Funerali di Bossi, Salvini contestato a Pontida per la camicia verde: “Mollala, vergogna”. L’ultimo strappo davanti al feretro del Senatùr

i funerali di bossi a Pontida

Funerali di Bossi a Pontida. Doveva essere il giorno del raccoglimento, della memoria, del lutto condiviso. Ed è stato anche questo, certo. Ma a Pontida, davanti all’abbazia di San Giacomo, nel giorno dei funerali di Umberto Bossi, è andata in scena pure un’altra cosa: la prova che il rapporto tra Matteo Salvini e una parte del vecchio popolo leghista resta una ferita aperta, profondissima, mai rimarginata. Basta una camicia verde, indossata dal segretario della Lega mentre sale i gradini della chiesa, per far saltare tutto. “Molla la camicia verde, vergogna”, gli urlano contro. Poi partono i cori: “Bossi, Bossi”. E ancora: “Vergogna”. Altro che accoglienza trionfale. Altro che partito compatto nel nome del fondatore.

La scena dice più di mille commemorazioni. Perché la contestazione non nasce da un dettaglio estetico, ma da ciò che quella camicia rappresenta. O meglio: da ciò che, per quei militanti, Salvini non può più rappresentare. Il verde, il sole delle Alpi, la liturgia di Pontida, il linguaggio della Lega delle origini, la rabbia territoriale, il mito padano. Tutto quello che il salvinismo, agli occhi di molti bossiani, ha prima sfruttato e poi svuotato. E così il funerale del Senatùr, invece di ricucire, mostra in piena luce la spaccatura. Anche Daniela Santanché e Mario Monti sono stati sepolti dai fischi.

A Pontida esplode la rabbia dei bossiani contro Salvini

Il punto è che a Pontida non c’erano solo curiosi o dirigenti venuti per dovere istituzionale. C’era il cuore antico della Lega. Militanti storici, nostalgici, amministratori cresciuti nel culto politico di Bossi, persone che in quel fondatore non vedevano solo un leader ma un’identità. E per molti di loro Salvini non è l’erede: è l’uomo che ha preso il partito, gli ha cambiato pelle, gli ha tolto il Nord dal petto e ci ha cucito sopra un’altra cosa.

A spiegare bene il clima ci ha pensato Roberto Castelli, leghista della prima ora, che non usa giri di parole. La Lega di Salvini, dice, “non è la Lega”. E ancora: l’eredità di Bossi “è stata tradita”. Parole che non cadono nel vuoto, perché attorno all’abbazia si respirava esattamente questo. Non il semplice dissenso verso un segretario discusso, ma il rancore di chi ritiene che il partito fondato da Bossi sia stato trasformato in qualcosa di irriconoscibile. Castelli rincara perfino sul simbolo: con l’arrivo di Salvini, sostiene, in via Bellerio “era proibito il verde”. E allora quel verde rimesso addosso proprio il giorno dell’addio al Senatùr appare a molti non come un omaggio, ma come una specie di appropriazione indebita.

È qui che il funerale smette di essere soltanto un funerale. Diventa un processo politico senza toga, celebrato in piazza dal popolo militante. Non serve un palco. Bastano i cori, le facce tese, le urla mentre il leader attuale della Lega prova a sfilare nel rito dell’eredità e si ritrova invece davanti chi gli dice, senza mezzi termini, che quella roba lì non gli appartiene.

Tra secessione, fazzoletti verdi e il ritorno della vecchia Lega

Il colpo d’occhio davanti all’abbazia era già, di per sé, un messaggio. Centinaia di militanti, striscioni, scritte, fazzoletti verdi con il sole delle Alpi, bandiere con il Leone di San Marco, slogan secchi come fucilate: “Secessione”, “Padania libera”. Sul cavalcavia all’ingresso di Pontida campeggiava uno striscione che sembrava arrivare da un altro tempo: “Una vita senza libertà non è vita. W Bossi”. È il lessico del fondatore, il vocabolario sentimentale del primo leghismo, quello che Salvini negli anni ha piegato, corretto, dilatato, nazionalizzato. Ma quel giorno, a Pontida, tornava tutto a galla nella sua forma più pura e più polemica.

