Marina Berlusconi parla e, come da copione, Forza Italia si mette sull’attenti. Non perché la presidente di Fininvest stia preparando una discesa in campo – anzi, la smentisce “ancora una volta” – ma perché ogni volta che la primogenita del Cavaliere decide di intervenire pubblicamente, il partito è costretto a misurare il peso delle parole e a capire dove soffia il vento di Arcore. Anche quando il vento arriva in forma di intervista, sobria nei toni e chirurgica nei messaggi.
Al Corriere della Sera Marina Berlusconi piazza tre chiodi, uno dopo l’altro. Primo: il suo sì al referendum sulla giustizia. Secondo: nessuna intenzione di “scendere in campo”. Terzo: la fotografia di una fase politica che cambia, indipendentemente dalle nostalgie e dalle rendite di posizione. E qui la frase che fa sobbalzare tutti, o almeno tutti quelli con l’udito ancora funzionante: dopo un grazie al segretario Antonio Tajani per aver “tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo”, Marina aggiunge che “adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro”.
È la formula più berlusconiana possibile senza essere Silvio: non un ordine, non una scomunica, non un ultimatum. Ma un’indicazione di rotta. E in un partito abituato a riconoscere i segnali più dei programmi, quell’“inevitabilmente” vale quasi più del resto. Traduzione pratica: basta gestire l’esistente, bisogna aprire la finestra. E quando la finestra si apre, qualcuno prende freddo.
La risposta interna, almeno quella immediata, è la più prevedibile: una pioggia di lodi. A raccogliere per primo il messaggio è Roberto Occhiuto, indicato come leader di una corrente interna che tiene insieme i “berlusconiani più accaniti”, quelli che non hanno mai smesso di considerare la famiglia il baricentro morale e simbolico del partito. Poi arrivano gli altri, uno dopo l’altro, come se l’intervista fosse una campagna elettorale lampo in cui l’unica cosa che conta è farsi vedere sul pezzo e non rimanere tagliati fuori.
Deborah Bergamini la definisce “grande imprenditrice liberale”. Maria Elvira Calderone parla di “onestà intellettuale e un rigore morale non comuni”. Giorgio Mulè sostiene che “con la sua lungimiranza indica la strada da seguire”. Alessandro Cattaneo alza ulteriormente il tono: “le sue parole sono un riferimento per tutti gli italiani”. Una standing ovation a distanza, con l’entusiasmo tipico di chi sente odore di baricentro che si sposta e, con lui, la geografia delle fedeltà.
Fin qui, l’immagine è quella di un partito compatto: Marina parla, gli azzurri rispondono. Ma è una compattezza piena di note a margine. Perché, dentro quella “pioggia di lodi”, due silenzi fanno più rumore di cento dichiarazioni. Mancano i due capigruppo, i due boiardi istituzionali di Forza Italia: Maurizio Gasparri al Senato e Paolo Barelli alla Camera. Non due qualunque. Sono i capigruppo. Sono le voci che, in teoria, traducono la linea politica in disciplina parlamentare. E sono anche, nella lettura corrente, i più vicini a Tajani. Il fatto che tacciano proprio dopo quel passaggio sulla “fase nuova” non è un dettaglio: è un messaggio nel messaggio.
La scena, infatti, è paradossale. Tutti applaudono la figlia del Cavaliere, tranne quelli che contano di più nel meccanismo interno quotidiano. Non perché siano contrari al referendum o alla linea garantista; il punto è un altro. È l’idea stessa di “novità”, parola che in politica è sempre bellissima finché non tocchi la poltrona di qualcuno. E a Forza Italia, dove il tema del rinnovamento è invocato come un mantra e praticato come un hobby domenicale, la frase di Marina suona come un richiamo: guardare avanti e “costruire il futuro” significa anche scegliere chi lo costruisce.
E qui entra Tajani. Che non può permettersi né lo scontro frontale con Arcore né l’immagine di immobilismo che l’intervista rischia di attaccargli addosso. Così fa la cosa più tajaniana possibile: parla per tutti e per nessuno, e prova a ricucire l’idea di rinnovamento trasformandola in una continuità già in atto. “Il rinnovamento di Forza Italia? Da quando sono segretario lo stiamo facendo. Quindi andiamo avanti, con l’elezione diretta della classe dirigente, a cominciare dal segretario, il vero rinnovamento è quello, non è una novità”.
È una risposta che funziona come un tappo: riconosce il tema, lo sterilizza, lo riporta dentro il perimetro controllabile. E prosegue: “Ci sono i congressi regionali, adesso – ha aggiunto – facciamo una campagna per il referendum, poi ci sarà il congresso nazionale che eleggerà il nuovo segretario che porterà il partito alle elezioni del 2027. Il rinnovamento è già in atto […] La novità è proprio questa, l’elezione di tutta la classe dirigente dal basso con gli iscritti. […]”.
Il concetto, detto brutalmente, è: cambiamo tutto, ma intanto restiamo così come siamo. Perché se il rinnovamento coincide con procedure congressuali già previste, allora il rinnovamento non è una scelta politica ma un calendario. Non è un cambio di passo, è un cambio di data. E soprattutto, non implica nessun gesto immediato su quei ruoli che, da tempo, vengono indicati come intoccabili. Compresi, guarda caso, i due capigruppo rimasti zitti mentre gli altri inneggiavano alla “fase nuova”.
Il retroscena che filtra, e che nel partito conoscono anche i muri, è che esiste una frattura tra Arcore e una parte della dirigenza, spesso identificata come “banda laziale”, per via della rete di potere costruita negli anni. Una frattura che non si consuma in pubblico con le parole “guerra” o “sfratto”, ma che si vede nelle omissioni, negli stop-and-go, nella scelta di non commentare quando tutti commentano. È la politica fatta di assenze: in certe giornate, non parlare è un atto molto più netto che parlare.
Ecco perché quell’intervista, letta come semplice dichiarazione sul referendum o come ennesima smentita della discesa in campo, rischia di far perdere il punto. Il punto è il segnale interno. Marina Berlusconi ringrazia Tajani, quindi non lo delegittima. Ma mette in circolo l’idea che la fase successiva è inevitabile, quindi non rinvia. E quando un “inevitabile” entra nella stanza, chi comanda davvero comincia a fare i conti: chi resta, chi si sposta, chi resiste, chi finge di non sentire.
Gasparri e Barelli, per ora, scelgono la strategia più antica: il silenzio. Tajani sceglie la più classica: “lo stiamo già facendo”. Il partito, nel complesso, sceglie l’istinto di sopravvivenza: applaudire chi ha il cognome più pesante di tutti, senza scoprire troppo il fianco sul resto.
Il risultato è un rinnovamento annunciato e immediatamente riportato sotto controllo. In attesa della prossima frase, del prossimo segnale, della prossima “fase nuova” che, a detta di Marina, non è un’ipotesi: è una cosa che arriva. Inevitabilmente.







