Un mese al voto e il referendum sulla giustizia smette di essere una guerra di comunicati, post e dichiarazioni in differita. La campagna entra nella fase in cui i toni si scaldano e la distanza si accorcia: il confronto tra sostenitori del Sì e del No diventa fisico, serrato, frontale. Il primo appuntamento da cerchiare in rosso è mercoledì pomeriggio a Palermo, dove il ministro della Giustizia Carlo Nordio incrocerà Giuseppe Conte. Non un collegamento, non un botta e risposta mediato, ma un faccia a faccia, con platea e microfoni, nel luogo scelto per la sfida: Villa Igiea. Lì sono previsti anche altri match tra chi sostiene la riforma e chi la osteggia, segno che il format del dibattito “in presenza” è diventato la nuova moneta della campagna.
Per Nordio non è un debutto. Il ministro ha già affrontato un primo duello in tv, a Porta a Porta, con Giovanni Bachelet, presidente del comitato “Società civile per il No”. E ha già fissato un altro appuntamento ravvicinato: il 17 marzo, negli studi di Sky, con Enrico Grosso, presidente del comitato “Giusto dire No”. Una sequenza che fotografa la scelta di uscire dal recinto delle dichiarazioni e prendere il rischio del confronto dal vivo, dove ogni frase pesa di più perché non ha il paracadute del montaggio e non può essere “corretta” dopo.
Dai comitati per il No filtra l’idea che non ci si fermerà qui. «Ce ne saranno altri, stiamo cercando di organizzarli», è il messaggio che rimbalza tra gli organizzatori, insieme alla convinzione che lo scontro in presenza sia uno strumento utile per muovere le persone e dare benzina a una rimonta che, a loro dire, sarebbe in corso. La scommessa è semplice: trasformare un referendum tecnico, difficile da raccontare in dieci secondi, in una contesa comprensibile perché incarnata da volti e contrapposizioni nette.
Conte, intanto, è il primo leader di opposizione a mettere la faccia nella partita con un confronto diretto contro il ministro. E si prepara con un “riscaldamento” a Cosenza, in un dibattito organizzato all’università della Calabria: dall’altra parte ci sarà Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e coordinatore di Forza Italia per la campagna del Sì. Il passaggio non è casuale: l’ambiente universitario è il terreno in cui Conte si muove con maggiore naturalezza, e non a caso l’agenda delle prossime settimane sembra già impostata come una tournée da ateneo ad ateneo.
Le tappe, del resto, si stanno accumulando. Conte dovrebbe tornare in aula magna il 5 marzo a Catania, poi il 12 marzo all’università del Salento, il 16 marzo all’università di Sassari, con altri appuntamenti in definizione a Milano, alla Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. Un percorso che racconta una strategia precisa: portare il referendum dove il pubblico è predisposto ad ascoltare argomentazioni, a fare domande, a reggere la complessità senza ridurla a slogan.
Nel campo progressista, intanto, si allarga la scelta di caricare il voto di un significato politico più ampio. «È la scelta più importante di questa legislatura – dice il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia –. Il 22 e 23 marzo si sceglie tra due concezioni della democrazia: o con la Costituzione o con il potere senza limiti». E Nicola Fratoianni, leader di Avs, insiste sulla stessa cornice: «Oggi difendere l’autonomia della magistratura significa mettere un punto contro la deriva verso l’autoritarismo». Parole che puntano a trasformare la consultazione in uno spartiacque identitario, prima ancora che normativo.
Di segno opposto la postura della maggioranza, attenta a evitare che la consultazione venga letta come un test sul governo. Il refrain è quello della discussione “nel merito”, senza plebisciti e senza trasformare le urne in un referendum pro o contro Palazzo Chigi. «Non è un referendum sul governo, ma per decidere se rinforzare la libertà in Italia con una giustizia giusta – dice il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani –. Chiediamo ai cittadini di giudicare nel merito la riforma». Sulla stessa linea Fratelli d’Italia, con il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti che accusa l’opposizione di voler “buttarla in politica”, trasformando l’appuntamento in un voto contro Giorgia Meloni, sostenendo al tempo stesso che una parte consistente dell’elettorato, anche non di centrodestra, sarebbe favorevole alla riforma.
In mezzo, c’è un dato politico che vale più di molte dichiarazioni: la campagna sta cambiando linguaggio. Meno comunicazione a distanza, più corpo a corpo. Meno “posizionamenti” da conferenza stampa, più confronto diretto. Ed è qui che il referendum, da materia per addetti ai lavori, prova a diventare un evento che si gioca davanti agli elettori, con il rischio — per tutti — di dover rispondere in tempo reale, senza rete.







