Vannacci vale il 4% e apre la guerra nella Lega: “traditore”, “Frankenstein” e sospetti sul filo diretto con la Russia

Roberto Vannacci

Roberto Vannacci oggi “vale” il 4%. È un dato che sembra piccolo, ma in politica è una miccia: abbastanza per fare rumore, abbastanza per ricattare, troppo poco per vivere di rendita da qui al 2027 senza logorarsi. E infatti il punto non è solo la percentuale: è la traiettoria. Perché la strada verso le elezioni è lunga, e chi nasce come caso mediatico rischia di finire come un ricordo. O peggio: come una parentesi.

La rottura con la Lega si consuma come si consumano le cose davvero moderne: in un tango di telefonate, fonti, post e smentite. Il prologo, però, è molto più “politico” di quanto sembri. Lunedì pomeriggio, al Mit, Vannacci arriva invitato da Matteo Salvini. È l’incontro chiarificatore che da giorni viene annunciato e che in via Bellerio aspettano come si aspetta un responso: o rientra nei ranghi, o salta il tavolo.

Salvini, che nel maggio scorso lo aveva persino indicato come vice, vuole capire che carte ha in mano il generale. Fino a quel momento aveva sempre dato credito alla parola di Vannacci: “Ha detto che non uscirà”. E qui sta il nervo scoperto che nel Carroccio brucia più della strategia: la parola data. Per un militare, dicono i leghisti, vale tutto. Tradirla significa perdere l’unica cosa che non dovrebbe mai mancare: l’onore. È il motivo per cui nei corridoi la definizione “traditore” non arriva a freddo, arriva come un giudizio morale.

Nel faccia a faccia, Salvini lo avverte con la brutalità dei capipartito che hanno visto scissioni morire in silenzio: “Guarda che chi è uscito dalla Lega non ha mai fatto grande strada”. E allarga il discorso a tutto il centrodestra: “Nessuno si è più visto. Pensa a Gianfranco Fini, pensa ad Angelino Alfano”. È un elenco usato come spauracchio, quasi una maledizione politica. Salvini prova anche a stanare le mosse del generale: “Ho letto di tuoi incontri con Matteo Renzi…”. Vannacci smentisce e annuncia querela, ma i leghisti annotano un dettaglio che per loro pesa come un indizio: Renzi sarebbe stato il primo a esultare per la mossa.

Poi arriva la scena madre, quella che fa impazzire i nervi: la Lega precisa che la vicenda Vannacci non è all’ordine del giorno del consiglio federale. E subito dopo, oplà, pochi minuti prima che inizi la riunione, Vannacci rende ufficiale e pubblica l’uscita. Un tempismo che a via Bellerio leggono come uno schiaffo: non un addio concordato, ma una “fuga” trasformata in show. Il divorzio, scrive qualcuno, è via Instagram. Salvini non può dire che lo ha sbattuto fuori, altrimenti Vannacci diventa martire. E allora si rifugia nella formula che salva la faccia: “Deluso e amareggiato”.

Intanto, mentre la Lega ribolle, i numeri raccontano un’altra storia. Secondo Instant mood, nelle ore calde si registra un picco massimo sulla parola chiave “Roberto Vannacci” e il sentiment delle ultime 24 ore risulta negativo all’85,3%. È un dato che nel partito viene usato come prova: “La gente non lo segue, lo respinge”. Ma è anche una fotografia più ambigua: la rete è un tribunale che condanna in massa e, nello stesso tempo, tiene l’imputato al centro della scena. E Vannacci, se vuole sopravvivere fino al 2027, ha bisogno esattamente di questo: non essere dimenticato.

Per questo la prima mossa è mediatica. Stasera la prima ospitata a “Realpolitik” su Rete4. Scelta chirurgica: far parlare di sé, spiegare la “destra vitale” e il nuovo marchio Futuro nazionale, e tentare di cambiare il frame. Perché nel Carroccio la narrazione è già pronta e, se passa quella, il generale rischia di diventare un personaggio chiuso in una definizione: megalomane, disertore, “uno che scrive chi mi ama mi segua”, un dottor Frankenstein creato da Salvini e poi scaricato quando ha iniziato a camminare da solo.

Dentro la Lega, però, il caso Vannacci è anche un processo a Salvini. Il Federale, raccontano, lo “processa” in contumacia: “Non ha voti”, “non ha il senso dell’onore”, “l’ho fatto votare io”. Sembra una resa dei conti tardiva, quasi la confessione di un errore: al posto dell’espulsione gli è stato offerto per mesi un predellino. E adesso, nel momento in cui se ne va, resta la domanda che non riguarda più il generale ma il partito: quanto danno ha fatto? E quanto ne farà ancora, da fuori?

La reazione interna non è compatta. C’è chi spinge per “fare il partito serio”, chi vuole distinguersi dalla destra di Fratelli d’Italia e da Vannacci, e chi invece propone la mossa opposta: “andiamo più a destra di lui”. Il nome che circola come “nomina importante” è uno solo: Zaia cosegretario. Fuori dal Federale, qualcuno parla di festa, perfino di bottiglie pronte, come quando si abbassa la saracinesca di un’osteria e finisce un turno infinito. Ma anche quel clima euforico ha un retrogusto: “e chi lo caccia?”, si chiedevano fino a poche ore prima. E la risposta, alla fine, è arrivata da un post.

Sul piano nazionale, intanto, gli equilibri si muovono. Secondo quanto filtra, Meloni non vuole Vannacci: il sostegno all’Ucraina resta il primo punto politico che separa la filiera di governo dall’area più radicale che il generale prova a intercettare. E si parla di una soglia di sbarramento al 4%: un numero che, se confermato, diventa contemporaneamente una tagliola e una tentazione. Perché Vannacci oggi è lì, su quel crinale: dentro o fuori dipende da quanto riesce a tenere alta l’attenzione su di sé senza bruciarsi.

È qui che spunta il sospetto più velenoso, affidato ai “moderati” del Carroccio: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. Se lo dicono loro, il segnale è doppio: paura e delegittimazione. È il modo più rapido per trasformare un avversario interno in un problema di sicurezza politica, e al tempo stesso per blindare la linea atlantista che la maggioranza rivendica. Vannacci dovrà rispondere anche a questo, perché nel racconto contemporaneo non basta dire “non sono io”: bisogna dimostrare di non essere utile a qualcun altro.

Nel frattempo, a valle della frattura, Forza Italia guarda e si allarga: Tajani si avvicina a Calenda, si ragiona di ricomposizioni e geometrie più “presentabili”. È il classico effetto collaterale delle scissioni: mentre uno esce dalla porta, qualcun altro prova a rimettere ordine nel salotto.

Resta una certezza: se Vannacci vuole arrivare vivo al 2027, non può permettersi di diventare una moda del mese. Stasera va in tv per questo, non per spiegare un simbolo. Deve convincere che non è un incidente di percorso, che non è solo una polemica ambulante, e soprattutto deve far dimenticare il “tradimento” della parola data, che nel suo personaggio pesa più di una percentuale. Il 4% è un punto di partenza. Il problema è il tempo. E il tempo, in politica, è l’unico nemico che non puoi querelare.