Referendum giustizia Nordio shock: “Solo col Sì saremo finalmente una democrazia”. E scatena la rivolta del No

A pochi giorni dal referendum sulla giustizia, Carlo Nordio decide di alzare il livello dello scontro e lo fa con una frase destinata a inseguirlo per parecchio. Da Ancona, in videocollegamento con un’iniziativa del Sì, il ministro della Giustizia ha spiegato che con la vittoria della riforma “la rivoluzione copernicana sarà che finalmente saremo un Paese democratico, libero ed entreremo a pieno diritto nelle democrazie occidentali”. Non pago, ha aggiunto che l’Italia si libererà dei “due residui delle dittature del secolo precedente, quella comunista e quella fascista”.

Il senso politico del ragionamento, a voler essere generosi, si intuisce. Nella narrazione del centrodestra il punto centrale della riforma è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, presentata come una rottura necessaria con un impianto che il governo considera vecchio, sbilanciato e non del tutto coerente con i modelli liberali occidentali. Ma la scelta delle parole pesa, eccome se pesa. Perché sostenere che l’Italia non sia ancora, di fatto, una piena democrazia occidentale fino all’approvazione di questa riforma significa lanciare una bomba politica dentro una campagna già rovente. E soprattutto significa dirlo mentre al governo, da oltre tre anni, c’è proprio la destra di cui Nordio è uno dei volti più istituzionali.

Referendum giustizia, Nordio radicalizza la campagna del Sì

Il problema, per il ministro, non è soltanto l’enfasi. È il cortocircuito. Perché nel tentativo di nobilitare il referendum come spartiacque storico, Nordio finisce per dipingere l’Italia di oggi come un Paese ancora incompiuto sul piano democratico. Una tesi che nel comizio può anche suonare efficace, ma che sul piano politico si trasforma in un boomerang. Se davvero non siamo ancora una piena democrazia occidentale, viene da chiedersi che cosa abbiano governato fin qui Giorgia Meloni e i suoi ministri.

Dentro questa torsione polemica si intravede anche un’altra forzatura. Il richiamo ai “residui” del comunismo e del fascismo non ha lo stesso peso storico. Se di eredità del fascismo in Italia si può discutere ancora oggi, anche soltanto osservando certi riflessi culturali, simbolici e identitari di una parte della destra, molto più fragile appare l’evocazione di un residuo comunista istituzionale. Non fosse altro perché un governo comunista in Italia non c’è mai stato. E dunque il passaggio di Nordio, più che una lettura storica, sembra una formula da propaganda lanciata per compattare i suoi e alzare la temperatura del voto.

In gioco c’è la riforma della giustizia, uno dei temi più divisivi della politica italiana, e in particolare la separazione delle carriere nella magistratura. Per il fronte del Sì si tratta di una svolta di civiltà. Per il fronte del No, invece, di una modifica costituzionale sbagliata, inutile rispetto ai problemi reali e pericolosa negli effetti futuri.

I sindaci del No e la controffensiva dei Comuni

Se Nordio ha scelto la via dello scontro simbolico, dall’altra parte si prova a riportare la campagna su un terreno più concreto. A dirlo con chiarezza sono soprattutto i sindaci e gli amministratori locali che si stanno schierando per il No. Il documento promosso da Ali, Autonomie locali italiane, e dal Comitato società civile per votare No, mette il dito dove fa più male al governo: questa riforma, sostengono, non affronta nessuno dei problemi veri della giustizia italiana.

Processi troppo lunghi, carenza di personale, arretrati ingestibili, infrastrutture informatiche inadeguate: è qui, dicono i firmatari, che si misura il fallimento del sistema. Non nella riscrittura della Costituzione. Il testo è stato firmato da 270 sindaci e sindache, un numero che politicamente pesa. Tra i nomi ci sono il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, quello di Torino Stefano Lo Russo, il presidente dell’Anci Gaetano Manfredi, oltre ai primi cittadini di Bari, Bologna, Firenze, Genova, Cagliari, Parma, Verona, Vicenza, Bergamo, Reggio Emilia e Sassari.

È una mobilitazione che mostra due cose. La prima: il No sta cercando di uscire dalla nicchia dei tecnici del diritto e di parlare al Paese reale. La seconda: il referendum sulla giustizia sta diventando sempre di più un referendum politico sul governo, sul suo stile e sul suo modo di usare la parola “riforma” come passepartout ideologico. Quando i sindaci dicono che non serve riscrivere la Costituzione ma far funzionare meglio i tribunali, stanno dicendo in sostanza che la destra sta combattendo una battaglia identitaria mentre i cittadini aspettano ancora sentenze rapide e uffici che funzionino.

Piazza del Popolo, opposizioni unite e campagna agli sgoccioli

La chiusura della campagna del No, prevista a Roma il 18 marzo in piazza del Popolo, conferma che il fronte contrario alla riforma vuole usare questi ultimi giorni per dare al voto una dimensione larga, quasi costituente. Sul palco saliranno figure molto diverse tra loro: Rosy Bindi, Maurizio Landini, Benedetta Tobagi, Giancarlo De Cataldo, Daniele Silvestri, Sonia Bergamasco, Paola Caridi. Ci saranno anche i leader dei partiti che si sono schierati contro la riforma, cioè Pd, Movimento 5 Stelle e Angelo Bonelli. Persino Rino Formica, a 99 anni, invierà un messaggio.

Il punto non è solo il cartellone, pur significativo. Il punto è che attorno al No si sta coagulando un’idea precisa: contestare il tentativo del governo di vendere come rifondazione democratica una modifica che per molti non migliora di un millimetro la vita concreta dei cittadini. E qui le parole di Nordio rischiano di aver fatto un regalo agli avversari. Perché quando un ministro della Giustizia sostiene che soltanto vincendo un referendum l’Italia entrerà “a pieno diritto nelle democrazie occidentali”, offre al fronte opposto l’argomento più semplice e più efficace: il governo non sta più spiegando una riforma, sta costruendo una mitologia.

In questa fase finale della campagna referendaria, insomma, la sensazione è che il ministro abbia spostato il dibattito dal merito alla caricatura. E non è detto che al Sì convenga. Perché una cosa è parlare di equilibri tra giudici e pm, altra cosa è trasformare il referendum del 22 e 23 marzo in una specie di nuovo 25 aprile costituzionale. Gli elettori, di solito, queste esagerazioni le sentono. E quando le sentono, non sempre reagiscono come spera chi le pronuncia.

Il governo voleva presentare la riforma come il sigillo di una modernizzazione liberale. Adesso rischia di ritrovarsi a difenderla dalle parole del suo stesso ministro. E in politica, soprattutto a ridosso del voto, è uno dei modi più rapidi per perdere il controllo del racconto.