“Imboscata” contro Salvini e stop ai soldi per Zelensky: i vannacciani Sasso, Ziello e Pozzolo portano la guerra interna della Lega dentro Montecitorio

A Montecitorio, quando la politica si fa teatro, il copione migliore è quello che pretende di essere storia. E ieri, nella giornata della fiducia sul decreto Ucraina chiesta dal ministro Guido Crosetto per l’invio delle armi a Kiev, i tre deputati reclutati dal generale Vannacci hanno scelto la parte che preferiscono: gli “incursori”, gli “arditi”, i “dannunziani” della trincea parlamentare. Con un obiettivo dichiarato e uno implicito. Quello dichiarato è fermare “soldi per Zelensky”. Quello implicito è molto più ambizioso: trasformare la spaccatura nella Lega in un fatto politico permanente, con tanto di bandiera, striscione e catena di comando.

Rossano Sasso, Edoardo Ziello ed Emanuele Pozzolo si muovono come un reparto: stessi passi, stesso perimetro, stesso gruppo. “Intruppati”, appunto. Nel Transatlantico, alla buvette, in cortile per una sigaretta. E poi insieme nell’emiciclo, inquadrati dalle telecamere del circuito interno: Ziello e Sasso in giacca e cravatta, Pozzolo senza. È l’immagine plastica di una corrente che vuole farsi corpo, non più semplice rumore di fondo.

Il primo colpo arriva dalla bocca di Ziello, ed è un colpo mirato a Matteo Salvini, non alla maggioranza, non agli avversari, non a un generico “sistema”. Salvini viene trattato come un capitano che ha sbagliato manovra e ora paga le conseguenze. «Il ministro Salvini è incoerente – dice – schiacciato dalle sue contraddizioni. Così si è infilato in una terribile imboscata, ancora più grave di quella che subì Varo a Teutoburgo». Non è solo una critica: è una delegittimazione in chiave epica, con il gusto di chi vuole umiliare l’ex compagno usando la retorica dell’eroismo tradito.

La parola chiave è “imboscata”. Non “dissenso”, non “distinguo”, non “posizione diversa”. “Imboscata”, cioè trappola, accerchiamento, sconfitta. E loro se ne vantano. «Abbiamo fatto cadere la Lega in una grande imboscata, peggio di quella di Varo a Teutoburgo», ripete Ziello più tardi, fuori dalla Camera, quando la scena si sposta dall’aula alla piazza e la politica torna a essere comizio.

È lì che i tre srotolano lo striscione che sintetizza la loro linea con la brutalità della propaganda: «Stop soldi per Zelensky. Più sicurezza per gli italiani». La parola “stop” è scelta apposta: è una linea rossa, non una sfumatura. E la giustificazione ideologica viene confezionata subito dopo, con una formula che guarda a Washington e, insieme, ammicca a un’idea di realismo geopolitico che in Italia ha sempre un retrogusto preciso. «Bisogna far prevalere l’approccio diplomatico, non bellico- sottolinea Ziello- come sta facendo il presidente Trump». Qui il messaggio è doppio: da un lato l’ombrello politico americano, dall’altro la rivendicazione identitaria di chi si presenta come l’unico vero interprete della “pace” contro la “guerra”.

Sasso rincara con un ragionamento che suona come una scorciatoia morale: «La pace conseguita oggi offrirà delle condizioni migliori rispetto alla pace conseguita tra uno, due, tre, cinque o dieci anni». È una frase che funziona bene in conferenza stampa perché sembra di buonsenso. Il problema, in politica estera, è che il buonsenso spesso è la maschera più elegante della resa, o almeno della rinuncia a spiegare come ci si arriva, a quale prezzo e con quali garanzie.

Cade qualche goccia di pioggia e Sasso si concede la battuta: «Primo punto stampa bagnato, primo punto stampa fortunato». La scena è studiata per essere ricordata: tre deputati, pochi ma rumorosi, che recitano il ruolo di avanguardia solitaria. E infatti, quando qualcuno obietta che “tre deputati son pochi” e che il progetto potrebbe non essere attrattivo, la risposta è un manifesto identitario: «Noi siamo avanguardisti e futuristi, la nostra non è un’operazione di palazzo, non abbiamo poltrone da offrire, ma solo coerenza». È la frase con cui si prova a trasformare la marginalità in purezza e l’isolamento in virtù.

Poi arriva l’annuncio che, più di ogni altra cosa, fa capire che non si tratta di una semplice sceneggiata contro Salvini. Il nome di Vannacci viene tirato dentro come garanzia e come minaccia: «molto presto» il generale verrà a Roma per mettere la faccia sull’operazione Futuro Nazionale. Non è un dettaglio: è la costruzione di una leadership esterna al Parlamento che detta la linea a chi in Parlamento ci sta. E viene detto esplicitamente anche sul voto di fiducia: sarà lui a decidere, o almeno a orientare. «Lo sentiremo domani e decideremo», spiega Ziello. La gerarchia è chiara: i deputati parlano, ma il capo è altrove.

In questa cornice, il paradosso più vistoso è quello che lo stesso testo mette in scena senza bisogno di commenti: Emanuele Pozzolo, definito “pistolero”, chiamato a vergare un emendamento contro le armi. È un cortocircuito politico e simbolico che loro trattano come una gag. Alla domanda finale, “Onorevole, ma proprio lei scrive un emendamento contro le armi?”, Pozzolo sorride e liquida tutto con una fuga: «Vabbè…ciao». La risposta perfetta per un tempo in cui l’ironia sostituisce l’argomento, e il personaggio mangia la politica.

Il quadro che esce da questa giornata, però, non è solo folclore. È una dinamica di potere. I tre “incursori” non stanno facendo un semplice distinguo sulla linea Ucraina: stanno usando quel passaggio per piantare una bandiera contro Salvini, chiamandolo “incoerente” e “schiacciato dalle sue contraddizioni”, e per accreditarsi come l’unico pezzo di destra che, a loro dire, non cambia idea, non arretra, non media.

L’operazione, nei fatti, è un test: misurare quanto rumore si può fare con pochi uomini, quanto spazio mediatico si conquista attaccando il segretario da destra, e quanta disciplina interna resta davvero nella Lega quando una sua parte rivendica di aver organizzato una “imboscata” in aula. Perché “imboscata” non è solo un’immagine: è l’ammissione di un metodo. Significa che l’obiettivo non è convincere, ma sorprendere e colpire.

E in tutto questo, c’è un’ultima contraddizione che resta sospesa, più pesante delle altre: la rivendicazione della “coerenza” mentre si annuncia che la linea la detterà un generale “molto presto” in arrivo a Roma. È una coerenza che, di fatto, chiede obbedienza. E a quel punto la politica non è più un confronto tra posizioni: diventa una prova di forza tra catene di comando, con Salvini nel mirino e un partito che, almeno per un giorno, viene raccontato dai suoi dissidenti come un esercito caduto “in una grande imboscata”.