«Quel libro? Sembra scritto a più mani»: Tremonti attacca Vannacci e insinua l’ombra russa su “Il mondo al contrario”

Roberto Vannacci

“Qui Putin ci cova”. Non è una formula diplomatica, né un’iperbole casuale. È la sintesi di una provocazione che Giulio Tremonti affida a parole che pesano come macigni. Il bersaglio è Roberto Vannacci, il generale diventato fenomeno editoriale e politico con “Il mondo al contrario”. E il terreno dello scontro non è solo quello delle idee, ma l’origine stessa del testo che lo ha portato alla ribalta.

«Innanzitutto mi chiederei chi ha scritto il libro “Il mondo al contrario”, il testo che lo ha portato alla ribalta, che ci ha fatto scoprire il generale». Tremonti parte da qui, dalla domanda più semplice e insieme più destabilizzante: chi è l’autore reale di quel libro? E non si limita all’interrogativo. «Leggete bene i capitoli, ogni capitolo ha un mano diversa, uno stile diverso».

L’affondo è tecnico, quasi filologico. «Che è un prodotto assemblato anche perché, mi creda, un generale difficilmente ha tempo di scrivere libri. Il libro è un prodotto». Non un’opera spontanea, dunque, ma un oggetto costruito. E quando gli si chiede di chi sarebbe il prodotto, la risposta è quella che fa sobbalzare: «Ho come l’impressione che sia un prodotto dei russi e basterebbe chiedere a un linguista. Se ci fosse ancora in vita avrei chiesto al grande Umberto Eco».

Non è un’accusa formalizzata, ma un sospetto evocato con precisione chirurgica. Tremonti non porta prove, ma costruisce un ragionamento per indizi: la varietà degli stili, la struttura, la copertina, l’autoproduzione. «Guardate la copertina. Il testo è stato autoprodotto. Secondo lei una copertina con il titolo al contrario, girato, è un’intuizione di un generale? E ancora, se lei ha un libro nel cassetto non lo propone prima a una casa editrice?».

Il messaggio è chiaro: dietro il caso editoriale potrebbe esserci una regia. Non necessariamente un complotto, ma un’operazione studiata. E quando si parla di Russia, di suggestioni linguistiche e di costruzione del consenso, la questione non è più solo letteraria.

Sul piano politico, Tremonti sposta l’asse dal libro al partito. Vannacci, secondo l’ex ministro, avrebbe un obiettivo preciso: «Ha l’obiettivo di fare male a Salvini, può dire tutto quello che Salvini non può dire». Una funzione di sfogo, di radicalizzazione senza responsabilità di governo. Un megafono per parole che, dentro una coalizione, costerebbero troppo.

Quanto ai consensi, Tremonti non crede a un travaso lineare tra destra e sinistra. «Penso che non prenda né i voti della destra né i voti della sinistra ma solo i voti degli incazzati della terra, e mi creda che gli incazzati si trovano sempre anche nel migliore dei mondi possibili». È un’immagine che restituisce un’idea precisa: non un partito ideologico, ma un contenitore emotivo. Una calamita per il disagio, più che per l’appartenenza.

E qui arriva il punto più delicato: l’effetto sulle coalizioni. «Più che destra mi sembra un contenitore che rischia di far male alle forze responsabili. E non mi riferisco ai sondaggi, gli ultimi, che ho letto e che assegnano a Futuro Nazionale il 3,3 per cento. Quando dico che fa male mi riferisco alle coalizioni. Quando si è appaiati, e si rischia di essere appaiati, ogni voto diventa decisivo».

Non è una questione di percentuali assolute, ma di aritmetica politica. In uno scenario in cui gli schieramenti si giocano tutto su scarti minimi, anche un 3 per cento può diventare un ago della bilancia, o un fattore di destabilizzazione. È questo, per Tremonti, il vero rischio: non tanto la nascita di un nuovo soggetto, quanto la frammentazione di un fronte che vive di equilibri delicati.

Le parole del deputato di Fratelli d’Italia arrivano in un momento in cui il dibattito sulla figura di Vannacci è già acceso. C’è chi lo considera un fenomeno mediatico destinato a sgonfiarsi, chi un catalizzatore di malcontento, chi un competitor interno che intercetta la parte più irrequieta dell’elettorato. Tremonti aggiunge un elemento ulteriore: la regia culturale e geopolitica.

Evocare la Russia non è un dettaglio. Significa inserire il caso Vannacci in una cornice più ampia, dove le parole e i libri non sono solo strumenti di dibattito, ma possibili vettori di influenza. È un’accusa indiretta, ma sufficiente a innescare reazioni e controreazioni.

Resta il fatto che “Il mondo al contrario” è diventato un caso editoriale prima ancora che politico. E ora, nel racconto di Tremonti, diventa anche un oggetto di analisi stilistica e di sospetto strategico. Che sia davvero un testo scritto “a più mani” o semplicemente un libro che ha intercettato un clima, sarà materia di discussione. Ma la miccia è accesa.

E in politica, quando qualcuno dice che “ogni voto diventa decisivo”, sta già parlando del giorno in cui quei voti potrebbero fare la differenza.