Un’aria così grave e spaesata, nel fortino di via Bellerio, non si respirava dai tempi degli scandali della “Bossi family”. E non è solo una suggestione: è proprio un cambio di pressione, come quando in redazione ti accorgi che la giornata sta per trasformarsi in una settimana. Qui succede in poche ore. Prima lo spaesamento, poi lo psicodramma. Fase uno. La fase due potrebbe intitolarsi senza troppi giri di parole “processo a Salvini”, perché la verità è lì, appoggiata sul tavolo con la stessa evidenza delle telecamere e dei cronisti all’ingresso: comunque la si giri, il vero sconfitto è il segretario federale.
Roberto Vannacci dice addio alla Lega e nel partito scatta la mutazione lessicale: da “uomo nuovo” a “traditore”, da “risorsa” a “disertore”. Ma il dettaglio che brucia è che quel “traditore” era stato il progetto più esibito e più coperto proprio da Matteo Salvini. Gli ha spalancato la porta e messo tappeti, lo ha voluto con ostinazione, lo ha sostenuto e difeso anche quando, dentro il movimento, lo sopportavano ormai in pochissimi. Anche con il silenzio. E chi, in via Bellerio, aveva capito il dribbling che si stava preparando, oggi parla con la cattiveria tipica di chi non ha più voglia di fingere.
A certificare l’umore è la cronaca di una giornata che somiglia a una processione dentro un consiglio federale che nessuno avrebbe voluto vivere. Capolinea: via Bellerio 41. Un solo ingresso, carraio e pedonale, e davanti il solito teatro mediatico. Salvini è il primo ad arrivare. E qui parte la sceneggiatura della “linea dura” che serve a rialzare la testa: in sala riunioni non fa autocritica, ma tuona. «Chi segue Vannacci sarà fuori dal partito. Lui lasci il seggio all’europarlamento. L’ho difeso fino all’ultimo, ma è stato una parentesi». La parola “parentesi” è l’ultima foglia di fico: se davvero lo era, perché è diventata la parentesi più ingombrante dell’intera legislatura leghista recente?
La cosa interessante è che mentre Salvini prova a sigillare la porta, i colonnelli e i governatori entrano con il coltello già in mano. Il primo a “esultare” non è un fedelissimo, ma Luca Zaia, collegato perché impegnato a un evento sull’autonomia. E Zaia non la tocca piano: «Non mi straccio le vesti!». Poi affonda la lama con un’ironia che sa di vendetta amministrativa: «Non sono sorpreso. Vannacci, vista la lunga militanza che ha avuto in Lega, nemmeno un anno — affilata ironia — ha preso atto di essere un corpo estraneo. E i corpi estranei prima o poi se ne vanno». La frase “corpo estraneo” è il modo gentile per dire: lo avevamo capito tutti, tranne chi lo ha portato qui.
Il fronte dei “noi l’avevamo detto” si allarga subito: Zaia, Fedriga, Fontana. E sullo sfondo, come sempre, c’è l’imperscrutabile Giorgetti, che pochi giorni fa l’aveva impacchettata così, con quella frase da professorone che sembra innocua e invece è un colpo: «Chi vince la partita a scacchi con Vannacci? La partita a scacchi è una scienza, non un gioco». Adesso, in consiglio federale, si limita a un minimalismo che pesa più di un comizio: «È stato un percorso, la Lega vada avanti». Tradotto: arrangiatevi, ma senza farmi sporcare le mani.
Zaia, invece, va a raffica. Alla domanda se Vannacci abbia deciso di camminare con le sue gambe e dimostrare il suo reale peso politico, la risposta è una sentenza: «Era una storia già scritta». E non si ferma. «La Lega è un movimento fortemente identitario, fin dal primo momento abbiamo capito che le idee di Vannacci erano altre». Qui la stoccata indiretta è il vero messaggio: se “noi” l’abbiamo capito, chi è che non l’ha capito o ha fatto finta di non capirlo?
Il passaggio più velenoso arriva quando Zaia mette nero su bianco ciò che in via Bellerio sussurravano da mesi: «Il segretario è stato fin troppo inclusivo e anche comprensivo. È stata una fase dolorosa perché per mesi la Lega ha dovuto convivere con dichiarazioni e posizioni che non le appartengono. Con l’uscita di Vannacci si chiude finalmente una stagione di imbarazzi e di provocazioni e si volta pagina». È un modo elegante di dire che la “stagione” è stata tollerata dall’alto, e che la pagina la stanno voltando nonostante Salvini, non grazie a lui.
Quando gli chiedono se Vannacci debba dimettersi da europarlamentare, Zaia spara a alzo zero: «È innegabile che senza la Lega quel seggio non l’avrebbe mai avuto. Lo ha avuto grazie al mio partito». E subito dopo rimbalza un retroscena che nel partito tutti maneggiano con cautela: Zaia sarebbe il primo candidato a succedere a Vannacci nel ruolo di vicesegretario, ma i salviniani frenano. È un altro dettaglio che racconta l’aria da resa dei conti: la poltrona si libera, ma nessuno vuole ammettere che si sta già facendo il casting.
