In principio furono i rave party. Un’adunata nelle campagne di Modena, il riflesso pavloviano della politica e una promessa secca: “questa volta basta”. Il governo impugna il codice penale come una clava e ci infila un reato su misura, punibile – ma solo sopra i cinquanta partecipanti – con una pena da tre a sei anni. Nasce così la stagione della “sicurezza” scritta a colpi di emergenza: il caso di cronaca arriva, il decreto parte, la fanfara suona. Poi i rave continuano a farsi, e il primo dato di realtà si impone subito: la legge, da sola, non basta nemmeno a far sparire il fenomeno che l’ha generata.
Da quel momento, l’elenco si allunga come una ricevuta del supermercato. Una raffica di nuovi reati e aggravamenti di pena per condotte già punite prima, o punibili senza ingolfare i tribunali. L’unica fattispecie davvero soppressa, in tre anni di governo, è l’abuso d’ufficio: perfetto per i colletti bianchi e, in più, perfetto per aprire un contenzioso con l’Europa. È il paradosso che regge la “fabbrica”: si espande il penale dove fa consenso e si alleggerisce dove scotta.
Il meccanismo è industriale. Dopo che due ragazzi furono travolti e annegarono sul lago di Garda, ecco l’“omicidio nautico”. Un’etichetta nuova che suona come una svolta, un prima e un dopo, una stretta definitiva. Dopo l’uccisione dell’orsa Amarena nel Parco nazionale del Gran Sasso, spunta il reato per chi cattura gli orsi marsicani: solo quelli però, non i trentini. Per chi uccide un cerbiatto, stesso codice di prima. La penna, qui, non è neutra: seleziona la paura del momento e la trasforma in articolo, come se bastasse ribattezzare il dolore per renderlo gestibile.
Dopo la strage di migranti a Cutro, nel primo “decreto sicurezza” arriva un nuovo reato per gli scafisti. Peccato che, in nessuna parte dell’orbe terraqueo, chi traffica esseri umani si sia mai spaventato del codice penale. Neppure dei centri in Albania, che nella narrazione dovevano diventare la diga. Secondo i giudici, quel nuovo reato è inapplicabile. E quando la norma non cammina, si torna alla spiegazione preferita dal racconto populista: “colpa dei giudici”. Così la politica può restare dentro la parte comoda: l’annuncio, la stretta, il pugno sul tavolo. Se poi non cambia niente, si sposta il riflettore.
La storia, a quel punto, diventa un elastico. L’immigrazione non è politicamente governata? È perché le toghe “non lasciano fare”. I decreti non producono effetti? È perché qualcuno “saboterebbe”. E, come in ogni sceneggiatura che si rispetti, al nemico si dedica un capitolo a parte: una riforma della giustizia presentata come necessaria, ma vissuta da molti come una spedizione punitiva. Il messaggio è limpido: se la realtà resiste, si cambia il bersaglio.
Poi c’è Caivano. Dopo il terribile stupro di gruppo, la risposta torna quella: nuovi reati. Pubblica intimidazione con uso di armi, inosservanza dell’obbligo di istruzione. L’effetto concreto, però, è un aumento dei detenuti minorenni nelle carceri, senza che a questo corrisponda un progetto educativo adeguato o una reale possibilità di reintegrazione sociale. La repressione corre, la struttura arranca: e intanto si vende l’idea che “qualcosa” sia stato fatto, perché la parola “reato” pesa più di “prevenzione”, più di “percorso”, più di “tempo”.
Il secondo “decreto sicurezza” è il festival del panpenalismo. Occupazione abusiva di immobili – già sanzionata dal codice penale, ma con una vistosa eccezione di fatto, perché CasaPound sembra non essere mai soggetta agli sgomberi – aggravanti per chi commette reati nelle stazioni ferroviarie o metropolitane, rivolta anche pacifica nelle carceri o nei Cpr, blocco stradale o ferroviario col corpo e con gli striscioni, la cosiddetta norma “anti-Gandhi”. E poi inasprimenti di pena per chi imbratta i muri, carcere per donne incinte. Un pacchetto che sembra costruito con una logica semplice: se l’opinione pubblica si agita, la risposta deve essere più dura, più sonora, più visibile. Non necessariamente più utile.
Ora, dopo gli accoltellamenti nelle scuole, torna sul tavolo l’ennesimo pacchetto sicurezza. Era già vietato portare lame; adesso arrivano multe ai genitori e il divieto di comprarle sul web, norma difficilmente applicabile. In parallelo si annuncia una nuova stretta sull’accoglienza che, di fatto, già non c’è più e un allargamento delle maglie della legittima difesa. La sensazione è che si stia rincorrendo il fatto del giorno con la stessa logica con cui si rincorre un trending topic: non importa quanto regge, importa che si veda.
A spingere, con la determinazione di chi vuole intestarsi ogni bullone della narrativa “law and order”, è Matteo Salvini. Dopo l’assoluzione su Open Arms si è ringalluzzito e pare un ministro dell’Interno aggiunto. Per carità di patria lasciamo invece perdere il guardasigilli Carlo Nordio che, da ministro, firma tutto l’apparato “panpenalista” che criticava quando faceva il Cesare Beccaria della Laguna.
Sotto lo strato di slogan, resta un dato semplice: il diritto penale smette di essere l’extrema ratio e diventa la prima risposta, la più comoda da esibire. C’è un caso di cronaca, via con la legislazione mediatica tra le fanfare: la curva gradisce la musica cattivista, l’efficacia è scarsa o nulla, ma va bene così. Perché per il populismo, che fattura consensi sulle paure di fondo, è decisivo il racconto repressivo, non la risoluzione del problema.
E infatti il circuito si chiude sempre allo stesso modo: se una norma non funziona, non si ammette che era simbolica, si alza il volume, si promette un’altra stretta, si aggiunge un’altra aggravante. Intanto i processi aumentano, le carceri si riempiono, e la politica incassa il dividendo immediato dell’annuncio. È un baratto ripetuto: ti do l’illusione della sicurezza in cambio di un po’ di libertà, e quando l’illusione svanisce ne confeziono un’altra, con un nome nuovo e una pena più alta. E la domanda resta lì, ogni volta: quanto codice serve ancora prima di accorgersi che il problema non era la mancanza di reati?







