Marina Berlusconi alza il volume: “Mondadori è solida, Mediaset vola”. Su Corona: “Falsissimo? Noiosissimo”. Su Vannacci: “Non una gran perdita”

C’è un modo molto milanese di chiudere una porta senza sbatterla: la apri appena, fai entrare due frasi, poi la richiudi lasciando l’altro fuori con la maniglia in mano. Marina Berlusconi, intervistata dal Corriere della Sera, sceglie esattamente questo registro: tono controllato, frasi nette, messaggi che non hanno bisogno di alzare la voce perché fanno rumore da soli. E dentro quel rumore ci finisce tutto: la risposta a Fabrizio Corona e alle sue esternazioni, la causa da 160 milioni avviata da Mediaset, la fotografia del centrodestra, l’addio di Roberto Vannacci alla Lega, la stima per Antonio Tajani, l’attacco a Donald Trump e, in chiusura, il sì annunciato al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.

Il primo punto, quello più “aziendale” e insieme più politico, è la smentita secca del ruolo che le viene appiccicato addosso da anni: la “leader ombra” del centrodestra. Marina Berlusconi la liquida con una frase che suona come un’esasperazione elegante: “Ancora questa storia… il mio lavoro è un altro”. E subito dopo sposta il baricentro dove lo vuole lei: risultati, bilanci, numeri. “Mondadori è solida e si conferma un presidio di qualità e pluralismo; Mediolanum ha chiuso un anno record grazie all’ottimo lavoro di Massimo Doris”. E su Mediaset entra nel perimetro familiare e industriale: “Mio fratello Pier Silvio continua a fare numeri eccellenti, mentre il sogno di una tv europea con la testa in Italia è divenuto realtà”.

È il modo più diretto per dire che, prima dei retroscena, contano i conti. E che la narrazione della “regia politica” non le interessa: se proprio bisogna guardare a qualcosa, guardate alle aziende. Ma dentro questo schema, inevitabilmente, finisce il capitolo Corona. Perché nelle ultime settimane l’ex re dei paparazzi – come viene definito nel pezzo – si è rimesso al centro della scena attaccando la famiglia Berlusconi e Mediaset, e il gruppo di Cologno Monzese ha reagito per vie legali chiedendo 160 milioni di euro di risarcimenti.

Qui Marina Berlusconi non fa la parte di chi si offende. Fa la parte di chi svaluta. “Mi hanno costretto a vedere una puntata: devo dire che, oltre che falsissimo, l’ho trovato davvero noiosissimo. Comunque se ne stanno occupando i nostri avvocati”. È una frase costruita con due lame: la prima è sul merito (“falsissimo”), la seconda è sul valore (“noiosissimo”). In altre parole: non solo sarebbe inaffidabile, ma pure irrilevante. E subito dopo, di nuovo, il riportare tutto sul terreno che le conviene: non la rissa mediatica, ma le carte bollate. Se ne occupano i legali. Fine.

Poi c’è la politica, quella vera, che lei dice di non voler fare ma che inevitabilmente commenta. Marina Berlusconi ammette la normalità delle differenze dentro una coalizione, ma difende l’impianto: “È normale ci siano punti di vista diversi”, però “nel momento delle scelte” la maggioranza “è sempre rimasta compatta”. Una frase che suona come un invito a non montare il caso ogni volta che qualcuno starnutisce in Aula.

E qui entra Roberto Vannacci, con la sua uscita dalla Lega e l’ipotesi di un percorso autonomo. Marina Berlusconi non gira intorno: “Per come la penso io non sarebbe una gran perdita… Anzi, potrebbe essere una opportunità per liberare il centrodestra da pericolosi estremismi. Poi so benissimo che la politica deve anche fare i conti con le percentuali”. Il punto è tutto in quel doppio binario: da un lato l’idea che certi eccessi siano un fardello, dall’altro la consapevolezza – dichiarata – che la politica vive anche di numeri, e che i numeri non sempre premiano la moderazione.

