Salvini riapre il fronte contro le banche e sfida Tajani sugli extraprofitti: “Chi ha di più deve dare di più”

Matteo Salvini

Altro che governo coeso. Matteo Salvini torna ad affondare il colpo sulle banche e lo fa con parole che inevitabilmente riaprono una crepa mai davvero chiusa dentro la maggioranza. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti sceglie un terreno già esplorato nei mesi scorsi, quello degli extraprofitti, e rilancia: “Hanno avuto utili le prime sei banche per 27 miliardi e 700 milioni. Se torno alle polemiche di fine anno su ‘povere banche non puniamole’, il contributo che hanno dato secondo me potrà aumentare significativamente”.

Il riferimento è chiaro. Alla fine dell’anno scorso lo scontro interno alla coalizione sulla tassazione straordinaria degli istituti di credito aveva fatto tremare Palazzo Chigi e agitato i mercati. Ora, con utili che sfiorano i 28 miliardi nel 2025 per i principali gruppi bancari, Salvini torna alla carica. “Continuo a ritenere che, in un momento di difficoltà economica per tanti, chi ha di più come il sistema bancario debba dare di più. Per cui non mi accontento del contributo significativo che hanno già dato”, ha aggiunto.

Il messaggio è politico prima ancora che economico. In un Paese dove famiglie e imprese fanno i conti con inflazione, mutui più cari e bollette che restano un peso, l’idea di chiedere un sacrificio aggiuntivo agli istituti di credito diventa una bandiera identitaria. Salvini la sventola con cura, precisando di non voler “fare espropri proletari ai danni di nessuno”, ma indicando una direzione precisa: utilizzare “una parte di questi enormi profitti” per ridurre le bollette della luce e del gas. “Penso che sarà qualcosa di buono e utile. E lo proporrò”, ha assicurato.

Parole che inevitabilmente faranno salire la pressione dalle parti di Forza Italia. Antonio Tajani non ha mai nascosto la sua contrarietà a un’impostazione percepita come punitiva verso il settore finanziario. Già lo scorso ottobre, intervenendo a un convegno dell’Ania, aveva messo in chiaro la linea azzurra: “Non ho una visione punitiva nei confronti delle assicurazioni e delle banche”, spiegando di aver lavorato perché nella manovra “né le assicurazioni né le banche fossero considerate mucche da mungere o i peggiori nemici della società ai quali bisognava estorcere soldi”.

Il vicepremier aveva anche evocato un rischio sistemico: “Fare così significherebbe spaventare i mercati, far fuggire gli investitori e fare un danno all’economia del nostro Paese”. Una posizione che riflette la tradizionale attenzione di Forza Italia per gli equilibri finanziari e per il rapporto con il mondo produttivo e bancario. Una sensibilità che, sullo sfondo, incrocia anche gli interessi storicamente vicini all’area berlusconiana.

Il punto è che la questione non è soltanto tecnica. È simbolica. Salvini parla a un elettorato che vede negli utili record delle banche un contrasto evidente con le difficoltà quotidiane. Tajani teme che una stretta ulteriore possa incrinare la fiducia degli investitori e danneggiare la credibilità del sistema Paese. Due approcci che convivono nella stessa maggioranza, ma che difficilmente si fondono.

Lo scontro sugli extraprofitti era già stato uno dei dossier più delicati dell’ultima legge di bilancio. La tassa straordinaria sugli utili bancari aveva provocato scossoni in Borsa e reazioni immediate da parte degli istituti di credito. Poi erano arrivate limature, mediazioni, correttivi. Un equilibrio fragile che ora rischia di essere rimesso in discussione dalle nuove dichiarazioni del leader leghista.

Salvini, dal canto suo, non arretra. Il concetto resta semplice e diretto: in una fase di difficoltà economica diffusa, “chi ha di più deve dare di più”. È una formula che funziona politicamente, soprattutto in un contesto in cui le famiglie percepiscono un divario crescente tra utili finanziari e potere d’acquisto. Il ministro insiste sul fatto che non si tratti di colpire qualcuno, ma di redistribuire una parte di profitti definiti “enormi” per alleggerire il peso delle bollette.

Resta da capire se la proposta troverà spazio concreto nell’agenda del governo o se si trasformerà nell’ennesimo capitolo di una tensione interna destinata a riemergere ciclicamente. Per ora, il segnale è chiaro: la partita sugli extraprofitti bancari non è chiusa. E dentro la maggioranza, tra chi invoca un contributo più robusto e chi mette in guardia dai contraccolpi sui mercati, la distanza resta evidente.