Il Vaticano si chiama fuori. E lo fa con una formula che, per stile e lessico, vale più di un comunicato. Poche frasi, pronunciate a margine di un bilaterale, sufficienti però a fissare una posizione politica. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha annunciato che la Santa Sede non parteciperà al Board of Peace per Gaza. Ma non si è limitato a dire “no”: ha aggiunto che la scelta italiana di essere presente come osservatore è, di fatto, la prova che qualcosa non torna.
«Il Vaticano non parteciperà al Board of Peace per Gaza. Poi abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore, evidentemente ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. La cosa importante è che si stia tentando di dare una risposta ma per noi ci sono delle criticità che andrebbero risolte». Il punto non è soltanto la distanza del Vaticano da un tavolo internazionale. Ma il modo in cui Parolin colloca l’Italia dentro quella distanza: Roma entra, sì, però da osservatrice. E “osservatrice” diventa la parola che certifica una prudenza istituzionale, quasi un freno a mano tirato. Non un’adesione piena, non un’investitura, piuttosto la volontà di esserci senza assumersi l’onere politico e giuridico di far parte del meccanismo.
Parolin ha parlato lasciando palazzo Borromeo, subito dopo l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Un contesto che rende il messaggio ancora più leggibile. Non è una considerazione astratta, è una presa di posizione pronunciata davanti a interlocutori italiani. Con un’attenzione evidente al ruolo che Roma ha deciso di ritagliarsi. E quando Parolin dice “abbiamo preso nota”, non sta facendo cronaca: sta mettendo un segnalibro diplomatico su una scelta politica.
Il segretario di Stato ha anche indicato una delle criticità che, per il Vaticano, andrebbero risolte. Il rapporto con le Nazioni Unite e, più in generale, l’architettura multilaterale che dovrebbe restare il perno nelle crisi internazionali. «Una preoccupazione è che a livello internazionale è soprattutto l’Onu che gestisce queste crisi», ha spiegato. È la sostanza del ragionamento. Se un organismo nuovo nasce e si muove come “alternativa” o “scorciatoia” rispetto all’Onu, allora il Vaticano vede un problema di metodo, prima ancora che di obiettivi. Non è un dettaglio tecnico, è un avvertimento sul terreno su cui si gioca la legittimità internazionale. Chi decide, con quali regole, e con quali rappresentanze.
Sullo sfondo resta anche il dossier ucraino, e qui Parolin usa parole ancora più nette, perché spoglie di retorica. Sempre a margine dell’incontro, il cardinale ha commentato lo stato dei tentativi di pace. «C’è parecchio pessimismo credo da entrambi le parti. Non ci sembra che ci siano progressi reali per quanto riguarda la pace, dopo 4 anni non ci sono molte attese». Il riferimento temporale è politico e morale insieme: quattro anni, dice Parolin, e la pace non si vede. È un modo per descrivere non soltanto l’impasse, ma la stanchezza di un sistema diplomatico che non trova varchi.
Dentro questa cornice, la scelta del Vaticano di non partecipare al Board of Peace su Gaza assume un valore più ampio: non è un “no” isolato, è coerenza con una linea che continua a rivendicare centralità del multilateralismo, ruolo dell’Onu, e prudenza verso tavoli percepiti come sbilanciati o incompleti. Parolin, infatti, non contesta l’idea di cercare “una risposta” – lo dice esplicitamente – ma mette in fila le condizioni: le criticità vanno risolte, i punti critici vanno spiegati.
Per la politica italiana, che ha deciso di essere presente come osservatrice, le parole del segretario di Stato vaticano funzionano da nota a margine. Non è una scomunica, ovviamente, ma è un distinguo che pesa: mentre Roma prova a stare sul tavolo senza entrarci davvero, il Vaticano esce dalla stanza e spiega perché. La vera frizione, in questa vicenda, non è tra chi vuole la pace e chi no: è tra i metodi con cui si prova a costruirla, e l’idea – implicita ma chiarissima – che bypassare l’Onu possa aprire più problemi di quanti ne risolva.
Resta adesso il punto politico che Parolin ha lasciato sospeso: quali siano, nello specifico, i “punti critici” che richiedono spiegazioni. Lui ne ha indicato uno, il ruolo delle Nazioni Unite. Gli altri non li ha elencati, ma li ha evocati abbastanza da far capire che, per la Santa Sede, non è una questione di sfumature: è una questione di impianto. E quando un cardinale abituato alle formule prudenti dice che servono “spiegazioni”, significa che, per una volta, la diplomazia ha già scelto da che parte stare.







