Meloni osserva Forza Italia e aspetta Tajani alla prova decisiva: tra Berlusconi e la legge elettorale la maggioranza entra in zona turbolenta

Meloni e Tajani

Meloni osserva Forza Italia al varco. Classici silenzi, mezze frasi, smentite di rito e sospetti che continuano a girare nei corridoi del potere. Dentro Fratelli d’Italia, nelle ore in cui Forza Italia è attraversata da scosse interne tutt’altro che marginali, la linea ufficiale resta la stessa: non commentare, non alimentare, non farsi trascinare nelle dinamiche del partito alleato. Da Palazzo Chigi e da via della Scrofa si respinge tutto, si allontanano i retroscena come fossero fastidi estivi. Eppure, sotto la superficie, il nervosismo c’è.

Perché il punto politico è chiaro a tutti, anche se nessuno ha interesse a dirlo troppo apertamente: se Forza Italia si muove in modo disordinato, a traballare non è solo Antonio Tajani. A rischiare è l’intero equilibrio della maggioranza. E infatti, dietro la facciata del “non commentiamo vicende interne ad altri partiti”, tra i meloniani circola una lettura molto meno rassicurante. Un ministro della cosiddetta “Fiamma magica”, parlando con il Corriere, lo sintetizza senza troppi giri: Tajani, in questa fase, non esce rafforzato nella proiezione esterna, nonostante abbia tenuto in piedi un partito che in molti, dopo la morte di Silvio Berlusconi, consideravano destinato al ridimensionamento.

Meloni osserva le mosse di Forza Italia senza scoprire le carte

Il problema, per Fratelli d’Italia, non è solo il destino personale del vicepremier e ministro degli Esteri. Il problema è l’effetto domino che certe manovre possono produrre sul governo. Per questo, mentre ufficialmente si minimizza, ufficiosamente si ragiona in termini assai più severi. Il cambio dei capigruppo è già un segnale concreto. Al Senato si rafforza Maurizio Gasparri, alla Camera prende quota Enrico Costa al posto di Paolo Barelli. Non è un semplice riassetto organizzativo: è un passaggio che misura i nuovi rapporti di forza dentro Forza Italia e soprattutto il peso crescente della famiglia Berlusconi.

Da qui nasce la domanda che agita il centrodestra e che nessuno, per ora, vuole affrontare fino in fondo: qual è la vera strategia degli eredi del Cavaliere? Marina e Pier Silvio vogliono soltanto rimettere ordine in un partito percepito come troppo statico, o stanno provando a ridefinirne identità, leadership e collocazione? Nelle file di FdI si evita di alzare la voce, ma si ammette che il rapporto tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi è buono senza essere idilliaco. Esiste una consuetudine, c’è un canale, ma anche differenze evidenti su vari dossier, dai diritti alla visione dell’America di Donald Trump, fino ai grandi interessi economici.

Il caso Costa e il repulisti che agita gli azzurri

La scelta di Enrico Costa come nuovo capogruppo alla Camera viene letta come un punto di mediazione, ma anche come il segno di un cambio imposto dall’alto. L’assemblea dei deputati azzurri, secondo la tradizione forzista, dovrebbe procedere per acclamazione, senza voto formale, quasi a voler coprire con l’applauso una tensione che invece è palpabile. Paolo Barelli, figura storica e mal digerita dagli eredi di Berlusconi, paga un logoramento politico che va oltre il semplice avvicendamento. La sua uscita racconta una resa dei conti interna, un repulisti che Tajani subisce più che guidare.

Il problema adesso è dove collocarlo. L’ipotesi che circola porta al ministero delle Imprese, nel ruolo oggi occupato da Valentino Valentini come vice di Adolfo Urso. In questo schema, Valentini verrebbe spostato alla Cultura come sottosegretario. Ma anche qui la decisione finale non può prescindere dal via libera di Meloni. E questo rende ancora più evidente il punto: le scosse interne a Forza Italia non restano affari di casa azzurra, perché finiscono inevitabilmente per toccare gli equilibri del governo.

A rendere il quadro ancora più interessante, e per certi versi più inquieto, è la presenza di Gianni Letta al vertice di Cologno Monzese. Il fatto che fosse lì, chino sul bloc-notes a prendere appunti durante un incontro che tutto è stato tranne che una passerella di cortesia, ha riattivato fantasmi antichi nella testa dei dirigenti meloniani. Fantasmi che hanno a che fare con la natura governista di Forza Italia, con la sua storica capacità di stare nel potere e di riplasmarsi pur di non perderne il contatto.

La legge elettorale sarà il vero stress test della legislatura

Ma il vero banco di prova non sarà né il cambio dei capigruppo né il destino di Barelli. Il passaggio che Meloni osserva con più attenzione ha un nome preciso: legge elettorale. È lì che si capirà se Forza Italia intende restare disciplinatamente dentro il perimetro della coalizione o se, invece, vorrà usare il Parlamento per mandare segnali, pesarsi, magari perfino condizionare la rotta del governo.

A Palazzo Chigi il ragionamento è semplice e brutale. Se nel segreto dell’urna, magari su un emendamento delicato come quello sul ritorno delle preferenze, dovessero materializzarsi manovre impreviste, salterebbe non solo l’impianto della riforma ma anche la fiducia strategica che tiene insieme il centrodestra. Il rischio, in quel caso, sarebbe lasciare il Rosatellum fino al voto del 2027, con tutto ciò che comporta in termini di instabilità, trattative e spettro del “pareggione”.

Meloni osserva Forza Italia al varco

Per ora, gli uomini più vicini alla premier liquidano questo scenario come remoto. Non ci credono, dicono. O almeno fanno finta di non crederci. Ma il fatto stesso che se ne parli dimostra quanto la situazione sia fluida. E quanto il partito di Tajani, oggi, venga osservato non come un alleato tranquillo ma come un possibile epicentro di problemi futuri.

Il paradosso è tutto qui. Fratelli d’Italia continua a ripetere che non esiste Forza Italia fuori dal centrodestra, quasi fosse una legge di natura più che una scelta politica. Eppure, proprio mentre lo dice, mostra di temere che dentro quel partito si stia giocando una partita meno banale del previsto. Una partita che riguarda Tajani, certo, ma anche il ruolo della famiglia Berlusconi, il peso di Mediaset, la direzione futura degli azzurri e soprattutto la tenuta reale della maggioranza. Altro che semplice riassetto interno: qui il sospetto, mai confessato fino in fondo, è che ogni movimento in casa Forza Italia possa trasformarsi in un avvertimento per tutto il governo.