Anche l’arrivo di Giorgia Meloni dice molto. La premier viene accolta da slogan contraddittori e rivelatori: da una parte “Giorgia, Giorgia”, dall’altra “Secessione, secessione”. È il segno di un mondo che non si lascia assorbire fino in fondo, nemmeno quando è al governo, nemmeno quando è dentro il potere. Un mondo che al funerale di Bossi non si presenta per fare passerella, ma per reclamare un’appartenenza perduta.

L’arrivo del feretro, accolto da un lungo applauso, con la corona di fiori bianchi e la bandiera del Sole delle Alpi adagiata sopra, ha rimesso tutti per un momento al posto giusto: quello del rispetto, del dolore, della memoria. Si è sentita perfino una cornamusa. Ma bastava spostare appena lo sguardo per capire che sotto quel rito solenne continuava a muoversi il sottotesto politico. Bossi, morto a 84 anni, univa ancora. Ma univa anche nel conflitto su ciò che la sua figura deve significare oggi.

Il vero nodo: chi può davvero dirsi erede di Bossi?

Salvini ha provato a parlare ai suoi e ai nostalgici affidandosi ai social, con una foto di trent’anni fa accanto al Senatùr e un messaggio pieno di parole identitarie: libertà, autonomia, territorio, lavoro, sacrificio, giustizia, sicurezza. Fino alla formula più evocativa di tutte: “padroni a casa nostra”. È un tentativo evidente di riallacciare il filo, di dire che tutto è cominciato lì e che lui, in fondo, quel filo non lo ha mai spezzato. Ma il problema è che una parte dei presenti non ci crede più.

Ed è questo il punto politico vero emerso a Pontida. Non la singola contestazione, non il coro, non l’insulto. Il punto è che l’eredità di Bossi non è pacificata. È contesa. Da una parte c’è la Lega di governo, quella di Salvini, dei ministeri, della linea nazionale, delle alleanze sovraniste, della mutazione genetica del partito. Dall’altra c’è un pezzo di vecchia base che continua a sentire il fondatore come una cosa propria e il presente come una deviazione. In mezzo c’è il corpo politico di Bossi, ancora capace di incendiare il senso di appartenenza più di qualunque congresso.

Lo si capisce anche dalle parole dei militanti più giovani, come Alessio, 28 anni, assessore in provincia di Venezia e coordinatore della Lega giovani del territorio, che dice di avere fatto politica proprio guardando un discorso di Bossi a Pontida. È un passaggio interessante, perché dimostra che il bossismo non è solo archeologia sentimentale per reduci, ma continua a funzionare come mitologia fondativa. E proprio per questo il tema dell’eredità fa così male. Perché non riguarda solo il passato, ma anche chi ha il diritto di parlare in suo nome.

Tra i presenti c’erano anche Giorgetti, Romeo, La Russa, Fontana, Tajani, Zaia, Borghezio. C’era insomma tutto l’arco di una destra e di una ex Lega che oggi ha occupato il potere o almeno le sue vicinanze. Ma l’immagine che resterà non sarà quella delle autorità. Sarà quella di Salvini in camicia verde accolto dai cori ostili, come un parente che si presenta al funerale di famiglia e scopre che una parte dei presenti non gli perdona nulla.

È una scena crudele, ma politicamente perfetta. Perché racconta in un istante il destino del bossismo dopo Bossi: tutti lo omaggiano, ma nessuno riesce davvero a possederlo fino in fondo. Neppure il segretario della Lega. Anzi, forse meno di tutti proprio lui. E così l’ultimo saluto al Senatùr si trasforma nel paradosso definitivo: l’uomo che più di ogni altro ha preso il partito si ritrova contestato proprio nel luogo sacro del suo fondatore. In mezzo al verde, ai cori, ai vecchi simboli. Come se Pontida, per un giorno, avesse voluto ricordargli una cosa semplicissima e feroce: Bossi era la Lega. Tutto il resto viene dopo.