Referendum sulla giustizia, non sarà sempre sì. L’Agcom richiama Rete 4 e Nove al rispetto della par condicio

Referendum sulla giustizia, non sarà sempre sì. La campagna referendaria sulla giustizia entra nella fase più delicata e lo fa con un intervento che pesa, perché arriva dall’arbitro della partita. L’Agcom ha disposto un ordine di riequilibrio nei confronti di Rete 4 e Nove, dopo aver accertato una sproporzione nei tempi di parola tra le posizioni favorevoli al Sì e quelle favorevoli al No. Tradotto: troppo spazio a una parte, troppo poco all’altra. E questo, in piena campagna referendaria, non è un dettaglio tecnico ma un problema di par condicio.

Il provvedimento nasce da una doppia verifica. Da un lato gli esposti presentati nell’ultima settimana, dall’altro il monitoraggio effettuato tra l’8 e il 14 marzo. Il risultato è netto: in entrambe le emittenti l’Autorità ha rilevato una sottorappresentazione della posizione favorevole al No. Per questo è stato imposto un riequilibrio immediato, da completare entro il 20 marzo, ultimo giorno utile prima del voto.

Par condicio e referendum giustizia, cosa contesta l’Agcom

Nel caso di Rete 4, l’Agcom ha rilevato uno squilibrio significativo nella programmazione informativa. Non solo per quanto riguarda il confronto tra Sì e No, ma anche per il peso attribuito alla presenza della presidente del Consiglio. Il provvedimento impone infatti di “bilanciare adeguatamente” anche questo aspetto, segnalando che la questione non riguarda solo le opinioni espresse, ma anche chi le esprime e con quale visibilità.

Per quanto riguarda Nove, il giudizio è simile: anche qui i tempi di parola hanno favorito il Sì, lasciando indietro il No. L’ordine di riequilibrio è stato adottato all’unanimità e prevede una conseguenza precisa in caso di mancato adeguamento: una sanzione pecuniaria. Non un richiamo simbolico, quindi, ma un intervento con effetti concreti.

Diversa invece la valutazione su La7, nei confronti della quale l’Autorità ha deciso l’archiviazione, pur con il voto contrario della commissaria Elisa Giomi. In questo caso non sono state ravvisate violazioni della par condicio.

Il criterio Auditel: non conta solo il tempo, ma quanto vale

C’è poi un elemento tecnico che spiega meglio il senso dell’intervento. L’Agcom non si limita più a contare i minuti, ma li pesa. Nella valutazione dei tempi di parola, infatti, ogni intervento viene ponderato in base agli ascolti Auditel della fascia oraria in cui va in onda. Un minuto in prima serata vale molto più di un minuto trasmesso di notte.

È un criterio già introdotto nelle elezioni europee del 2024 e confermato anche in questa occasione. L’obiettivo è misurare la visibilità effettiva delle posizioni, non solo il tempo formale. Perché dare spazio a un’opinione alle tre di notte e darle spazio in prima serata non produce lo stesso impatto, anche se sulla carta i minuti sono identici.

Questo cambia completamente il modo in cui si leggono i dati. Non basta dire “abbiamo dato spazio a tutti”, bisogna vedere dove e quando quello spazio è stato concesso. Ed è proprio su questo piano che l’Agcom ha rilevato le anomalie.

Referendum e tv, il nodo politico dietro il riequilibrio

L’intervento dell’Autorità arriva in un momento in cui la campagna sul referendum sulla giustizia si gioca molto più nei media che nelle piazze. La televisione resta il principale campo di battaglia, e il controllo sui tempi di parola diventa inevitabilmente un terreno politico.

Il richiamo a Rete 4 e Nove non è soltanto un atto amministrativo. È anche un segnale preciso su come viene raccontato il referendum e su quanto sia sottile il confine tra informazione e sbilanciamento. Il fatto che venga citata esplicitamente anche la presenza della presidente del Consiglio rafforza questa lettura: il tema non è solo cosa si dice, ma chi lo dice e quanto spazio occupa.

Da qui al 20 marzo, le emittenti coinvolte dovranno correggere la rotta. E dovranno farlo in fretta, perché il tempo della campagna è quasi esaurito. Il rischio, altrimenti, non è solo quello di una sanzione economica, ma di entrare nel dibattito pubblico come esempio di squilibrio in un momento in cui la parola chiave dovrebbe essere equilibrio.

E in una campagna referendaria, l’equilibrio non è una questione teorica. È la linea che separa l’informazione dalla propaganda.