Guido Crosetto mette per iscritto ciò che da mesi circola nei palazzi della Difesa. Con una lettera inviata alla Camera dei deputati, il ministro annuncia che entro marzo presenterà un disegno di legge per la riforma delle Forze armate. Non una revisione marginale, ma un intervento strutturale che punta a ridefinire modelli, capacità operative e assetti complessivi dello strumento militare italiano, alla luce di un contesto internazionale descritto come radicalmente mutato.
Nella lettera, Crosetto chiarisce l’impostazione politica della riforma. «Il contesto che viviamo impone una riflessione profonda sullo strumento militare», scrive, spiegando che l’obiettivo è rendere la Difesa «più moderna, flessibile ed efficiente». Un percorso che, sottolinea, non sarebbe isolato ma in linea con quanto già avviato da molte nazioni alleate. Il messaggio è chiaro: la riforma non nasce da un’emergenza contingente, ma da una trasformazione di lungo periodo degli scenari di sicurezza.
Il ministro annuncia anche la creazione di un comitato di lavoro incaricato di redigere la proposta di legge. Il perimetro è ampio e tocca sia la dimensione operativa sia quella organizzativa: capacità operative, semplificazione delle procedure, gestione del personale. All’interno di questo quadro rientrano esplicitamente le forze di riserva e la cybersicurezza, indicate come elementi centrali per rafforzare la resilienza e la protezione del sistema difensivo nazionale. Crosetto insiste su un punto che considera decisivo: le Forze armate saranno coinvolte in tutte le fasi del lavoro, perché la riforma dovrà nascere dall’esperienza operativa e non essere un esercizio puramente teorico.
Uno dei pilastri del progetto riguarda l’istituzione di una riserva ausiliaria dello Stato. L’idea, come emerge dagli estratti, è quella di una forza volontaria composta da ex militari, militari in congedo, volontari in ferma prefissata e anche figure esterne come ex guardie giurate. Il numero ipotizzato è di circa diecimila unità, con una precisazione che il ministero tiene a ribadire: sarà il Parlamento a decidere entità e dimensioni finali. La riserva avrebbe un carattere “on demand”, con personale reclutato, formato e periodicamente addestrato, pronto a essere impiegato in situazioni di estrema gravità, come guerre, calamità o crisi internazionali, ma senza un impiego in prima linea.
Accanto alla componente militare in senso stretto, il progetto include anche personale civile qualificato. Vengono citati, ad esempio, medici in pensione e altre figure specialistiche, a conferma di una visione che punta sulle competenze oltre che sui numeri. L’obiettivo è costruire una riserva capace di intervenire in contesti complessi, dove l’emergenza non è solo bellica ma anche sanitaria, logistica o infrastrutturale.
L’altro elemento chiave della riforma è la creazione di una quarta forza, dedicata alla cybersicurezza, che si affiancherebbe a esercito, marina e aeronautica. Nel documento informale presentato da Crosetto al Consiglio supremo di Difesa lo scorso novembre, il ministro aveva parlato della necessità di formare tra le dieci e le quindicimila nuove unità nell’ambito delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, con un focus specifico sulla guerra ibrida. Di queste, circa cinquemila sarebbero destinate al solo ambito cyber, con un reclutamento che potrebbe coinvolgere anche giovani specialisti e hacker chiamati a mettere le proprie competenze al servizio del Paese.
Infine c’è il tema degli organici complessivi. Crosetto ha più volte criticato la legge 244, che fissa il limite del personale della Difesa a 170 mila unità, sostenendo che non sia più adeguata alle esigenze attuali. Oggi gli effettivi sono circa 160 mila, ma secondo il ministro il fabbisogno reale, alla luce delle nuove tensioni internazionali, richiederebbe un incremento di almeno 30-40 mila unità. È un passaggio che apre inevitabilmente un confronto politico e finanziario, perché implica risorse, carriere e una ridefinizione profonda della macchina militare.
Con l’annuncio del testo entro marzo, la riforma entra ora nella sua fase più delicata. Dalle linee guida si passerà alle norme, e sarà in Parlamento che si giocherà la partita decisiva su numeri, perimetro e assetti finali. Ma il segnale lanciato dal ministro è già netto: la Difesa italiana non può restare ancorata a modelli del passato, e la discussione, questa volta, non è più rinviabile.







