Un Salone degli Specchi che, per una volta, non riflette solo la liturgia delle occasioni ufficiali ma un’inquietudine concreta, quasi fisica. Sergio Mattarella riceve al Quirinale i vincitori del concorso per segretari di legazione, il primo gradino della carriera diplomatica, e sceglie di parlare a braccio. Non per concedersi divagazioni, ma per mettere un punto fermo: le regole costruite nel dopoguerra non sono un ornamento, sono una diga. E oggi quella diga, avverte, rischia di cedere.
«Evitare la barbarie nella vita internazionale». È l’espressione più netta, quella che resta addosso. Il presidente torna a difendere «il percorso compiuto dalla comunità internazionale» dopo la Seconda guerra mondiale e avverte che le conquiste raggiunte «sul piano della civiltà, e delle regole condivise» non devono essere né «dissolte, né cancellate». Non è un discorso astratto, né un richiamo generico alla buona educazione della diplomazia. È una presa d’atto: il contesto globale si è fatto scivoloso, instabile, e non basta più affidarsi all’inerzia delle abitudini.
Nel salone, Mattarella fa i complimenti ai futuri ambasciatori e li invita a «non deflettere mai dai principi che caratterizzano la nostra Repubblica, in contesti anche molto differenti da quello del nostro Paese». Anche qui la frase ha un doppio registro: l’orgoglio istituzionale, certo, ma soprattutto la consapevolezza che i contesti “differenti” non saranno solo esotici o complessi per prassi e protocolli. Saranno diversi perché le regole, in molti tavoli internazionali, vengono rimesse in discussione proprio da chi, per decenni, le ha promosse o garantite.
Il quadro, nelle parole del capo dello Stato, è «particolarmente difficile, fino a pochi anni fa imprevedibile». E in quel “imprevedibile” non c’è solo l’eco degli ultimi scossoni geopolitici, ma anche un riferimento esplicito al fattore che ormai domina ogni discussione europea: Trump. Il presidente collega il clima di oggi alla frattura che si è vista anche a Davos, dove la distanza tra Vecchio Continente e Casa Bianca si è mostrata senza molte cautele, come una fotografia improvvisa presa con il flash.
In sala, Antonio Tajani prova a tenere insieme i pezzi con una frase da manuale della necessità reciproca: l’Europa non può fare a meno degli Stati Uniti, ma anche gli Stati Uniti non possono fare a meno dell’Europa. È la sintesi classica dell’alleanza atlantica come interdipendenza. Ma la risposta di Mattarella, pur misurata, fa capire che la partita non si chiude con una formula: «Io reprimo l’impulso ad approfondire queste considerazioni», dice, eppure aggiunge che «si avverte il dovere a fare in modo che il percorso fin qui seguito non venga dissolto», che non si precipiti «nella barbarie».
Il presidente non pronuncia invettive, non cerca bersagli polemici. Ma il messaggio è limpido: quando le regole condivise smettono di essere condivise, il rischio non è una semplice “fase di tensione”. Il rischio è il ritorno a una logica di forza, a una diplomazia ridotta a ricatto, a rapporti internazionali trattati come contratti rescindibili in base all’umore del momento. In altre parole, il contrario di quel sistema di limiti, garanzie e prassi che ha tenuto insieme la comunità internazionale – con tutte le sue contraddizioni – per decenni.
Per Mattarella, in questa cornice, il perno non può che essere l’Unione europea. «L’Unione europea riveste un ruolo centrale per quanto riguarda la nostra vita internazionale e la nostra attività diplomatica». Non è una frase da europeismo di rito, ma un’indicazione operativa: «L’azione dell’Italia è inscindibile da quella dell’Unione europea e tutelarne coesione, prestigio, efficacia di posizioni è un’altra forma di tutela del nostro interesse nazionale, della nostra capacità di essere ascoltati nella vita internazionale». Tradotto in modo brutale: se l’Europa si sfalda, l’Italia smette di contare. E se l’Europa non è coesa, la voce italiana diventa più debole proprio nei tavoli in cui la forza si misura anche nella credibilità.
È qui che il discorso ai giovani diplomatici assume un peso ulteriore. Non è solo un augurio di carriera o un richiamo ai valori costituzionali. È una consegna politica nel senso più alto: la diplomazia, oggi, non è solo rappresentanza, ma difesa di un impianto di civiltà. E difendere quell’impianto significa resistere alla tentazione del “tanto cambia tutto”, alla rassegnazione per cui le regole si aggiornano in automatico e la storia si aggiusta da sola.
Mattarella, invece, suggerisce l’opposto: niente si aggiusta da solo, e quando le regole si dissolvono non si passa a un ordine nuovo, si scivola nel vuoto. Da quel vuoto, spesso, esce la “barbarie” di cui parla: non come insulto, ma come regressione. E mentre l’Europa osserva una Casa Bianca sempre più distante e valuta la propria capacità di reggere l’urto, al Quirinale il presidente rimette al centro un concetto che suona antico ma oggi è modernissimo: la coesione non è un sentimentalismo europeo, è un dispositivo di sicurezza. E in tempi “imprevedibili”, i dispositivi di sicurezza si capiscono solo quando smettono di funzionare.







