Di fronte ai numeri snocciolati dal sottosegretario Sbarra – 600 milioni di investimenti in Calabria e decine di autorizzazioni uniche rilasciate – il messaggio è chiaro: la Zes sarebbe il motore che “ribalta la narrazione” sul Mezzogiorno e dimostra che il Sud oggi traina l’Italia. Una tesi suggestiva, politicamente efficace, ma che merita di essere esaminata con maggiore rigore.
Nessuno mette in discussione che la Zona economica speciale abbia introdotto strumenti utili: procedure più rapide, unificazione delle autorizzazioni, crediti d’imposta per gli investimenti. Sono leve importanti, soprattutto in territori dove la burocrazia ha storicamente rappresentato un freno. Ma il punto centrale è un altro: come si fa a stabilire che questi risultati siano merito quasi esclusivo della Zes e non, invece, dell’insieme di politiche straordinarie che da cinque anni stanno investendo il Mezzogiorno?
Il PNRR, da solo, muove una massa finanziaria enorme, con una quota significativa destinata alle regioni meridionali. A questo si sommano fondi di coesione, programmazioni europee ordinarie, incentivi nazionali e regionali. È dunque difficile sostenere che i 600 milioni di investimenti calabresi siano “figli” di un solo strumento, per di più relativamente giovane, senza una comparazione chiara tra le diverse fonti e senza una metodologia che distingua tra ciò che la Zes ha effettivamente generato e ciò che ha semplicemente facilitato.
C’è poi un secondo nodo: investimenti annunciati e investimenti realmente produttivi non sono la stessa cosa. Le domande di credito d’imposta e le autorizzazioni rappresentano un primo passo, non una garanzia. La vera misura del successo dovrebbe basarsi su quanti progetti si trasformano in imprese operative, su quanta occupazione stabile producono e su quale qualità del lavoro generano. Senza questi indicatori, il rischio è quello di scambiare un incremento amministrativo per una trasformazione strutturale.
Anche sul piano temporale serve cautela. Le politiche di sviluppo non producono effetti immediati: i risultati di oggi sono spesso l’esito di decisioni prese anni fa. Attribuire il miglioramento recente quasi esclusivamente alla Zes significa ignorare il peso cumulativo delle scelte precedenti e del ciclo straordinario di investimenti legato al PNRR.
Il punto, dunque, non è sminuire il ruolo della Zes, ma collocarlo nel suo giusto contesto. La crescita del Sud – quando c’è – nasce da un ecosistema di politiche, non da un’unica misura. Raccontarla come il successo di una sola leva rischia di trasformare un tema complesso in uno slogan.
Se davvero l’obiettivo è consolidare il rilancio del Mezzogiorno, servono meno proclami e più trasparenza sui dati: confronto tra strumenti, valutazioni indipendenti sugli impatti, analisi sulla qualità degli investimenti e sulla loro durata nel tempo. Solo così si potrà capire cosa sta funzionando davvero e cosa, invece, va corretto.
Il Sud non ha bisogno di narrazioni ribaltate, ma di politiche solide e verificabili. E, soprattutto, di una classe dirigente che sappia distinguere tra propaganda e realtà.
di Raffaele Florio







