei meccanismi con cui l’apparato si autoalimenta. E quando paragona i numeri del tesseramento di Forza Italia a quelli di Fratelli d’Italia per dire che qualcosa evidentemente non torna, mette in discussione non solo l’organizzazione, ma la stessa credibilità del partito come corpo vivo.

Il passaggio più pesante, però, è quello in cui tira in ballo Silvio Berlusconi. Dire che questa situazione ne offende la memoria, per Forza Italia, significa toccare la fibra più sensibile di tutte. Perché toglie alla dirigenza attuale perfino lo scudo simbolico dell’eredità del fondatore.

Forza Italia ora deve scegliere se cambiare davvero o implodere lentamente

Il paradosso è che tutti, nel partito, sanno cosa andrebbe fatto. Il problema è che farlo davvero comporta vittime, tagli, scontenti, rotture. E allora ecco la tentazione eterna di rinviare, di mettere una pezza, di convocare una segreteria, di ascoltare i provinciali, di redistribuire qualche delega e sperare che passi la nottata. Ma stavolta la nottata non sembra così disponibile a passare da sola.

Lo dimostra anche il rimescolamento già avviato, con Simone Baldelli spostato dal settore comunicazione al centro studi. Piccoli segnali, certo, ma segnali che indicano una macchina già in movimento. Eppure il punto non è più il singolo incarico o il singolo nome. Il punto è se Forza Italia voglia restare un partito amministrato dall’abitudine o se abbia davvero il coraggio di sottoporsi a una cura drastica.

Perché la sensazione, oggi, è che il partito si trovi davanti a un bivio molto netto. O accetta una rifondazione vera, dolorosa e inevitabilmente conflittuale, oppure si trascina dentro una lenta consunzione in cui continuerà a esistere senza più incidere davvero, vivendo di rendita sul cognome che porta e sui posti che ancora conserva.

Tajani questo lo vede, e per questo si sfoga. Marina Berlusconi lo vede, e per questo convoca. Gli altri fingono di non vederlo, e per questo tacciono. Ma la sostanza non cambia: Forza Italia è entrata nella fase in cui il problema non è più se cambiare, ma chi pagherà il prezzo del cambiamento. E in certi partiti, si sa, è proprio lì che comincia la guerra vera.