Referendum giustizia, Gratteri dopo la vittoria del No: “La società civile difende la Costituzione”

Nicola Gratteri

Referendum giustizia, Gratteri non si limita a commentare il risultato: lo interpreta, lo incornicia e gli attribuisce un valore che va oltre le urne. La vittoria del No al referendum, dice il procuratore di Napoli, è “un segnale forte e chiaro”, la dimostrazione che la società civile è ancora capace di alzare la testa quando in gioco ci sono i principi fondamentali dello Stato. Non un moto di conservazione, non una chiusura ideologica, ma una reazione politica e istituzionale a una riforma che, secondo il magistrato, è stata proposta con il metodo sbagliato.

Gratteri ha seguito lo spoglio nel suo ufficio, all’ottavo piano del grattacielo della Procura di Napoli. Un dettaglio che da solo restituisce il clima della giornata: nessuna passerella, nessuna celebrazione pubblica, ma l’attesa tesa di chi su questa battaglia ha messo faccia, nome e reputazione. Per mesi il procuratore è stato uno dei volti più esposti del fronte del No, bersaglio di attacchi politici e personali, contestato per avere preso posizione in una partita che il governo voleva trasformare in una prova di forza sulla giustizia.

Gratteri trasforma il voto in un messaggio politico

Le parole del procuratore hanno un peso specifico che va oltre la cronaca del giorno. Quando parla di “presa di posizione in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle istituzioni”, Gratteri disegna il perimetro vero dello scontro. Il punto, nella sua lettura, non è la resistenza a qualsiasi cambiamento, ma il rifiuto di una riforma percepita come sbilanciata e costruita senza quel grado di responsabilità che un tema del genere richiederebbe.

È qui che il referendum si carica di un significato più ampio. La vittoria del No non viene raccontata come una rivincita corporativa delle toghe, come hanno provato a sostenere alcuni avversari durante la campagna, ma come una risposta civile a un’operazione considerata pericolosa nei suoi presupposti. Gratteri, in sostanza, prova a ribaltare il frame del dibattito: non sarebbero i contrari alla riforma a difendere un sistema immobile, ma il governo ad avere inseguito una riforma mal concepita, più utile a marcare un terreno politico che a risolvere i problemi strutturali della macchina giudiziaria.

“Non è un No al cambiamento, ma a un metodo”

Il passaggio più politico delle sue dichiarazioni è proprio questo. Gratteri insiste sul fatto che il risultato non è una chiusura rispetto alle riforme. Al contrario, sostiene che la giustizia abbia bisogno di interventi seri, concreti, capaci di ridurre i tempi dei processi e migliorare il funzionamento complessivo del sistema. Il bersaglio, dunque, non è il principio della riforma, ma la qualità della proposta e l’impostazione con cui è stata portata avanti.

È una distinzione che pesa, perché smonta uno degli argomenti centrali del fronte favorevole al Sì: l’idea secondo cui chi si opponeva al referendum difendesse soltanto lo status quo. Gratteri prova invece a occupare il terreno della riforma vera, quella fondata su competenza, equilibrio e rispetto dei diritti. In altre parole, dice sì al cambiamento, ma no alla forzatura. Ed è una posizione che, dopo il voto, suona come un atto d’accusa politico assai più insidioso di uno slogan da campagna elettorale.

La sconfitta del governo e il peso del procuratore di Napoli

La vittoria del No assume anche il sapore di una smentita per il governo, che sulla giustizia aveva investito molto, sia in termini di esposizione politica sia di costruzione simbolica. Il fatto che Gratteri, uno dei magistrati più noti e più esposti del Paese, esca rafforzato dal referendum rende il colpo ancora più duro. Non soltanto perché il procuratore aveva contestato apertamente la riforma, ma perché lo aveva fatto pagando un prezzo personale alto, da uomo sotto scorta da trent’anni e da figura pubblica costantemente al centro del dibattito.

Il risultato gli consegna ora una vittoria che è insieme politica, simbolica e personale. Politica, perché il No si impone come argine alla linea del governo. Simbolica, perché a prevalere è la narrazione della difesa costituzionale contro quella del cambiamento proclamato. Personale, perché chi per mesi ha indicato proprio lui come un protagonista ingombrante della campagna contro la riforma oggi può rivendicare di avere interpretato un sentimento diffuso nel Paese.

Referendum giustizia, Gratteri dopo la vittoria del No:

Nella lettura di Gratteri, la giustizia resta un terreno che ha bisogno di correzioni profonde, ma non di scorciatoie. Servono riforme, dice, ma riforme costruite con responsabilità, competenza e rispetto dei diritti. È il punto politico finale del suo ragionamento e, insieme, la stoccata più pesante a chi ha provato a vendere il referendum come passaggio inevitabile di modernizzazione. Il voto dice altro: dice che il cambiamento, per essere credibile, deve convincere. E questa volta non ci è riuscito.