Incollata alla poltrona: fino a quando Daniela Santanchè può restare ministra con tre fronti giudiziari aperti?

C’è un punto in cui la politica smette di essere difesa d’ufficio e diventa resistenza pura. È il punto in cui la domanda non è più “se”, ma “fino a quando”. Fino a quando Daniela Santanchè potrà restare incollata alla poltrona di ministra del Turismo mentre i fascicoli giudiziari si moltiplicano uno dopo l’altro?

L’ultima notizia arriva da Milano: la Procura ha iscritto la ministra nel registro degli indagati per bancarotta in relazione al fallimento di Bioera spa, società quotata del comparto biofood di cui Santanchè è stata presidente del Cda fino al dicembre 2021. Non un dettaglio tecnico, ma un’accusa che si aggiunge a un quadro già pesante.

Bioera è stata dichiarata fallita dal Tribunale civile il 4 dicembre 2024. Nella sentenza si legge che la società “si trova concretamente in stato di insolvenza”, con una gestione caratterizzata da “sostanziale assenza di ricavi” e “significative perdite operative”. Il dato più duro è quello del patrimonio netto contabile negativo: 8.098.684 euro al 30 settembre 2024. Un numero che pesa più di qualsiasi slogan.

La Procura, dopo aver ricevuto la relazione post-giudiziale, ha proceduto all’iscrizione a modello 21 circa due mesi fa. L’ipotesi più concreta è quella di bancarotta fraudolenta impropria, legata a presunti atti dolosi degli amministratori che avrebbero favorito il dissesto finanziario. Al momento non risultano contestazioni di distrazioni, ma l’inquadramento giuridico è ancora in fase di definizione.

Non è la prima volta che il nome della ministra finisce accanto alla parola “bancarotta”. Già nel 2024 era emersa un’indagine per il fallimento della Ki Group srl, sempre per lo stesso reato, assieme all’ex compagno Canio Mazzaro. Due società dello stesso comparto, due inchieste parallele che potrebbero essere riunite in un unico fascicolo.

E non è finita. Il 5 giugno scorso è stata dichiarata fallita anche Ki Group Holding. Se dalla relazione del liquidatore dovessero emergere profili penali analoghi a quelli già contestati, il rischio di un terzo filone per bancarotta è concreto. Sarebbe il tris, non più una coincidenza.

A questo si aggiungono le altre partite aperte. Il processo per falso in bilancio legato al gruppo Visibilia è già approdato in aula a Milano dopo un lungo iter. E resta sul tavolo del giudice dell’udienza preliminare il fascicolo per presunta truffa aggravata all’Inps per la gestione della cassa integrazione nel periodo Covid, con un conflitto di attribuzione finito davanti alla Consulta sull’utilizzo di intercettazioni e corrispondenza della ministra.

Tre fronti giudiziari distinti, potenzialmente convergenti, che disegnano una pressione crescente. Politicamente, la linea del governo è stata finora chiara: garantismo, nessuna dimissione in assenza di rinvii a giudizio o sentenze. Ma il problema non è solo giuridico. È politico e simbolico.

Daniela Santanchè non è una figura marginale: è ministra, parlamentare di Fratelli d’Italia, volto identitario della maggioranza. Ogni nuova iscrizione nel registro degli indagati non è soltanto un passaggio tecnico, ma un colpo alla narrazione di rigore e affidabilità che la maggioranza rivendica.

Il paradosso è che l’ultima notizia è arrivata proprio mentre la ministra inaugurava a Milano la Borsa Italiana del Turismo. Mentre si parlava di crescita, attrattività, numeri record. Fuori dal palco, però, il racconto è un altro: società fallite, patrimoni negativi, relazioni dei liquidatori, pm che valutano.

La questione ora è tutta politica: quanto può reggere una ministra con questo carico giudiziario? Quanto può durare la difesa a oltranza senza trasformarsi in un boomerang? Perché il garantismo è un principio, ma la tenuta dell’esecutivo è un equilibrio. E ogni equilibrio ha un punto di rottura.

Nel centrodestra nessuno, ufficialmente, parla di passo indietro. Ma le opposizioni alzano il tiro e la pressione mediatica cresce. Se le inchieste dovessero avanzare, se arrivassero contestazioni più circostanziate o richieste di rinvio a giudizio, la questione non sarebbe più solo personale.

La politica italiana ha già visto ministri dimettersi per molto meno e altri restare fino all’ultimo giorno utile. La differenza la fa sempre il contesto. E il contesto, oggi, è quello di un governo che ha costruito parte della propria legittimazione sulla parola “merito” e sull’idea di un cambio di passo rispetto al passato.

La domanda, allora, resta sospesa: fino a quando Daniela Santanchè potrà restare imbullonata alla poltrona? Fino a quando il peso dei fascicoli non supererà quello della convenienza politica? Per ora la linea è resistere. Ma in politica la resistenza è una strategia solo finché non diventa un problema più grande della soluzione.