Giorgia Meloni è tornata dal Golfo con un messaggio che suona meno come una rassicurazione e più come un campanello d’allarme. Se la situazione nell’area dovesse peggiorare, ha ammesso la premier, anche l’Italia potrebbe ritrovarsi senza tutta l’energia necessaria. Tradotto: il rischio non riguarda soltanto il prezzo della benzina o delle bollette, ma la tenuta stessa degli approvvigionamenti in una fase internazionale che si sta facendo sempre più instabile.
Il punto è che, dietro la passerella diplomatica tra Doha, Abu Dhabi e Gedda, non si intravede alcun risultato concreto capace di mettere davvero in sicurezza il Paese. Molte strette di mano, molte dichiarazioni di sintonia, ma nessuna garanzia reale sul fronte del gas e del petrolio. E quando una presidente del Consiglio sente il bisogno di spiegare in video che, se il transito o la produzione si fermano, i prezzi aumentano per tutti, vuol dire che a Palazzo Chigi il livello di preoccupazione è già molto alto.
Hormuz è il vero incubo energetico dell’Italia
La prima grande minaccia ha un nome preciso: Stretto di Hormuz. È lì che si gioca una parte decisiva della partita energetica mondiale, ed è lì che la situazione appare sempre più fragile. Non a caso, al termine degli incontri con i partner del Golfo, da parte italiana è arrivata una formula netta: assicurare la navigazione in quel tratto di mare è “necessario e urgente”.
Il problema è che l’urgenza non basta. Se quel passaggio si restringe, rallenta o peggio si blocca, l’effetto sui mercati sarebbe immediato. Prezzi alle stelle, tensioni sulle forniture, ulteriore pressione su famiglie e imprese. E l’Italia, che già paga una cronica vulnerabilità sul terreno energetico, sarebbe tra i primi Paesi a sentirne il contraccolpo.
Meloni lo ha capito bene durante il suo giro mediorientale. Anche perché i suoi interlocutori, pur con sfumature diverse, avrebbero descritto uno scenario molto cupo. Arabia Saudita ed Emirati spingono per chiudere i conti con l’Iran, il Qatar resta più incline alla trattativa, ma su un punto sembrano tutti convergere: il quadro è pessimo e gli Stati Uniti non stanno mostrando una strategia chiara per uscirne.
Il Qatar ferito e il gas che non basta più
A peggiorare tutto c’è poi il secondo fronte, ancora più concreto. Gli attacchi agli impianti in Qatar hanno colpito direttamente una parte cruciale della filiera del gas. I due treni di liquefazione danneggiati a Ras Laffan incidono su quote importanti delle forniture dirette anche all’Italia. È un problema vero, materiale, non teorico.
Quel gas serve a noi, ma serve anche a giganti come Cina e Corea del Sud. Pensare che Roma possa ottenere corsie preferenziali in una situazione del genere appare poco realistico. Ancor di più dopo la dichiarazione di forza maggiore da parte di Qatar Energy, che di fatto certifica una fase di emergenza industriale e commerciale.
Il nodo è tecnico ma devastante nelle conseguenze: le grandi turbine distrutte non si rimpiazzano in pochi giorni e non si comprano dietro l’angolo. Sono prodotte soltanto in pochi Paesi, e finché non verranno sostituite qualsiasi ragionamento sugli approvvigionamenti rischia di restare appeso al nulla.
Meloni sotto pressione tra opposizione e prezzi
In questo contesto, l’attacco dell’opposizione era inevitabile. Elly Schlein ha scelto la linea più dura, accusando Meloni di subalternità a Donald Trump e chiedendole perché non riesca a dire una parola chiara per fermare l’escalation. L’affondo politico è semplice e brutale: mentre famiglie e imprese soffrono per i rincari, il governo non alza davvero la voce con i suoi alleati di riferimento.
La segretaria dem insiste anche sul terreno economico, sostenendo che Palazzo Chigi stia chiedendo all’Europa quello che non ha avuto il coraggio di fare in casa propria, cioè colpire gli extraprofitti energetici e mettere in campo misure strutturali come un tetto europeo al prezzo del gas.
Il colpo è politico, ma tocca un nervo scoperto. Perché la sensazione è che il governo si stia muovendo soprattutto in difesa, rincorrendo gli eventi invece di anticiparli. E quando la benzina minaccia di correre verso cifre insostenibili, il consenso comincia a tremare insieme ai mercati.
Sulla tassa extraprofitti la maggioranza è già spaccata
Come se non bastasse, proprio mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti firma con Germania, Spagna, Portogallo e Austria una lettera per chiedere una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, dentro la maggioranza iniziano subito i distinguo.
Forza Italia mette le mani avanti e fa sapere che attenzione: guai a presentare l’operazione come “l’ennesima tassa”. La linea azzurra è chiarissima: sì a un contributo straordinario, purché non sembri una punizione alle imprese. È il solito equilibrio da manuale, che però nei momenti di crisi rischia di trasformarsi in paralisi.
Ancora più netto il segnale della Lega, che invece di blindare l’iniziativa del suo stesso ministro dell’Economia torna a evocare la possibilità di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia. Una posizione che pesa politicamente, perché riapre una faglia interna al governo proprio nel momento in cui servirebbe una linea unitaria.
Una maggioranza che litiga mentre arriva la tempesta
Il punto politico è tutto qui. L’Italia si avvicina a una possibile emergenza energetica con una maggioranza che non riesce neppure a parlare con una voce sola. Meloni prova a presidiare il tavolo internazionale. Giorgetti cerca una risposta europea. Forza Italia frena sulle tasse. La Lega riapre il dossier russo. E intanto l’opposizione martella.
In mezzo ci sono famiglie, imprese, trasporti, industria. C’è un Paese che ha già conosciuto il peso delle bollette impazzite e che ora teme di ritrovarsi di nuovo davanti alla stessa scena, magari aggravata da una crisi geopolitica ancora più ampia.
Per questo il vero problema non è soltanto la guerra nel Golfo. È il fatto che l’Italia, davanti alla possibilità di una nuova ondata energetica devastante, appare ancora senza una strategia forte, condivisa e immediatamente leggibile. E quando la tempesta arriva, le ambiguità si pagano care. Carissime.