Sullo sfondo, la sua lettura è lineare: gli estremismi fanno male “a destra come a sinistra”, e l’equilibrio rivendicato dalla maggioranza sarebbe anche una delle ragioni per cui “l’Italia ha recuperato una solida credibilità” grazie a una gestione “responsabile” dei conti. Ma quel passaggio non è una carezza: è un confine. Perché subito dopo arriva l’avvertimento, più da imprenditrice che da commentatrice: adesso “si apre la sfida più difficile: crescere”.

Quando si parla di Giorgia Meloni, la frase che resta addosso è quella più politica di tutte: Marina Berlusconi dice di “fare il tifo” per la premier “perché se vince lei, vince il Paese”. Anche qui: endorsement senza investitura, sostegno senza trono. Ma con una postilla pesante: “il rischio di scivolare c’è”, soprattutto per la “situazione internazionale” e i rapporti fra Europa e Stati Uniti.

Ed è a quel punto che entra Donald Trump. Marina Berlusconi lo descrive come un leader “caotico e inaffidabile” e rovescia un concetto che per decenni è stato quasi automatico nel discorso pubblico europeo: “Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze”. Poi la frase più dura: “L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”. Per lei, invece, è “legge del più forte, prevaricazione, affarismo”. E aggiunge due accuse che, dette così, hanno il peso di un j’accuse: il tentativo di “smontare” i sistemi di bilanciamento e controllo e “l’uso della violenza contro il dissenso”. Infine la politica estera descritta come “un tiro alla fune con tutti, compresi gli alleati storici”.

C’è anche un pezzo di lettura economica e tecnologica: secondo Marina Berlusconi, proprio in questo “Far west” Trump si sarebbe trovato “gli sponsor più generosi”, cioè i colossi Big Tech, perché “meno regole hanno, più guadagnano”. E qui torna la sua cifra: non l’indignazione astratta, ma la traduzione in dinamiche di potere, interessi, convenienze. Però chiude con una realtà che non concede alternative: anche se l’Europa non può “fare conto” su Trump, deve comunque “farci i conti”, perché “l’Occidente, senza l’America, non va da nessuna parte”.

Ultimo capitolo: il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Marina Berlusconi dice senza esitazione: “Voterò sì”. E specifica: non per “il mio cognome”, né per “spirito di parte”, ma perché lo considera “giusto”. Definisce la separazione delle carriere “necessaria” per garantire la “terzietà” dei giudici e parla di “occasione irripetibile”. Poi inserisce un passaggio personale e storico: sostiene che suo padre Silvio abbia subìto “un’inaccettabile persecuzione giudiziaria”, ma rivendica di non ragionare “per rivalsa”. Il bersaglio, dice, non sono i magistrati in quanto tali ma le “correnti”, e descrive il mercato delle nomine come un “gran bazar” di “cambiali” e “pagherò”.

In mezzo, una nota di politica interna: l’elogio ad Antonio Tajani, con un tono che sembra un messaggio anche ai malumori di casa. Per Marina Berlusconi, gli elettori di Forza Italia dovrebbero “solo esprimere gratitudine e apprezzamento” per ciò che Tajani ha fatto e continua a fare: “Ha tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo”. Poi l’ammissione che “comincia una fase nuova” e che il primo a saperlo sarebbe proprio lui.

Il filo che tiene insieme tutto è uno solo: controllo. Controllo del racconto, controllo dei confini, controllo del linguaggio. Marina Berlusconi entra nella mischia solo per spostare la mischia. Su Corona non fa la vittima e non fa la guerriera: lo riduce. Con Vannacci non fa diplomazia: mette un cartello di pericolo. Per Trump non si limita alla diffidenza: parla di prevaricazione. Sulla giustizia non gioca di sponda: dichiara il voto. E quando dice di non fare politica, in realtà sta facendo qualcosa di più efficace: sta scegliendo quali parole contano e quali, invece, meritano solo una sentenza breve. “Falsissimo”. E, peggio ancora, “noiosissimo”.