La politica artica italiana: perché il documento del Governo punta sulla sicurezza “integrata”

Il Documento Strategico sull’Artico, di 52 pagine, presentato dal Governo a gennaio 2026, segna un passaggio rilevante nel modo in cui l’Italia definisce il proprio ruolo in una regione che, pur lontana geograficamente, è sempre più centrale per gli equilibri globali. Non si tratta di una strategia militare in senso stretto, né di un piano settoriale limitato alla ricerca scientifica: il testo costruisce piuttosto una visione integrata, in cui sicurezza, scienza, ambiente, industria e cooperazione internazionale vengono letti come parti di un unico sistema.

Un aspetto particolarmente significativo del documento è il modo in cui viene affrontata la dimensione della sicurezza, evitando semplificazioni. L’Artico viene descritto come uno spazio che non è più solo laboratorio climatico o area di cooperazione scientifica, ma che oggi è interconnesso con la sicurezza euro-atlantica. Il rapido riscaldamento globale, la crescente accessibilità delle rotte marittime, la presenza di risorse strategiche e il deterioramento delle relazioni tra grandi potenze hanno modificato un equilibrio che, dopo la Guerra Fredda, aveva reso l’Artico un’eccezione relativamente stabile nello scenario internazionale.

Il documento riconosce esplicitamente che l’invasione russa dell’Ucraina, la militarizzazione della fascia artica russa, il rafforzamento del partenariato tra Mosca e Pechino e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO hanno cambiato il quadro. Tuttavia, l’Italia chiarisce di non voler perseguire una presenza militare autonoma o permanente nella regione. La scelta è quella di un contributo responsabile e proporzionato, coerente con il ruolo di Stato non artico, ma alleato affidabile in ambito NATO e UE e Osservatore del Consiglio Artico.

In questa impostazione, la sicurezza non è ridotta alla deterrenza. Il testo insiste sulla sicurezza come bene pubblico internazionale, che comprende la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza della navigazione, il monitoraggio ambientale, la tutela delle attività scientifiche e la prevenzione delle crisi. Da qui l’attenzione alla cosiddetta situational awareness: la capacità di osservare, analizzare e prevedere ciò che accade nella regione attraverso l’integrazione dei domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico.

È in questo quadro che si colloca il ruolo delle Forze Armate italiane, descritte soprattutto come abilitatori di sistema. L’Esercito, la Marina e l’Aeronautica sono chiamati a sviluppare competenze operative in ambienti estremi, a partecipare ad esercitazioni NATO e a supportare le missioni scientifiche. La Marina, in particolare, emerge come attore chiave nella dimensione artica, sia per la ricerca – con il programma High North – sia per la mappatura dei fondali e la sicurezza della navigazione.

Un elemento che distingue il documento è l’enfasi sul coordinamento nazionale. La strategia artica viene presentata come il risultato di una sinergia tra ministeri, Difesa, ricerca scientifica e industria. Non a caso, il testo richiama il ruolo del Tavolo Artico presso la Farnesina e del Comitato Scientifico per l’Artico, strumenti pensati per evitare approcci frammentati e garantire coerenza tra politica estera, sicurezza, ricerca e sviluppo economico.

In definitiva, il Documento Strategico sull’Artico non propone una svolta ideologica, ma una presa d’atto strutturata dei cambiamenti in corso. L’Italia si posiziona come attore che intende contribuire alla stabilità della regione attraverso cooperazione, diritto internazionale e capacità tecnologiche, consapevole che “ciò che accade in Artico non resta in Artico”. Una formula che, nel testo, non è uno slogan, ma la chiave per leggere l’Artico come uno dei luoghi in cui si giocheranno scelte decisive per la sicurezza e lo sviluppo delle prossime generazioni.