La miccia è una frase, ma l’esplosione è politica. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, intervistato dal “Corriere della Calabria”, aveva tracciato una linea netta sul referendum che riguarda la separazione delle carriere prevista dalla riforma Nordio: “È certo che per il No voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Parole che hanno acceso una reazione a catena nel centrodestra, trasformando il confronto sulla giustizia in uno scontro diretto tra potere esecutivo e magistratura. Il primo a intervenire è stato il presidente del Senato Ignazio La Russa, che si è detto “basito dalla grave dichiarazione”. Secondo la seconda carica dello Stato, l’affermazione del procuratore “oltre ad essere priva di verità, offende milioni di cittadini che non voteranno come lui”. La Russa ha parlato di toni che si alzano “e di parecchio”, auspicando un passo indietro da parte del magistrato.
Ma è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio a colpire più duramente, con una frase destinata a rimanere nel dibattito. “Sono sconcertato da quello che ho sentito, ma ancora di più da quello che è stato detto dopo. Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera”. Un’affermazione che, nella sostanza, rimette al centro uno dei cavalli di battaglia della riforma: l’introduzione di verifiche attitudinali per l’accesso in magistratura. Ma qui il riferimento è esplicito e personale.
Il nodo politico è chiaro. La consultazione referendaria ruota attorno alla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, punto qualificante della riforma voluta da Nordio. Gratteri da tempo esprime posizioni fortemente critiche su questo impianto. Tuttavia, l’associazione diretta tra voto favorevole e categorie come “indagati”, “imputati” e “massoneria deviata” ha spinto la maggioranza a parlare di delegittimazione del dissenso.
Antonio Tajani, leader di Forza Italia, ha replicato via social con una dichiarazione che è insieme difesa personale e messaggio politico: “Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere e voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offendono milioni di italiani”.
Non è rimasto isolato. Lo stato maggiore di Forza Italia e Fratelli d’Italia è intervenuto in modo compatto. Galeazzo Bignami, capogruppo FdI alla Camera, ha definito le dichiarazioni “indegne”. Alfredo Antoniozzi ha parlato di “parole incommentabili”. Elisabetta Gardini ha denunciato “il livello più basso di una propaganda per il No”, chiedendo che le istituzioni prendano le distanze. Lucio Malan ha accusato Gratteri di “insultare tanti irreprensibili magistrati, illustri giuristi anche di sinistra”. Per Forza Italia, il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto ha parlato di “sconcertanti etichette infamanti”, mentre Pierantonio Zanettin ha definito le parole del procuratore “gravi e irresponsabili”. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha attaccato parlando di “schiavitù ideologica”.
In serata è arrivata anche la presa di posizione del vicepremier Matteo Salvini, che ha scritto: “Io lo denuncio. E voterò SÌ”, definendo l’intervista “shock”. Un’escalation che trasforma il referendum da confronto tecnico-giuridico a battaglia identitaria.
La questione, al di là delle formule e delle reazioni, tocca un nervo scoperto della Repubblica: il rapporto tra magistratura e politica. Da una parte c’è chi vede nella separazione delle carriere uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e superare quello che viene definito un “giogo” correntizio. Dall’altra c’è chi teme un indebolimento dell’azione penale e un arretramento nella lotta alla criminalità organizzata.
Le parole di Gratteri, in questo contesto, hanno avuto l’effetto di polarizzare ulteriormente il dibattito. Per la maggioranza, si tratta di un magistrato che travalica il perimetro istituzionale e attribuisce un marchio politico-morale a una scelta referendaria. Per il fronte del No, invece, le sue frasi si inseriscono in una battaglia che considera la riforma un rischio per l’equilibrio del sistema giudiziario.
Il risultato è un clima che si irrigidisce. Nordio parla di “esame psico-attitudinale” evocando un controllo non solo all’ingresso ma anche all’uscita della carriera. La Russa chiede di abbassare i toni. Tajani rivendica la legittimità del sì come scelta di cittadini “perbene”. Salvini annuncia denunce. E la consultazione referendaria, fissata per il 22 e 23 marzo, si avvicina trasformata in un test politico nazionale.
Il confronto sulla giustizia, in Italia, raramente resta confinato alle aule parlamentari. Questa volta si gioca anche sul terreno della legittimazione reciproca. E quando le parole diventano etichette, il rischio è che il merito della riforma passi in secondo piano, coperto dal rumore dello scontro.







