Salvini e Conte, ritorno di fiamma? Le nuove convergenze tra Lega e Cinque Stelle che inquietano Palazzo Chigi

Giuseppe Conte e Matteo Salvini

In pochi, all’alba del 2018, avrebbero scommesso che di lì a pochi mesi sarebbe nato un governo tra Lega e Movimento 5 Stelle. E pochissimi, dopo il violento strappo dell’agosto 2019, quando Matteo Salvini e Giuseppe Conte si separarono tra accuse incrociate e rancori mai davvero sanati, avrebbero immaginato nuove sintonie. Eppure, nella politica italiana, ciò che oggi appare impensabile domani può diventare inevitabile.

Oggi nessuno parla apertamente di alleanze. Tutti smentiscono. Tutti minimizzano. Ma il punto non è l’ufficialità: è il clima. Ed è difficile non notare come, nelle ultime settimane, Lega e Cinque Stelle abbiano ricominciato a guardare nella stessa direzione su alcuni dei dossier più sensibili della scena internazionale e interna. Non con le stesse parole, non con gli stessi toni. Ma con un comune sentire che riemerge sotto traccia.

Il primo terreno di contatto è la politica estera. Le «perplessità» espresse da Salvini sul blitz di Donald Trump in Venezuela non arrivano certo alle definizioni incendiarie di Conte, che parla di rischio «Far West mondiale». Ma la distanza da Palazzo Chigi è evidente. Entrambi, seppur con registri diversi, segnalano un disagio verso un approccio muscolare che potrebbe destabilizzare ulteriormente gli equilibri globali. Non è una posizione comune formalizzata, ma è una convergenza di sensibilità che pesa.

Ancora più evidente è il dossier ucraino. La Lega ha sempre votato gli aiuti militari a Kyiv, ma senza entusiasmo. Un sostegno accompagnato da distinguo, mugugni, assenze strategiche. Negli ultimi mesi Salvini ha iniziato a parlare apertamente di «discontinuità» rispetto al passato. Una parola che, nella grammatica politica italiana, non è mai neutra. E infatti qualcosa si è mosso: nel decreto sugli aiuti approvato a fine dicembre, l’accento sul profilo civile è stato enfatizzato persino da Giorgia Meloni. Ma il riferimento agli equipaggiamenti militari è rimasto, così come la secretazione dell’elenco dei materiali.

Il segnale più politico, però, è stato un altro: Salvini non era presente al Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al provvedimento. Un’assenza che a Roma non passa inosservata. E che apre interrogativi sulla fase successiva, quella della conversione in legge, dove i numeri diventano decisivi e le sorprese sempre possibili. In quel passaggio, le posizioni della Lega potrebbero avvicinarsi ancora di più a quelle dei Cinque Stelle, storicamente contrari all’invio di armi.

Dentro il Carroccio, del resto, le fronde non mancano. Claudio Borghi lo dice senza giri di parole: quel decreto lui non lo voterà. Non è una posizione isolata, anche se è tra le più esplicite. Ed è qui che il quadro si fa interessante. Perché il Movimento 5 Stelle, oggi all’opposizione, su questi temi ha una linea netta e riconoscibile. E ogni volta che la Lega si smarca dal governo, si crea uno spazio politico che Conte è pronto a occupare.

La domanda, allora, non è se esista già un’alleanza. Non esiste. La domanda è se si stia ricreando quel terreno comune fatto di diffidenza verso le élite internazionali, di attenzione al disagio sociale, di scetticismo verso le scelte atlantiche più rigide. Un terreno che nel 2018 rese possibile l’esperimento gialloverde. E che oggi torna a essere frequentato, seppur senza dichiarazioni solenni.

C’è poi un altro elemento che spinge verso queste convergenze: la posizione di Meloni. La premier governa con una maggioranza formalmente solida, ma politicamente asimmetrica. Fratelli d’Italia è il perno, Forza Italia il garante europeo, la Lega l’alleato inquieto. Ogni dossier internazionale accentua questa tensione. E più Meloni si colloca come interlocutrice affidabile di Bruxelles e Washington, più Salvini è tentato di recuperare un profilo identitario, anche a costo di dialogare indirettamente con chi sta all’opposizione.

Conte, dal canto suo, non ha interesse a chiudere quella porta. Sa bene che il Movimento 5 Stelle, per tornare competitivo, deve dimostrare di saper incidere sugli equilibri reali. E sa altrettanto bene che il vero avversario, oggi, non è la Lega ma Meloni. Da qui l’attenzione a ogni frattura nella maggioranza. Da qui l’abilità nel parlare a quell’elettorato trasversale che nel 2018 votò gialloverde e che oggi si sente orfano di rappresentanza.

È un gioco di posizionamento, non un patto. Ma la politica italiana è fatta di fasi preparatorie. Prima vengono le convergenze tematiche, poi i dialoghi informali, infine – se le condizioni maturano – le alleanze. Tutti smentiscono, come sempre. Ma anche nel 2018, prima del contratto di governo, tutti smentivano. Eppure il governo nacque lo stesso.

Per questo, più che alle parole, conviene guardare ai voti, alle assenze, alle sfumature. È lì che si misura la temperatura reale del sistema. E oggi, quella temperatura racconta che tra Lega e Movimento 5 Stelle qualcosa si è rimesso in moto. Non abbastanza da parlare di ritorno al gialloverde. Ma abbastanza da far capire che, in politica, le storie non finiscono mai davvero. Tornano. Cambiano forma. E, a volte, sorprendono di nuovo.