Massimiliano Fedriga, leghista dal ’93, presidente del Friuli Venezia-Giulia, si accoda con la linea del rispetto degli elettori: «Si dimetta subito da eurodeputato, per rispetto degli elettori». Il tono non è più quello della polemica con Vannacci: è quello del regolamento di conti interno. E lo si capisce da una sensazione che diventa quasi una regola non scritta della giornata: si parla malissimo di Vannacci affinché Salvini intenda. Nuora e suocera, con una differenza: qui la “suocera” è il segretario federale, e la famiglia non ha più voglia di fare finta che sia tutto sotto controllo.
Nel fortino, intanto, arrivano i fedelissimi Crippa e Toccalini, poi Ceccardi, definita “anti-Vannacci della prima ora”, e ancora Sardone, Cecchetti, Siri. Attilio Fontana non c’è, è a casa malato. Ma la malattia non gli impedisce di lanciare pietre: «L’uscita di Vannacci non sorprende e conferma che era un’anomalia. Un partito non è un palcoscenico personale, ma una comunità fondata su lealtà, coerenza e rispetto della parola data. Quando questi principi vengono meno l’epilogo è inevitabile». E in serata, col suo entourage, Fontana allarga lo sfogo in modo ancora più esplicito: «È mancata un po’ di autocritica. Ora Vannacci ha tradito e tutti lo dobbiamo attaccare per alto tradimento. Dobbiamo occupare tutti i suoi spazi, non lasciargli nulla». Qui la frase chiave è “mancata autocritica”: detta così, sembra riferita a Vannacci, ma l’eco rimbalza sempre verso Salvini.
C’è poi il dettaglio simbolico che fa da sfondo a tutto. Ai tempi d’oro, sopra Bellerio volava l’elicottero. Poi i droni e le file di auto blu. Adesso, invece, aleggia l’ombra del “mondo al contrario” di Vannacci, come se quel titolo fosse diventato una didascalia del presente leghista: confusione, nervi scoperti, identità che non sa più se inseguire la sicurezza o tornare a parlare di Nord.
Durante il consiglio federale il clima è teso e ingloba la frustrazione per la “fregatura” e le critiche alla linea e agli sbandamenti di Salvini. Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato e segretario regionale lombardo, prova a riportare il partito dentro la sua vecchia narrativa: «Va bene la sicurezza, che è centrale, ma torniamo a parlare di Nord. Non inseguiamo Vannacci». È l’avvertimento più chiaro: se lo insegui, finisci per legittimarlo. E soprattutto finisci per perdere te stesso.
Riccardo Molinari mette un altro paletto: «Vannacci ha chiarito che non c’entra nulla con la Lega. Adesso non usiamo le sue parole, lui è all’opposizione, noi in maggioranza». È la linea del distacco istituzionale: noi governiamo, lui fa spettacolo. Ma in politica il confine tra “spettacolo” e “consenso” è sottile come carta velina, e la Lega lo sa bene, perché su quel confine ha costruito anni di comunicazione.
Poi c’è Claudio Durigon, fedelissimo di Salvini, che sceglie l’attacco più spinto: «Fa gli interessi della sinistra». È una frase che serve a due scopi: far passare Vannacci da rivale interno a nemico esterno, e togliere a Salvini il ruolo di sponsor ingenuo trasformandolo in vittima di un piano altrui. Il problema è che, fuori dal fortino, quel tipo di narrazione regge solo fino a un certo punto: se tu lo hai portato in casa, se tu lo hai difeso, se tu hai fatto finta di non vedere, la responsabilità non si cancella con uno slogan.
A microfoni spenti, i malumori montano e molti ammettono ciò che davvero spaventa: «Per noi è un problema, richiamo di tornare la Lega del 4-5%». Ed è qui che il barometro del partito si collega ai sondaggi: se Vannacci si piazza attorno alla soglia e pesca nell’area identitaria, la Lega rischia di ritrovarsi con il fiato corto. Non solo per i numeri, ma per l’immagine: un partito che sembra inseguire l’ennesima deviazione invece di guidare la propria strada.
In questo quadro, la parola “tradimento” diventa quasi un alibi. Serve a ricompattare. Serve a dare un colpevole semplice. Serve a far credere che basti chiudere la porta per chiudere la storia. Ma in via Bellerio lo sanno tutti: il capitolo Vannacci non è soltanto la fuga di un eurodeputato. È lo specchio di una leadership che ha scommesso su un innesto polarizzante, lo ha protetto finché conveniva e adesso prova a presentarlo come “parentesi”.
La fase uno è lo spaesamento. La fase due è lo psicodramma. La fase tre, quella che tutti fingono di non vedere, è la resa dei conti vera: chi comanda davvero la Lega, quale identità vuole avere, e quanta parte del partito è disposta a pagare ancora il prezzo delle scelte di Salvini. Perché oggi il “disertore” è Vannacci, certo. Ma il processo che si respira tra i corridoi del fortino ha un nome e cognome diverso, e non serve nemmeno pronunciarlo ad alta voce per capirlo.







