«Conte? E’ bravissimo e questo credo che glielo riconosca tutto il Consiglio comunale». È il 21 gennaio quando Beppe Sala risponde così alle domande dei giornalisti sulla possibilità che il suo assessore al Bilancio e alla Casa possa correre per le primarie del centrosinistra a Milano. Una frase apparentemente semplice, da sindaco che difende un pezzo della sua squadra. Ma a Palazzo Marino, e soprattutto fuori, viene letta come qualcosa di più: un’investitura pubblica. Un endorsement. La scintilla che trasforma un nome tecnico in un nome politico.
Da quel momento Emmanuel Conte diventa, per definizione, “il candidato di Sala”. Complice un dettaglio che in politica pesa quanto un manifesto: Conte non conferma, ma neppure smentisce. Non chiude la porta, non spegne la voce, non mette la classica toppa del “non è il momento”. E in qualche dichiarazione lascia anzi aperta l’ipotesi. È il modo più efficace per alimentare i rumors senza sporcarsi le mani: non dire, ma far capire.
Al Foglio una fonte “bene informata” sintetizza il clima: «La verità è che ci sta pensando seriamente. Certo è prematuro perché mancano 15 mesi, ma è giusto il tempo per fare tutte le valutazioni ed, eventualmente, mettere in piedi una campagna elettorale basata sui suoi punti di forza: esperienza amministrativa e avere in mano un progetto fondamentale per il futuro di Milano come il piano casa». Tradotto: l’orizzonte è lungo abbastanza per costruire una candidatura senza bruciarla, ma vicino abbastanza per far partire la macchina. E soprattutto c’è un dossier, quello delle case, che oggi a Milano vale più di qualsiasi slogan.
Conte, 46 anni, è “il candidato che non ti aspetti” e forse proprio per questo diventa un profilo potenzialmente temibile per un concorrente come Mario Calabresi, giornalista e scrittore, milanese doc, nome che porta con sé un’identità forte e riconoscibile. Conte, al contrario, è l’uomo del percorso. Nato a Eboli, provincia di Salerno, da una famiglia di tradizioni socialiste, è figlio dell’ex ministro craxiano Carmelo Conte e fratello di Federico, eletto deputato nel 2018 con Liberi e Uguali. Un albero genealogico che, in politica, non è mai neutro: ti dà un’aria di “storia”, ti appiccica addosso un riflesso di appartenenza, ti costringe a essere più chiaro di altri.
Poi c’è il tratto che a Milano funziona sempre, nel bene e nel male: l’idea della buona integrazione sud-nord. Arriva a 18 anni per studiare, si laurea alla Bocconi con 110 e lode, entra in Intesa Sanpaolo e fa carriera fino a diventare dirigente. È la biografia che mette insieme merito, competenza e disciplina. E che, in un’elezione cittadina, può diventare rassicurazione: l’uomo dei numeri, non delle improvvisazioni.
“Buon sangue non mente”, scrive chi lo racconta, perché il richiamo dell’impegno civile e politico arriva presto. Nel 2016 viene eletto consigliere comunale in una lista civica e per cinque anni presiede la commissione Bilancio. Un ruolo che, a Palazzo Marino, è palestra e trincea: ti costruisce credibilità tecnica, ma ti obbliga anche a sporcarti con le scelte impopolari. È qui che Conte inizia a essere percepito come uno che “sa dove mettere le mani”, e non solo sui fogli Excel.
La svolta arriva nel 2021. È il primo degli eletti in un’altra lista civica (“Beppe Sala sindaco”) e viene chiamato a sostituire Roberto Tasca a capo di un assessorato chiave come quello del Patrimonio. Un passaggio non banale: da consigliere con reputazione a assessore con responsabilità. Da uomo che controlla a uomo che decide. E a Milano, quando decidi su patrimonio, rigenerazione, asset pubblici, inevitabilmente ti fai amici e nemici nello stesso giorno.
Poi il contesto cambia, e con lui cambiano anche le deleghe. Nella primavera del 2025 le inattese dimissioni dell’assessore Guido Bardelli, legate alle indagini urbanistiche (a cui Conte risulterà estraneo), lo costringono a prendere in mano anche nuove competenze e soprattutto il piano casa del Comune. Qui il suo profilo tecnico diventa, di colpo, politico nel senso più pieno: non amministri soltanto, gestisci la questione più esplosiva della città. Case che non ci sono, affitti che mordono, ceti medi che scappano, studenti e lavoratori fuori mercato, famiglie schiacciate. È il dossier che decide una campagna elettorale prima ancora che inizi.
Nei corridoi dell’assessorato, raccontano, dice di avere “il sangue freddo dei banchieri”. Il cinismo no, o almeno non come cifra caratteriale. Semmai, se dovesse davvero candidarsi alla poltrona di sindaco, farà leva sull’esperienza amministrativa che questa giunta ha maturato, tra luci e ombre, sulla rigenerazione urbana e sull’edilizia abitativa. È qui che un eventuale Conte candidato può trasformarsi in un paradosso efficace: presentarsi come continuità di Sala, ma anche come correttivo. Non contro, ma “dopo”. Non rottura, ma seconda fase.
Il segnale più rivelatore, in filigrana, arriva quando Giorgia Meloni annuncia un piano casa nazionale con 100 mila case “abbordabili in 10 anni” e qualcuno lo sente sbottare: «Ma dove vanno senza parlare con le città?». È una frase che fa capire due cose. La prima: la materia, per Conte, è identitaria. La seconda: se scende in campo, il suo cavallo di battaglia sarà una Milano che rivendica autonomia, voce, ruolo reale nelle scelte nazionali. Non una città spettatrice, ma una città che detta il ritmo.
Ed eccola, la ragione per cui la frase di Sala del 21 gennaio pesa così tanto. Perché non fotografa solo una stima personale. Sposta il baricentro delle primarie verso un profilo che non nasce in televisione, non vive di narrazione, non si alimenta di personaggi. Un profilo che, proprio per questo, può risultare più pericoloso: sembra “normale”, e la normalità, in tempi di stanchezza politica, diventa una risorsa.
Resta l’incognita più grande, quella che a Milano decide sempre: la coalizione. Perché essere “il candidato di Sala” è un vantaggio finché resta un’etichetta di forza; può diventare un limite se si trasforma in sospetto di designazione dall’alto. E Conte, fin qui, ha giocato con l’ambiguità nel modo più utile: non negare, non confermare, lasciare che siano gli altri a costruirti addosso la figura.
Mancano quindici mesi, dicono. Sembra tanto. In politica è un soffio. E intanto, in una città che vive di piani e cantieri, il piano casa è già una campagna elettorale in corso. Solo che non ci sono ancora i manifesti. Ci sono le case che mancano. E un assessore che, per la prima volta, viene guardato come possibile sindaco.







