Il figlio di Licio Gelli e il referendum sulla giustizia: «Con il sì si realizzano le idee di mio padre». E la politica esplode

C’è un modo sicuro per trasformare un tema tecnico come la separazione delle carriere in una granata politica: basta che a rivendicarne la “paternità culturale” sia il figlio di Licio Gelli. Ed è esattamente quello che è accaduto. Maurizio Gelli, figlio del capo della P2, in un’intervista al Fatto Quotidiano ha dichiarato che con il sì al referendum sulla giustizia «si realizzano le idee portate avanti da suo padre». Una frase che, detta così, non è un’opinione: è un fiammifero acceso in una stanza piena di benzina.

Gelli rivendica un punto preciso: «Mio padre sosteneva che la politica italiana spesso si appropriava delle sue idee» e «la questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre». Quindi la conclusione, dichiarata senza giri: questo, sottolinea, «vuol dire che sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico».

Non si ferma lì. Anzi. Perché nella stessa intervista aggiunge un altro carico: «Mio padre aveva una mente acuta, con una grande visione della politica italiana: sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma». E quando il discorso scivola sul premierato e sulla riforma che Giorgia Meloni vorrebbe attuare, Gelli porta la conversazione su un terreno ancora più scivoloso: «La proposta di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale è una questione delicata che richiede un ampio dibattito. Vorrei ricordare che pure il presidenzialismo era già previsto nel Piano della P2».

Il risultato è immediato: la politica reagisce come reagisce sempre quando qualcuno pronuncia tre lettere che in Italia non sono mai “solo storia”. Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini affonda: «Il figlio di Licio Gelli offre una delle dichiarazioni politiche più limpide degli ultimi tempi: la riforma di Meloni e Nordio sta dando forma al piano di suo padre, Licio Gelli, il capo della P2».

Poi allarga la cornice: «Parliamo di quella organizzazione eversiva i cui vertici – come sancito dalla Corte di Assise di Bologna – furono tra gli organizzatori e finanziatori della Strage di Bologna. La P2 aveva messo nero su bianco il Piano di Rinascita democratica: un riassetto dei poteri che colpiva al cuore l’autonomia della magistratura. Non per garantire il giusto processo, ma perché la disarticolazione della magistratura era individuata come il cavallo di Troia per riportare l’ordine giudiziario sotto influenza politica, come ricorda la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2.

Oggi la riforma promossa da Giorgia Meloni e Carlo Nordio ripropone in maniera chiara quell’impianto, che piccona l’equilibrio tra i poteri e la nostra democrazia. Un progetto pericoloso che viene da molto lontano, da un passato oscuro che in Italia non vuole passare mai. E in cui, come dice suo figlio, è ancora attuale il copyright di Licio Gelli».

Dal Pd, Andrea De Maria chiede una presa di distanza esplicita: «Leggiamo oggi l’intervista di Maurizio Gelli, figlio di Licio Gelli, che rivendica la “lungimiranza” del padre per avere proposto la separazione delle carriere dei giudici e che apprezza l’operato del ministro Nordio. Cosa ha rappresentato la P2 nella storia d’Italia è noto: basta leggere le sentenze definitive sulla strage del 2 agosto. Lo avevo già chiesto in una mia interrogazione parlamentare e lo ribadisco oggi: i ministro Nordio e le forze politiche di governo dicano parole chiare sulla loggia P2 e si dissocino in modo netto da riferimenti di questo genere».

E poi c’è l’ultimo passaggio, quello che chiude l’intervista di Maurizio Gelli e che rimette sul tavolo una delle zone più buie della Repubblica: parlando delle novità emerse dai processi e del ruolo della P2 nella strage di Bologna, il figlio di Gelli afferma che «il padre ha sofferto enormemente a causa di alcune persone che lo hanno calunniato» e che «è essenziale continuare a cercare la verità su un episodio oscuro della storia».

In poche righe, il referendum sulla giustizia smette di essere solo un confronto tra garantismo e assetto delle toghe e diventa un campo minato di memoria, simboli, parole “proibite” e rimozioni italiane. Da una parte, l’idea che certe riforme abbiano radici lontane e per qualcuno “lungimiranti”. Dall’altra, la reazione di chi legge quella rivendicazione come una conferma politica, quasi una firma in calce.

La cosa certa è una sola: quando a intestarsi la “profetica attualità” di una riforma è il cognome Gelli, nessuno può più fingere che sia solo un dibattito tecnico. Non in questo Paese, non con questa storia. E non con un referendum alle porte.