Referendum giustizia 2026, affluenza in crescita. Adesso si fa sul serio. Dopo mesi di campagna infuocata, spesso più giocata a colpi di propaganda, accuse reciproche e scontro politico che di argomentazioni limpide, il referendum sulla giustizia entra nella sua fase decisiva. Le urne sono aperte oggi, domenica 22 marzo, dalle 7 alle 23, e domani, lunedì 23 marzo, dalle 7 alle 15. Poi partirà subito lo spoglio. Sul tavolo c’è una riforma che tocca il cuore dell’ordinamento giudiziario italiano e che, comunque vada, avrà un peso politico ben più largo del suo perimetro tecnico.
Il primo dato utile è già arrivato, e non è irrilevante. Alle 12 l’affluenza nazionale si è attestata al 14,9% sulla quasi totalità delle circa 61 mila sezioni, secondo i dati ufficiali del Viminale riportati anche da RaiNews. È un numero che supera quello registrato alla stessa ora nel referendum costituzionale del 2020, quando si era fermato intorno al 12,2% e che poi chiuse con un’affluenza finale del 53,8%. Il confronto non basta da solo a prevedere l’esito, ma segnala che la partecipazione c’è e che il voto sta mobilitando più di quanto qualcuno immaginasse.
Referendum giustizia 2026, affluenza in crescita: questo voto pesa più di un sì o no
Il quesito sottoposto agli elettori riguarda il referendum costituzionale confermativo sulla legge recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. In sostanza, il testo interviene su diversi articoli della Costituzione e riscrive l’assetto di governo della magistratura. Il punto più noto è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma non è l’unico. La riforma prevede anche due Consigli superiori della magistratura distinti e una nuova Alta Corte disciplinare.
È per questo che il voto di oggi e domani non viene letto come un semplice passaggio da addetti ai lavori. Il governo di Giorgia Meloni lo considera una riforma simbolo, una svolta che dovrebbe ridefinire i rapporti tra accusa e giudizio e rendere più netto il funzionamento della macchina giudiziaria. Il fronte del No, invece, denuncia il rischio di uno sbilanciamento pericoloso e di una modifica troppo profonda dell’equilibrio costituzionale. Il risultato è un Paese spaccato, con due visioni opposte della giustizia e, in filigrana, anche dello Stato.
Niente quorum: stavolta decide solo chi si presenta davvero alle urne
La vera differenza, rispetto a molti altri referendum, è che qui il quorum non esiste. Non serve raggiungere una soglia minima di partecipazione per rendere valida la consultazione. Conta soltanto la maggioranza dei voti espressi. Se prevarrà il Sì, la riforma sarà confermata e il presidente della Repubblica promulgherà la legge costituzionale. Se vincerà il No, il testo già approvato dal Parlamento non entrerà in vigore. È un meccanismo che rende il dato dell’affluenza politicamente importantissimo, ma non dal punto di vista della validità: anche con una partecipazione bassa, il referendum produrrà comunque un effetto giuridico pieno.
Ed è proprio qui che si capisce perché il 14,9% delle 12 venga osservato con tanta attenzione. In un referendum senza quorum, ogni scheda pesa di più. Chi non va a votare non blocca il risultato: semplicemente lascia agli altri il diritto di decidere. Per questo l’affluenza diventa il termometro della mobilitazione dei due fronti, più ancora che un dato statistico. E in una sfida così polarizzata, la capacità di portare gli elettori ai seggi vale quasi quanto la forza delle ragioni messe in campo.
Mattarella vota a Palermo, Schlein a Roma: il referendum entra nel vivo
Intanto la giornata elettorale è segnata anche dai passaggi simbolici dei protagonisti istituzionali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha votato a Palermo, nell’istituto comprensivo Giovanni XXIII-Piazzi di via Rutelli, salutando gli scrutatori e le persone presenti al seggio. Elly Schlein ha invece votato a Roma, nel quartiere Testaccio. Gli aventi diritto sono oltre 51,4 milioni in Italia, ai quali si aggiungono più di 5,4 milioni di elettori all’estero. La scheda è una sola, di colore verde, e la scelta è secca: Sì oppure No.
Adesso la politica aspetta i prossimi rilevamenti e, soprattutto, la chiusura di domani pomeriggio. Ma una cosa è già chiara: questo referendum non è rimasto confinato nei confini della tecnica costituzionale. È diventato uno scontro frontale tra due idee di giustizia e, insieme, un test di forza sul Paese reale. L’affluenza in crescita non dice ancora chi vincerà. Dice però che la partita è aperta, e che stavolta nessuno potrà cavarsela dicendo che non contava davvero.







