“A costo di morire”, Mina canta l’eterno: l’omaggio sonoro a Giorgio Armani

Si è da pochi giorni concluso il Festival di Sanremo. È tempo, dunque, di rifarci le orecchie e l’anima con Mina. Di tornare a una voce che non necessita di palcoscenici né di classifiche; che non si misura con l’effimero consenso ma con la durata, con la sedimentazione, con l’inesorabile prova del tempo.

C’è, nel nuovo brano “A costo di morire”, un tremito ontologico, oltre che musicale. Un fremito dell’essere, una scossa sotterranea che attraversa la parola e la carne, la menzogna e l’ardore, l’orgoglio e l’abbandono. Non è semplicemente una canzone d’amore; è una partitura della contraddizione, un’orazione lacerata in cui l’eros si avvita su se stesso fino a farsi confessione e supplizio.

Il dono a Giorgio Armani, re dell’eleganza

Che questo brano sia un dono a Giorgio Armani non è un dettaglio mondano. Si tratta di un gesto simbolico. Mina — sacerdotessa appartata della voce italiana — offre la propria voce come si offre un drappo prezioso, una stoffa sonora cucita addosso all’immaginario di chi, dell’eleganza, ha fatto una forma di pensiero.

Il regalo non consiste soltanto nella dedica, ma nella natura stessa del canto: un canto che veste il desiderio di austerità, che incide il sentimento con linee nette, severe, quasi sartoriali. Come un abito di alta manifattura, la canzone sembra tagliata sul corpo dell’ambiguità amorosa: nessuna ridondanza, nessuna sbavatura, solo la purezza crudele della linea.

Il testo è un teatro dell’ipocrisia, talora del desiderio

“Sulle labbra tue, che stupida falsità”: l’incipit è già un’accusa che vibra di umiliazione e di superbia ferita. Non c’è qui l’amore pacificato, ma una passione che si nutre del dissidio, che prospera nel chiaroscuro morale. L’io lirico interroga, dubita, rivendica: “Ed io mi domando se, chissà, / è desiderio o vero amore…”. In questa sospensione interrogativa si condensa il dramma eterno dell’eros: la sua ambiguità costitutiva.
Tuttavia, quando “soli / partiamo per mondi lontani”, la parola si fa carezza, la sintassi si scioglie in un movimento più fluido, quasi ondoso. È in questa alternanza fra invettiva e abbandono che Mina esercita la sua arte suprema: la voce incarna il turbamento. Ogni inflessione è una piega dell’anima. Ogni sospensione, un battito trattenuto. Il “cantando” delle mani che sfiorano il corpo non è mai compiacimento carnale, ma epifania sensoriale. il corpo, carico di eros, diviene strumento, cassa armonica del desiderio.

Il timbro vocale di Mina

Proprio qui, nella materia viva della voce, si sono annidate le polemiche. Taluni hanno insinuato che quella che ascoltiamo sia la Mina di un tempo, una voce giovanile riesumata, quasi un reperto fonografico ripulito dalla polvere degli anni. È un’ipotesi che tradisce una conoscenza musicale fragile. La Mina odierna possiede un timbro scuro, bruno, profondamente materico. Un velluto attraversato da venature d’ombra. Gli anni, l’esperienza, persino il fumo  (abitudine mai nascosta)  hanno inciso la grana del suono, ispessendone la trama, accentuandone le risonanze basse, conferendole quella densità crepuscolare che nessuna giovinezza potrebbe simulare. La Mina dagli anni 2011 ad oggi è una Mina drammatica, proprio per questa sua voce che diventa sempre più vellutata. È dunque impossibile scambiare questa voce per quella acerba, smaltata, degli esordi. Qui vi è consapevolezza fisiologica e interpretativa; vi è un organo maturo che porta in sé la storia del proprio attraversamento.

La canzone cela una struttura drammaturgica complessa

Vi è un conflitto esterno — l’altra donna, l’impossibilità di una scelta — ma soprattutto un conflitto interiore: l’orgoglio ferito contro la resa, la dignità contro la brama. “Basta un gesto ed in pugno ti ho”: qui l’amore si rivela potere, dominio sottile, fascinazione che stringe e trattiene. Non è un sentimento innocente, bensì una forza che avvince e consuma.

Che questo brano sia offerto ad Armani assume, talvolta, una risonanza ulteriore. L’eleganza, nel suo significato più alto, non è forse disciplina del tumulto? Non è forse l’arte di conferire forma al caos? Mina sembra fare lo stesso: prende il disordine passionale e lo modella in una forma impeccabile, sobria e insieme ardente. La sua voce è tessuto e lama, velluto e acciaio.

“Stai tremando”: la ripetizione finale è un colpo di teatro che non concede consolazione. Il tremito non appartiene soltanto all’amato; è il tremito dell’intera architettura affettiva che la canzone ha edificato. È il brivido di chi ama sapendo di perdere, di chi desidera sapendo di mentire, di chi resta “a costo di morire”!

E forse è proprio questo il dono più grande. Si tratta della consegna di una verità tremante: l’amore come ferita che non si rimargina, come eleganza del dolore, come suprema coerenza nell’azzardo del sentimento. Mina canta per incidere, non per consolare. Mina ripone nelle sue interpretazioni il verismo letterario più puro. Riportare il dolore alla pedissequa e straziante realtà. E nel buio appartato da cui continua a farsi voce, lascia cadere su di noi non una nota soltanto, ma una confessione che arde lenta, come brace sotto la cenere. E ancora, mentre l’ascoltiamo, ci costringe a tremare.

di Ernesto Mastroianni