Terme, sci e sovranismo: il mix è di quelli che sulla carta promettono convivialità, foto di gruppo, battute a raffica. Poi arrivi a Roccaraso e scopri che il clima vero non lo fa l’Appennino, ma la prudenza. L’hotel termale è sold out da settimane, l’acqua sulfurea fuma come una scenografia perfetta e il programma è un menù già scritto: “Idee in movimento”, lo chiamano. Movimento sì, ma controllato, con la discrezione di chi non vuole lasciare impronte.
Fuori piove. In pista si scende lo stesso, o si finge di farlo, perché la foto della “normalità” serve sempre. Dentro, tra corridoi e sale, la partecipazione è alta, eppure la sensazione è quella di un raduno dove la parola ha un prezzo. “Le bocche dei volti noti restano rigorosamente cucite”, si capisce in fretta, soprattutto quando spunta una penna e un taccuino. Lì scatta il riflesso condizionato. Appena il giornalista si avvicina, la risposta è automatica, pronta, quasi allenata: «Però di Vannacci non parlo».
E infatti il generale, tecnicamente uno dei vicesegretari del partito, è il convitato di pietra. Non c’è bisogno di nominarlo per vederlo ovunque: nelle frasi tagliate, negli sguardi che deviano, nella disciplina improvvisa. Il tema che tutti evitano è lo stesso che sembra dominare il weekend: Vannacci sta per annunciare la scissione dalla Lega, per fondare un partito tutto suo e ancora più a destra. È una di quelle ipotesi che in politica iniziano come “rumor”, poi diventano “indiscrezione”, poi si trasformano in calendario.
Nel frattempo, al raduno si incrociano i due volti della stessa ansia: chi teme l’emorragia e chi fiuta l’occasione. Da una parte c’è il deputato calabrese Domenico Furgiuele, che venerdì prossimo terrà alla Camera un’iniziativa sulla «remigrazione» a fianco di esponenti di CasaPound. Quando qualcuno prova a infilare il dito nella parola che scotta, lui la spegne con una frase che suona come un’alzata di spalle: «Fascisti? Ma siamo nel 2026: non scherziamo!». Poi arriva la domanda inevitabile, quella che qui rimbalza sottovoce: dicono che lei sarebbe tra i primi a lasciare la Lega per andare nel nuovo partito di Vannacci, che dice? E la risposta torna a essere difensiva, quasi protettiva: «Macché, io confido che il generale resti dov’è».
La matematica politica, intanto, gira nei capannelli come il vapore delle terme. Secondo alcuni sondaggi, le posizioni ultrasovraniste dell’eurodeputato potrebbero valere almeno il 3%. Non una cifra epocale, ma abbastanza per rompere gli equilibri e cambiare la geometria dei collegi, quel tanto che basterebbe per aumentare le chance del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, se davvero Vannacci corresse da solo. In questo schema, ogni punto percentuale è un coltello: non ti uccide subito, ma ti costringe a stare fermo e a non muoverti male.
Salvini, che pure aveva goduto della spinta propulsiva delle 530 mila preferenze del generale alle Europee, sembra già oltre, almeno nelle parole. «Amen», commenta con i suoi fedelissimi, come se fosse un capitolo chiuso, o come se bastasse pronunciarlo per farlo diventare tale. E ai microfoni, sabato, era stato anche più netto: «Fuori dalla Lega c’è il deserto». Parole che a Roccaraso vengono lette come una consegna: basta parlare di lui, gli regaliamo solo visibilità. Qui la visibilità è l’unica moneta che nessuno vuole spendere, e il silenzio diventa strategia.
Da qui in avanti, allora, si prova a cambiare playlist. Il titolo della convention è accattivante e serve esattamente a questo: spostare il racconto dal “chi se ne va” al “cosa facciamo adesso”. Ci si confronta su fine vita e diritti civili. Il segretario — anche spinto dalla sua compagna, molto sensibile a tali temi — valuta una strategia più “soft” per provare ad allargare il bacino elettorale, accogliendo anche posizioni più moderate in vista del voto nel 2027. È il tentativo di presentarsi come forza di governo adulta, senza rinnegare le proprie radici, ma con meno spigoli in superficie.
Solo che la sala, su certe parole, si irrigidisce. Sul fine vita le posizioni sono piuttosto rigide sul “no”. Va un pelino meglio sul fronte Lgbtq+: «Può andare bene la legge che c’è già», dice l’eurodeputata Susanna Ceccardi. È una frase che non accende entusiasmi, ma evita di incendiare la stanza: il classico compromesso che somiglia più a un argine che a un progetto.
E poi c’è Luca Zaia, collegato in video, cioè presente senza essere davvero in mezzo alla platea. Le sue posizioni, qui, “sono forse un po’ troppo progressiste”. La distanza è anche tecnica, ma sembra politica: comodo, il video, perché ti permette di dire e di non dire, di apparire e di sparire. Per prima cosa, senza citarlo, Zaia picchia duro sul tema che tutti fingono di non avere in tasca: «Una destra troppo concentrata su aspetti fondamentalisti non può portare risultati per i cittadini». È un colpo a Vannacci senza nominarlo, un modo per non violare la consegna e allo stesso tempo far capire che il nervo è scoperto. E poi l’affondo sul fine vita: «Su diritti civili ed eutanasia dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo». Parole pesanti, soprattutto in un contesto dove la linea dominante resta prudente.
Il momento più curioso, però, arriva quando sale sul palco Francesca Pascale. Oggi attivista Lgbtq+, ieri nemica dichiarata del Carroccio, una che con Salvini se ne era dette di tutti i colori. Alla vigilia, temeva che la fischiassero. Invece no: lei sa come si porta il cappello e, attaccando l’«ideologia woke della sinistra», incassa diversi applausi. È il cortocircuito perfetto del nuovo populismo termale: puoi essere il corpo estraneo, purché dica la frase giusta al momento giusto. E la platea, in cambio, ti concede l’ovazione controllata.
Intorno scorre il resto del programma, come una parata ordinata. C’è Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, che denuncia di essere stato «censurato» dalla Lega. Proprio «un mondo al contrario», verrebbe da dire, e infatti il gioco di specchi torna sempre lì: il generale non è presente, ma il suo lessico e la sua ombra continuano a riaffiorare, persino quando lo si evita. Poi arrivano i ministri, ognuno con la promessa pronta da mettere sul tavolo, perché ogni kermesse ha bisogno del suo annuncio. Valditara, alle prese con l’ondata di violenza nelle scuole, rilancia l’idea dei «metal detector mobili per controllare gli ingressi» in contesti critici. Misure, parole chiave, formule da microfono: sicurezza, ordine, protezione. È una liturgia politica che funziona sempre, soprattutto quando fuori piove e dentro si vuole tenere alta la temperatura del consenso.
Così Roccaraso diventa una cartolina doppia: da un lato le terme e la retorica del weekend, dall’altro la sensazione che la Lega stia passando un esame di tenuta. Non è una festa e non è una crisi dichiarata. È quel momento sospeso in cui tutti sanno che qualcosa sta per succedere, ma nessuno vuole essere il primo a dirlo ad alta voce. E intanto le piste restano bagnate, le sale restano piene, e la frase più ripetuta, quella che gira come un cartello invisibile appeso al collo di chiunque, è sempre la stessa: «Però di Vannacci non parlo».







