Scontro sulla giustizia, Nordio vuole l’elenco dei finanziatori del “no”: Cesare Parodi, presidente Anm, replica “comitato autonomo”

Dieci righe. Tanto è bastato, dal ministero della Giustizia, per accendere un’altra miccia nello scontro ormai arroventato tra governo e magistratura. La richiesta è partita dall’ufficio di Gabinetto di via Arenula, a firma della capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, ed è arrivata ai vertici dell’Associazione nazionale magistrati: consegnare, “nell’ottica di una piena trasparenza”, l’elenco di tutti i nomi di coloro che avrebbero finanziato il comitato del no promosso dall’Anm.

Una domanda apparentemente amministrativa, presentata come esigenza di chiarezza, ma letta dalle toghe come un passo oltre la linea rossa. “Siamo alle schedature”, è la reazione che rimbalza nelle chat interne dei magistrati, mentre ai piani alti del sindacato delle toghe si coglie stupore per l’iniziativa. L’obiettivo dichiarato del ministero, in sostanza, sarebbe verificare l’eventuale esistenza di un finanziamento indiretto da parte dell’Anm, tema finito sul tavolo dopo un’interrogazione parlamentare di Enrico Costa, deputato di Forza Italia. Dal governo, la tesi è che si tratti di una richiesta di trasparenza per prevenire “potenziali” conflitti di interessi. Ma la risposta dell’Anm arriva rapida e, pur con toni misurati, è un no.

“Non sono nelle condizioni di rispondere in quanto il comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo”. La replica del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, è un messaggio chiaro: la struttura chiamata in causa non coincide con l’associazione e, soprattutto, la richiesta del ministero rischia di andare a sbattere contro la normativa sulla privacy. Parodi, in sostanza, avverte che il perimetro giuridico non consente scorciatoie, anche quando la parola d’ordine è “trasparenza”.

La polemica, intanto, travalica i confini tecnici e diventa subito politica. Il Partito democratico parla di un “atto molto grave che sa tanto di liste di proscrizione”, con la deputata Debora Serracchiani che usa parole pesanti. Per il capogruppo di Avs al Senato Peppe De Cristofaro, la richiesta suona come un’“intimidazione”. È un riflesso quasi automatico: quando l’esecutivo domanda nomi e cognomi di chi finanzia un comitato che si schiera contro una riforma, l’opposizione vede il rischio di una pressione indiretta, o almeno l’idea di una “mappa” da costruire.

Sul fronte opposto, la destra minimizza e rilancia. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia, sostiene di non capire la polemica e porta l’esempio dei partiti: “Per i partiti ci sono regole precise. Vadano ad esempio sul sito del nostro partito e troveranno, come la legge prevede, nomi e cognomi di quanti danno dei contributi ai sensi di legge. Perché l’Anm dovrebbe avere dei finanziatori occulti e non trasparenti? – chiede Gasparri rivolgendosi pubblicamente al presidente Parodi a cui ha chiesto di “rendere pubblici e trasparenti tutti i finanziamenti che riceve la Anm, sempre che ne abbia ricevuti””.

Il punto, però, non è solo la richiesta in sé: è il contesto. La questione di opportunità, infatti, viene contestata da chi osserva che la stessa “curiosità istituzionale” non sembra valere, almeno per ora, per i comitati del sì. A loro, viene sottolineato, nessuno ha chiesto l’elenco dei donatori, nonostante tra i fondatori figurino anche magistrati attualmente in servizio. E viene ricordato anche un altro elemento, già finito nel racconto di Repubblica: la presenza, nello stesso fronte del sì e perfino nella stessa locandina di eventi, di una toga attualmente sotto accusa per motivi disciplinari dinanzi al Csm e della consigliera laica che dovrà giudicarlo, come presidente della sezione. Un cortocircuito che alimenta l’argomento opposto: la trasparenza può essere un principio, ma diventa un’arma se applicata a geometria variabile.

Dentro lo stesso clima, si innesta l’altra linea di frizione: le parole di Carlo Nordio sul Csm e la risposta di Antonino Di Matteo. Il magistrato, tirato in ballo dal ministro dopo un attacco al Consiglio superiore della magistratura, respinge l’uso “politico” delle sue frasi. “A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino”, dice il magistrato.

Il riferimento è a quanto dichiarato da Nordio in un’intervista ai quotidiani del gruppo Nord-Est Multimedia, in cui, parlando del sorteggio previsto dalla riforma della giustizia per eleggere i rappresentanti dell’organo di autogoverno, ha sostenuto che il meccanismo romperà “questo meccanismo para-mafioso”. Parole che hanno prodotto nuove polemiche e hanno spinto le opposizioni a chiedere alla premier di prendere le distanze dal Guardasigilli. Nordio, invece, ha replicato alzando ancora il tiro, sostenendo di essersi “limitato a citare le affermazioni del settembre 2019 di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, che parlò di “mentalità e metodo mafioso””. Il riferimento è a quando Di Matteo si candidò al Csm denunciando la “degenerazione del correntismo”.

Sulla scia, interviene di nuovo l’Anm, con Parodi che prova a riportare la discussione su binari meno incendiari, pur senza fare sconti: “Io credo che con tutto il rispetto per il collega Di Matteo e ovviamente per il ministro Nordio è proprio la storia che contrasta l’idea di qualunque tipo di avvicinamento fra la magistratura italiana e la mafia o atteggiamenti mafiosi – ha commentato il presidente dell’Anm Cesare Parodi – È smentito dalla storia, quindi non vorrei soffermarmi su questo punto e sono assolutamente d’accordo sul fatto che i toni che vengono utilizzati, ma io predico nel deserto da mesi, non sono adeguati a quel tipo di informazione che i cittadini meriterebbero sul referendum”, ha concluso intervenendo a Coffee Break su La7.

In poche ore, dunque, due piani si sono sovrapposti: la richiesta di via Arenula sui donatori del comitato del no e la battaglia di parole sul Csm, tra “meccanismi” evocati e accuse di strumentalizzazione. Il risultato è una scena unica, fatta di lettere ufficiali, risposte misurate ma taglienti, e reazioni politiche che parlano di “proscrizioni” o, all’opposto, di regole “normali” di trasparenza. Con un dettaglio che, in questa partita, pesa più di tutto: ogni mossa viene letta come un precedente. E i precedenti, nella guerra tra istituzioni, non restano mai isolati.