Zaia possibile vicesegretario della Lega dopo Vannacci: sì solo con deleghe vere, ma Salvini teme un rivale interno

Luca Zaia

La Lega cerca un nuovo assetto e, come spesso accade nel Carroccio, la partita non è solo di nomi ma di pesi, territori e potere reale. Nelle ultime ore ha preso corpo l’ipotesi che Luca Zaia possa entrare nella segreteria nazionale come vicesegretario, occupando il posto rimasto libero dopo l’uscita di Roberto Vannacci. È una voce che circola con cautela, senza conferme ufficiali, ma con un dettaglio che torna in tutte le ricostruzioni: Zaia non sarebbe disponibile a un ruolo di pura rappresentanza.

Il punto, infatti, non è la poltrona, ma il perimetro. Per il governatore del Veneto l’eventuale via libera passerebbe da deleghe chiare e “di peso”, capaci di incidere davvero sulla linea e sulla macchina del partito. L’identikit della funzione è preciso: coordinamento politico sui territori, raccordo con amministratori locali e sindaci, interlocuzione con il mondo produttivo del Nord, contributo ai dossier economici e autonomisti. In altre parole, un incarico operativo, non una fascia da indossare alle riunioni.

In questo scenario Zaia rappresenterebbe, per profilo e consenso, una figura in grado di rassicurare l’ala più istituzionale e territoriale della Lega, quella che guarda meno alle parole d’ordine identitarie e più al radicamento amministrativo. È anche il motivo per cui il suo nome pesa: non è un “vicesegretario qualunque”, ma un amministratore con un seguito consolidato e una credibilità che, spesso, supera i confini del centrodestra.

Ed è qui che si apre la frizione politica vera. Un vicesegretario con deleghe reali non sarebbe un semplice rinforzo, ma una redistribuzione interna di responsabilità e spazi. “L’Espresso” lo sintetizza così: “Un incarico simile comporterebbe una redistribuzione interna delle responsabilità e dei pesi politici. Non tutti, nel partito, guardano con favore a un rafforzamento della componente veneta, già influente sul piano territoriale. A cominciare da Salvini che non vorrebbe rafforzare troppo un possibile futuro rivale per la segreteria del partito…”.

Per Matteo Salvini, insomma, la scelta sarebbe doppia. Da un lato la necessità di mantenere il controllo del partito in una fase complessa, in cui la Lega deve tenere insieme anime diverse: la base più sensibile a sicurezza e immigrazione e l’area più “di governo”, che chiede pragmatismo e dialogo con imprese e autonomie locali. Dall’altro il rischio, tutto interno, di legittimare ulteriormente un potenziale concorrente, se e quando si aprisse una partita sulla leadership.

La discussione, inoltre, si intreccia con una riflessione più ampia sull’identità leghista e sul linguaggio politico da adottare. Un segnale che viene letto in questa chiave è la scomparsa del termine “remigrazione” dai documenti preparatori della riunione: una scelta lessicale che molti interpretano come la volontà di evitare sovrapposizioni con le posizioni più identitarie attribuite a Vannacci e, allo stesso tempo, di non consegnare al dibattito pubblico un’etichetta pronta a trasformarsi in un boomerang.

Anche la tempistica aiuta a capire perché tutto resti sospeso. Non c’è, al momento, una scadenza formale per la nomina del nuovo vicesegretario. Questo dà al vertice la possibilità di calibrare la decisione, aspettare il momento politicamente più utile, misurare le reazioni interne e, soprattutto, definire in modo chirurgico cosa significhi “deleghe” e quanta autonomia implicano davvero. Perché è lì che si deciderà se l’operazione è un consolidamento o l’inizio di un nuovo equilibrio.

Per Zaia la scelta avrebbe un valore personale e strategico. Accettare significherebbe entrare nella gestione nazionale del partito con un ruolo che, se sostanziale, può incidere sulle prospettive future della Lega e sul suo posizionamento nel governo. Restare fuori, invece, gli consentirebbe di preservare un profilo autonomo, evitando di essere trascinato nelle tensioni romane e nelle contese interne, ma rinunciando a una leva diretta sulla linea politica.

Per ora il diretto interessato non commenta. E forse è proprio questo, più delle indiscrezioni, a far capire quanto la partita sia delicata: se l’ipotesi dovesse diventare concreta, non basterà annunciare un nome. Bisognerà scrivere, nero su bianco, chi decide cosa dentro la Lega e fino a che punto. E su questo, nel Carroccio, raramente si sorride.