Per Giorgia Meloni la giornata politica comincia da un punto che, in queste ore, pesa più delle polemiche: il tono. E il tono, dice la presidente del Consiglio, non può trasformarsi in una rissa permanente, soprattutto quando in gioco c’è un voto che riguarda la giustizia e, di riflesso, la tenuta delle istituzioni. Nell’intervista a SkyTg24, la premier prende le mosse dalle parole del presidente della Repubblica e le fa diventare il perno del ragionamento: Sergio Mattarella, spiega, ha pronunciato un richiamo «giusto» al rispetto fra istituzioni e, soprattutto, ha centrato il passaggio che riguarda il Csm. Qui Meloni è netta: «Ho trovato le parole del presidente della Repubblica giuste, credo sia giusto il richiamo al rispetto tra istituzioni, penso che sia giusto il passaggio in cui Mattarella dice che è importante che una istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe politiche».
Da quel punto, il discorso scivola sulla campagna referendaria e su ciò che, secondo la premier, sta accadendo sullo sfondo. Il cuore del messaggio è uno: tenere il referendum sul merito, evitando che diventi un regolamento di conti o un pretesto per colpire il governo. Il bersaglio è quello che Meloni definisce un tentativo di trascinare la consultazione in una “lotta nel fango”: «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui noi stiamo parlando. Vedo un tentativo di, diciamo, trascinarla in una sorta di lotta nel fango». E aggiunge la lettura politica di quel tentativo, cioè che sia funzionale a chi «ha una difficoltà ad attaccare una riforma» che in passato ha «per varie parti sostenuto e proposto». Qui il punto principale diventa la rivendicazione della riforma come scelta “di buon senso”, senza demonizzazioni e senza catastrofismi.
Il secondo pilastro del ragionamento è la descrizione della riforma in termini di obiettivo e metodo: una giustizia “più giusta”, un sistema che, nelle parole della premier, prova a sottrarre il merito dei magistrati al gioco delle correnti e mette un principio che definisce “banale” ma decisivo, cioè la possibilità che anche il magistrato, in caso di errore, sia valutato da un organismo terzo. È la frase che Meloni usa per fissare la cornice: «È una riforma che consente di avere una giustizia più giusta, che consente di liberare il merito dei magistrati anche dal gioco delle correnti, e che stabilisce un principio secondo me banale ma molto importante, cioè che anche il magistrato, quando dovesse sbagliare, verrà giudicato da un organismo terzo».
Da qui arriva il passaggio che la premier considera il più delicato sul piano comunicativo: separare il referendum dal destino del governo. Lo ripete in modo esplicito, con data e confine politico ben tracciati: «Votiamo le elezioni politiche tra un anno. Il 22 e il 23 di marzo non si vota sul Governo, si vota sulla giustizia». E insiste: «Il referendum non è un voto sul governo». Il senso è chiaro: chi prova a trasformare la consultazione in un “pro o contro Meloni” viene descritto come qualcuno che sta giocando una partita diversa da quella scritta sulla scheda.
C’è poi la pagina dei sondaggi e della partecipazione. Anche qui, il punto principale è la prudenza: «Questi sondaggi a 6 settimane dal voto lasciano un po’ il tempo che trovano». E, insieme, la rivendicazione di un principio: più partecipazione uguale più democrazia. Meloni la mette così: «Io credo nella democrazia, quindi più gente partecipa alle elezioni e più penso di aver fatto bene il mio lavoro. Ma credo che valga lo stesso per tutti i partiti politici». È un modo per togliere ossigeno alla solita narrazione di chi teme l’astensione e, contemporaneamente, per ribadire che la sfida si gioca sul contenuto.
Nel ragionamento della premier rientra anche un fenomeno che definisce ricorrente: ogni volta che si prova a mettere mano alla giustizia, dice, scattano “toni apocalittici”. Ma segnala un dato politico che considera significativo: «moltissimi magistrati che vediamo nei comitati sono per il sì al referendum», elemento che, nella sua lettura, dimostrerebbe che non si tratti di una riforma «fatta contro i giudici» ma per migliorare lo stato della giustizia. Anche qui il punto principale è la cornice: non “guerra alla magistratura”, ma intervento di sistema.
Dal fronte interno, l’intervista vira sull’estero e su un passaggio che Meloni dice di aver vissuto come inatteso. Il tema è la reazione del presidente francese Emmanuel Macron a un suo commento legato alla morte di Quentin Deranque a Lione. La premier dichiara di essere rimasta colpita: «Francamente mi ha molto colpito questa dichiarazione di Macron, non me l’aspettavo». E chiarisce l’intenzione: «Punto primo, perché la mia riflessione non è nello specifico sulla Francia». La linea che prova a tracciare è tra “ingerenza” e riflessione politica sul clima nelle democrazie occidentali.
