Giorgia Meloni ha un’ossessione politica che non fa nulla per nascondere: i servizi segreti. Li studia, li segue, li ridisegna. E soprattutto vuole che rispondano a una catena di comando chiara, saldamente ancorata a Palazzo Chigi. L’ultimo passo in questa direzione è arrivato con il via libera alla riorganizzazione del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, cuore del sistema di intelligence italiano.
In Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il comunicato relativo al decreto del presidente del Consiglio dell’8 gennaio, un atto che segna una cesura netta con l’impianto voluto nel 2022 dal governo Draghi. Il nuovo Dpcm entrerà in vigore tra quindici giorni e, dalla stessa data, verrà formalmente abrogato il provvedimento precedente. Non un semplice aggiustamento tecnico, ma un cambio di filosofia: meno frammentazione, più accentramento, maggiore capacità di indirizzo politico.
Il decreto del 2022 aveva rappresentato una piccola rivoluzione. In piena stagione di allarme per gli attacchi informatici e la guerra ibrida, Draghi aveva deciso di scorporare la cybersicurezza dal perimetro del Dis, creando un’agenzia dedicata e rafforzando al tempo stesso il ruolo di coordinamento del Dipartimento tra Aisi e Aise. Un modello pensato per specializzare le competenze e dialogare con le strutture europee e atlantiche.
Meloni ora torna su quella scelta. Non per cancellare l’Agenzia per la cybersicurezza, che resta in piedi, ma per rimettere il Dis al centro di una cabina di regia più forte. A Palazzo Chigi spiegano che l’obiettivo è evitare sovrapposizioni, accelerare i flussi informativi, ridurre le zone grigie in cui si annidano ritardi e conflitti di competenza. Tradotto dal burocratese: meno autonomie, più controllo politico.
Non è un mistero che la premier abbia sempre considerato i Servizi un tassello decisivo della propria agenda. Dalla guerra in Ucraina al caos in Medio Oriente, dal dossier migranti alle tensioni nei Balcani, fino alle interferenze economiche straniere, l’intelligence è diventata la bussola con cui orientare la politica estera e di sicurezza. E Meloni vuole essere l’ago di quella bussola.
Il nuovo assetto dovrebbe rafforzare il Dis come snodo tra le due agenzie operative, Aisi per l’interno e Aise per l’estero, e come interfaccia privilegiata con la presidenza del Consiglio. Più poteri di indirizzo, maggiore capacità di sintesi delle informazioni, un rapporto più diretto con il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. È la traduzione amministrativa di un’idea molto politica: l’intelligence non è un corpo separato, ma un prolungamento dell’esecutivo.
La mossa non è priva di implicazioni. Negli ambienti della sicurezza c’è chi teme un ritorno a logiche troppo verticistiche, con il rischio di comprimere l’autonomia tecnica degli apparati. Altri, al contrario, salutano il cambio come un necessario riallineamento dopo anni di sperimentazioni. Di certo il segnale è chiaro: l’era Draghi è archiviata anche nei dettagli più sensibili dello Stato.
Il tempismo del decreto non è casuale. Il 2025 si annuncia come un anno ad altissima tensione: dossier energetici, rotte del gas, cyberspionaggio industriale, elezioni in Europa e pressioni geopolitiche sul Mediterraneo. In questo scenario Meloni vuole un sistema di intelligence cucito su misura del proprio stile di governo, rapido nel riferire e altrettanto rapido nell’eseguire.
Resta da capire come reagiranno gli equilibri interni. Il Dis, negli ultimi anni, aveva costruito un ruolo quasi notarile, di raccordo più che di comando. Il nuovo Dpcm potrebbe trasformarlo in un vero e proprio centro decisionale, con un peso maggiore anche nella gestione delle crisi e nel rapporto con gli alleati. Un salto che richiederà uomini, procedure e soprattutto fiducia politica.
Non sfugge che la presidente del Consiglio segua personalmente ogni casella del settore. Nomine, promozioni, linee operative: nulla passa senza il suo via libera. Una attenzione che qualcuno definisce prudenza, altri diffidenza. Di certo, per Meloni, i Servizi sono il terreno dove si misura la sovranità reale di un governo.
Tra quindici giorni il nuovo assetto diventerà operativo. Allora si capirà se la riforma sarà solo un maquillage normativo o l’inizio di una stagione diversa dell’intelligence italiana. Per ora resta un dato: mentre la politica litiga su manovre e alleanze, a Palazzo Chigi si ridisegna silenziosamente la mappa del potere invisibile. E su quella mappa la firma è una sola.







