L’ultima conferenza stampa di Giorgia Meloni non è stata un semplice esercizio di trasparenza democratica, ma una vera e propria liturgia della reazione. Chi osserva i media non può limitarsi a pesare le risposte (spesso elusive o tecnicamente imprecise, come confermano i dati di fact-checking del 2025), ma deve guardare al “corpo” della premier, che in quell’aula ha messo in scena la definitiva trasformazione della leadership in performance identitaria.
Dall’analisi dei filmati emerge una postura che è ormai un marchio di fabbrica: i gomiti piantati sul tavolo, il busto inclinato in avanti, il volto che spesso scende al di sotto della linea del microfono. Non è la postura di chi accoglie il confronto, ma di chi occupa una trincea.
Mentre i giornalisti ponevano domande su temi cruciali — dal caso degli spyware ai rapporti con l’amministrazione Trump — la mimica facciale della Presidente (le famose “smorfie” o gli sguardi rivolti al soffitto) ha agito come un metamessaggio di delegittimazione. Ogni ruga d’espressione sembrava dire: “Ecco l’ennesima perdita di tempo dei soliti noti”. In termini massmediologici, questo si chiama disconferma: non nego l’argomento, ma nego il valore dell’interlocutore che lo solleva.
Quello che lei descrive come “basso livello culturale e politico” si manifesta mediaticamente attraverso un registro che potremmo definire populismo emotivo di ritorno. La tendenza a rispondere alle domande dei cronisti (come accaduto con la giornalista di Domani o del Corriere) non con dati, ma con il “sentimento” o con il sarcasmo, ricalca dinamiche tipiche delle sottoculture digitali.
È l’atteggiamento di chi non accetta la mediazione professionale della stampa. La reazione stizzita, quasi “adolescenziale” nel suo rifiuto di essere messa sotto esame, è una strategia calcolata.
C’è un punto che si chiama “identificazione” e consiste nel parlare come “una del popolo” che perde la pazienza contro “i professori” o “i giornaloni”. Poi c’è il “vittimismo strategico”, che consiste nel trasformare ogni critica in un attacco personale alla propria integrità (“Io ci metto la faccia”).
Ma la critica più severa che emerge dall’analisi dei media riguarda la scissione della personalità politica. Nello stesso evento, Meloni ha alternato momenti di pragmatismo quasi tecnocratico (sulla politica estera e la missione in Ucraina) a momenti di puro teatro domestico. Questa dicotomia suggerisce che il “basso profilo” non sia un’incapacità, ma una scelta di target. Meloni sa di dover apparire rassicurante a Bruxelles e Washington (dove la postura si fa eretta e il sorriso istituzionale), ma sente la necessità di apparire “insofferente” a Roma per non perdere l’aura di underdog. Il rischio, tuttavia, è che questa costante “stizza” proiettata sugli schermi italiani finisca per logorare l’immagine dello Stato, riducendo la Presidenza del Consiglio a una rissa da bar mediatico.
La conferenza stampa del 2026 segna un punto di non ritorno. Se la politica diventa solo una questione di “sguardi”, “smorfie” e “reazioni”, il contenuto scompare. Il disprezzo per l’interlocutore non colpisce solo il giornalista di turno, ma colpisce il diritto del cittadino di ricevere risposte serene. In questo scenario, la cultura politica viene sacrificata sull’altare dell’engagement emotivo. Resta da capire quanto a lungo un Paese possa essere governato attraverso l’estetica della tensione, prima che l’elettorato chieda, oltre alla performance, anche la sostanza del decoro.
Analizziamo ora con uno sguardo dall’estero. Un momento chiave è stato il netto rifiuto di Meloni alle ipotesi di pressione militare o economica degli Stati Uniti (sotto la nuova amministrazione Trump) sulla Groenlandia. All’estero, testate come “Xinhua” e “AP” hanno riportato una Meloni “ferma” e “baluardo del diritto internazionale”, una leader G7 che traccia una linea rossa davanti all’alleato americano. La sua postura è stata letta come sovranismo atlantista pragmatico. In Italia, invece, la stessa risposta è stata percepita da molti come l’ennesima prova di un atteggiamento “di sfida”, dove il tono secco e lo sguardo tagliente non venivano letti come fermezza diplomatica, ma come una reazione quasi personale e irritata a una domanda percepita come provocatoria. Il “basso livello” o l’atteggiamento “adolescenziale” che l’opinione pubblica colta le rimprovera è, per Meloni, una polizza assicurativa.
Se all’estero viene lodata come “il governo più solido d’Europa”, in Italia quel successo rischia di trasformarla nel volto dell’establishment. Per evitare di essere percepita come “una di loro” (l’élite), Meloni deve periodicamente “sporcare” la sua immagine istituzionale con le smorfie (Face-shaming preventivo). Quando un giornalista pone una domanda critica, Meloni risponde prima con il volto. Questo comunica alla sua base: “Guardate questi che domande inutili mi fanno mentre io mi occupo di geopolitica”.
Durante la conferenza, la reazione rabbiosa su una domanda riguardante la pressione fiscale serve a occupare lo spazio emotivo. Non conta il dato economico, conta l’energia della difesa.
La strategia di Meloni è una forma di equilibrismo mediatico estremo. Tuttavia, l’analisi critica evidenzia un punto di rottura: l’uso sistematico del disprezzo posturale verso la stampa italiana finisce per creare un vuoto di accountability.
Se ogni domanda scomoda viene declassata a “fastidio” attraverso una smorfia, il cittadino non riceve più informazioni, ma solo segnali di appartenenza. Il rischio è che, a forza di fare la “combattente” in casa e la “statista” fuori, l’opinione pubblica italiana finisca per vedere solo la “maschera della stizza”, perdendo di vista la sostanza dell’azione di governo, nel bene e nel male. “In massmediologia, quando il ‘come’ (la smorfia) copre sistematicamente il ‘cosa’ (la risposta), la democrazia si trasforma in un reality show identitario”.
di Gianfranco Donadio -Documentarista