Meloni dice di vedere un clima che non le piace «in Italia, in Francia, negli Stati Uniti» e richiama anche un precedente: «Ho commentato anche l’omicidio di Charlie Kirk quando fu, e non perché ci sia volontà di ingerire nei fatti altrui, ma perché credo sia una riflessione che le classi dirigenti devono fare su come si combatte un clima che può riportarci indietro di qualche decennio». In questa parte, uno dei punti principali è il riferimento alla storia europea e alle sue ferite, con il passaggio sui brigatisti rossi e l’asilo politico in Francia che Meloni cita per spiegare perché non abbia letto la questione come una provocazione verso Parigi: «Quindi voglio dire, io non l’ho vissuta come un’ingerenza».
Poi c’è Gaza e la partecipazione italiana al Board of Peace. Qui la premier insiste sul concetto di presenza: per un Paese mediterraneo, dice, la partita è troppo delicata per restare alla finestra. Descrive la riunione di Washington come un tavolo ampio – «la maggioranza dei Paesi europei», «tutti gli attori coinvolti nella regione» – e mette il punto principale sulla necessità di un «contributo coeso della comunità internazionale». Quando le chiedono cosa abbia portato a casa, cita un riscontro ricevuto dal ministro degli Esteri: Antonio Tajani. «Io ho parlato con il ministro Tajani e mi riferiva che è stata molto concreta, che era costruita su come implementare i vari punti del piano di pace». Ma, aggiunge, la consapevolezza resta: la tregua è fragile e «il lavoro è particolarmente complesso».
Dentro lo stesso dossier, Meloni elenca anche i canali di impegno italiano che, nelle sue parole, fanno “la differenza”: formazione delle forze di sicurezza palestinesi con l’apporto dei carabinieri, aiuti umanitari e disponibilità a valutare ulteriori forme di partecipazione «richieste». Il punto principale, qui, è la descrizione dell’Italia come attore operativo su più piani, non solo politico-diplomatico.
Sull’Iran, la premier prova a stare su un doppio binario: da una parte, l’obiettivo di impedire che Teheran si doti dell’arma nucleare; dall’altra, la necessità di evitare nuovi elementi esplosivi in un’area già fragile. E inserisce un dettaglio operativo: l’Italia ha già ospitato «presso l’Ambasciata omanita due turni di negoziazioni» ed è «disponibile a farlo ancora». Punto principale: disponibilità a fare da sede di negoziato e a «passare messaggi» perché si cerchi un accordo.
Sul dossier Ucraina, Meloni parla di passi avanti su più fronti: garanzie di sicurezza per Kiev, ricostruzione, un piano di pace con molte questioni che «sulla carta sono state risolte». Cita anche una proposta italiana come matrice del lavoro sulle garanzie: «disegnarle sul modello dell’articolo 5 del Patto Atlantico». Ma poi arriva lo scoglio che, nella sua lettura, blocca tutto: i territori. «Siamo molto lontani dal risolvere la questione principale che è quella dei territori, dove la Russia continua ad avere delle pretese che secondo me sono assolutamente irragionevoli». E ribadisce il concetto-chiave: la pace deve essere “giusta”, perché quando saltano le regole del diritto internazionale «si costruisce una situazione che può essere sempre solo più caotica».
Il ritorno in politica interna passa dal decreto bollette e dai numeri che la premier mette sul tavolo come punto principale: circa 5 miliardi di euro «per alleviare il costo delle bollette» per famiglie fragili e imprese. Indica una stima: per le famiglie fragili si arriverebbe a un taglio intorno ai 315 euro. E rivendica una copertura che definisce “segnale di redistribuzione”: aumento di 2 punti dell’Irap per le aziende che producono energia. «E anche questo credo che sia un segnale che va nel senso di una redistribuzione».
C’è infine la pagina delle emergenze territoriali: Niscemi, dentro lo stesso decreto, trattata «a parte» con un investimento di 150 milioni destinato, nelle parole di Meloni, soprattutto a demolizioni necessarie, messa in sicurezza e risposte a chi ha perso la casa, oltre al ripristino delle infrastrutture e alla lotta contro l’isolamento. Qui compare anche il riferimento al ciclone Harry e lo stanziamento complessivo per Sicilia, Sardegna e Calabria: 1 miliardo e 100 milioni, in aggiunta ai 100 milioni già previsti. Punto principale: tempi rapidi e operatività, con la nomina di un commissario straordinario indicato nel capo della Protezione Civile, per evitare che gli indennizzi finiscano in un limbo “di anni”.
In chiusura, la premier apre una parentesi più “istituzionale” e meno conflittuale, legata alle Olimpiadi invernali Milano Cortina: dice di ricevere complimenti da omologhi stranieri, capi di Stato e di governo che seguono i propri atleti e «ripartono tutti facendo enormi complimenti per l’organizzazione». Anche qui il punto principale è un’immagine: l’Italia che “stupisce” e che, almeno per una volta, si racconta senza bisogno di alzare la voce. Poi la politica torna a bussare, e resta lì, sullo sfondo, con tutte le sue partite ancora aperte.







