C’è una parola che Carlo Nordio ripete come se fosse una consegna interna: contenuti. Al Forum ANSA, il ministro della Giustizia prova a spostare l’asse della discussione dalla rissa al merito, e lo fa con un gesto che è insieme autocritica e avvertimento. “Abbiamo tutti esagerato nei toni”, dice, salvo aggiungere subito che “alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati”. La linea è chiara: abbassare la temperatura, senza arretrare di un millimetro.
Il Guardasigilli chiede che il confronto “avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti”. È un invito che somiglia a una tregua, ma non è una resa. Perché, a sentirlo parlare, il tema non è soltanto come si discute, ma chi detta l’agenda e chi rischia di perderla. Ed è qui che Nordio lega la polemica dei toni al cuore della partita politica: il referendum sulla riforma della giustizia. “Sono arcisicuro che vinceremo”, scandisce. E precisa anche un punto che, nella retorica di queste settimane, funziona da paracadute: “Il governo non ha paura di perdere”, perché “non ha bisogno… il Parlamento non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria”. Tradotto: il Sì viene presentato come scelta di sistema, non come plebiscito.
La cornice istituzionale è l’altro snodo. Nordio torna sulla polemica scaturita dalle sue parole sul Consiglio superiore della magistratura e prova a metterla in archivio. “Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il presidente della Repubblica” Sergio Mattarella. Il ministro dice di essere “dispiaciuto” perché l’intervento del Capo dello Stato, che dichiara di condividere e per cui ringrazia, è stato letto come un rimprovero per una frase attribuita a lui. E qui arriva la puntualizzazione che, in un dibattito dove ogni virgola pesa, diventa centrale: quella frase “effettivamente l’ho pronunciata io, ma non in quanto mia. Io avevo citato una espressione di un noto magistrato”. Il messaggio è doppio: rispetto pieno per il Quirinale e rivendicazione del proprio perimetro comunicativo.
Sul merito della riforma Nordio respinge l’accusa più frequente, quella di voler “limitare l’autonomia della magistratura o sottoporla al potere esecutivo”. “Vorrei sapere da dove traggono la conclusione”, dice, osservando che nel dibattito “ognuno ha i suoi testimonial, tutti rispettabili”. Poi insiste su un passaggio chiave: “Abbiamo elevato il pubblico ministero allo stesso livello del giudice, come indipendenza ed autonomia”. E chiede che si resti al testo: “Per ora nessuno può in buona fede sostenere che da questo testo si possa estrapolare qualcosa del genere”. È l’impostazione difensiva tipica di chi sa che la battaglia si vincerà sulla percezione del rischio: autonomia sì o autonomia no.
La promessa, però, arriva dopo. Nordio assicura che “quando gli italiani avranno confermato con il sì questa legge costituzionale”, “il giorno dopo” il governo aprirà “un tavolo di confronto, di discussione, di dibattito, di dialogo, con la magistratura, con l’avvocatura, con il mondo accademico”, per trovare nelle norme di attuazione “il più possibile elementi di incontro”. È un passaggio importante perché prova a disinnescare l’idea di una riforma calata dall’alto: l’impianto resta costituzionale, ma l’atterraggio tecnico viene promesso come condiviso. Con un paletto, però, che Nordio considera non negoziabile: le norme attuative “non potranno mai andare contro il dettato costituzionale” e vincoleranno tutti “al principio dell’assoluta indipendenza e autonomia della magistratura”.
Sul piano più personale e politico, il ministro alterna revisione e orgoglio. “Rivendico” tutte le frasi dette in campagna, dice, ma aggiunge che nella concitazione e senza interviste “scritte o registrate” spesso “le cose non vengono riferite in perfetta esattezza”. E ammette: “Se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato”. Per poi chiudere con una citazione che suona come un’assoluzione preventiva: “Il giusto pecca 7 volte al giorno… guai se pensassi che non sbaglio mai”.
Dentro questo quadro Nordio rievoca anche Tangentopoli, ricordando che nel 1994, mentre indagava sulla tangentopoli veneta, gli davano della “toga rossa”. Sottolinea di aver portato a processo, da “notoriamente liberale”, figure come Bernini e De Micheli. È un modo per dire: ho già attraversato stagioni di conflitto tra politica e magistratura, so cosa significa essere bersaglio e so dove porta l’escalation.
Poi ci sono i capitoli “operativi”, che funzionano come prova di governo. Sul decreto sicurezza approvato il 5 febbraio, Nordio spiega che non è ancora in Gazzetta Ufficiale perché “è in fase di bollinatura”, ma “escludo ci siano difficoltà”. E definisce la bollinatura “una procedura complessa, per me anche superata dai tempi”. Un messaggio di rassicurazione, con una frecciata burocratica.
Sull’obbligatorietà dell’azione penale, invece, Nordio mette il dito in un nervo scoperto: la disomogeneità tra procure nelle priorità investigative. “Ognuna fa quello che le pare”, osserva, citando l’esempio di procure che danno precedenza ai delitti contro le donne, altre ai colletti bianchi, altre all’ambiente. La riforma, dice, “non tocca l’obbligatorietà”, ma si cercherà “con il dialogo” un criterio “vincolante” sulle priorità. E l’invito alle toghe torna esplicito: “mettiamoci attorno a un tavolo”.
Il passaggio più politicamente carico è quello sul rischio opposto: “Se dovesse vincere il ‘no’”, afferma, sarebbe “una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica”. Qui la prudenza dei “toni pacati” lascia spazio a una lettura frontale del referendum come spartiacque di potere. Nordio teme che, se il No venisse interpretato politicamente grazie a un intervento “molto forte” della magistratura, la politica “in generale sarebbe sconfitta” e la magistratura si sentirebbe autorizzata a “continuare l’ipoteca”.
Infine, il punto più delicato per la percezione pubblica: la vicenda di Rogoredo e il tema dello “scudo”. Nordio taglia corto: “Lo scudo penale non esiste, è un’invenzione giornalistica, non c’è nessuna impunità”. La norma del decreto sicurezza, spiega, riguarda “non solo le forze dell’ordine ma tutti” e prevede che chi si trova in uno “stato di giustificazione” non debba “obbligatoriamente” essere iscritto nel registro degli indagati per potersi difendere. Ma aggiunge anche una frase che pesa perché mette un limite netto: “Se quel poliziotto ha sparato senza trovarsi in evidente legittima difesa anche io l’avrei iscritto nel registro degli indagati”. E denuncia un corto circuito comunicativo: “L’informazione di garanzia è diventata una garanzia di informazione” e il nome dell’indagato finisce subito sui giornali.
Il quadro che emerge dal Forum ANSA è quello di un ministro che prova a rimettere ordine nella forma, senza ammorbidire la sostanza. Chiede toni pacati, ma non rinuncia allo scontro di fondo: chi decide l’equilibrio tra poteri, chi imposta le regole del gioco, chi rischia di uscirne indebolito. In mezzo, una promessa: dopo il voto, un tavolo. Prima, una certezza rivendicata ad alta voce: “arcisicuro” del Sì.







