Al Bano e il sequestro dimenticato a Teheran: “Fui bloccato un mese in hotel perché mi rifiutai di cantare”

A sentirlo oggi, con il Medio Oriente di nuovo in fiamme e Teheran tornata al centro delle paure internazionali, il racconto sembra uscito da un film girato male e finito peggio. Invece è una storia vera, raccontata da Al Bano con il suo solito tono diretto, quasi ruvido, durante un’intervista a “Un Giorno da Pecora” su Rai Radio1. E dentro quella storia c’è un dettaglio che colpisce subito: “Fui il primo sequestrato a Teheran”. Detto da lui, con quella miscela di memoria, orgoglio e amarezza che da anni accompagna i suoi ricordi pubblici, il risultato è potente. Perché stavolta non si parla di folklore da tournée né di aneddoti esotici da cantante amatissimo all’estero. Si parla di un mese passato bloccato in hotel in Iran, nel 1973, in un Paese che stava già cambiando pelle.

Al Bano racconta di avere cantato in Iran tre volte. La prima, dice, nel giugno del 1969. E già quel debutto suona come la fotografia di un altro mondo. Racconta di essere arrivato a Teheran con Romina e di avere trovato ad attenderlo cinquantamila persone in aeroporto. Non una cifra buttata lì per vanità, ma l’idea di un impatto enorme, quasi travolgente. La polizia, ricorda, li prese direttamente sotto l’aereo e li portò in hotel. Nel tragitto, aggiunge, accadde qualcosa che per lui resta ancora oggi folle: automobili che inseguivano la loro vettura, clacson impazziti, gente che cantava le sue canzoni per strada. Un successo gigantesco, una di quelle scene che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca e a un altro Iran.

Poi ci fu un ritorno nel 1971, stavolta su invito della sorella dello Scià. E già questo basta a far capire quanto l’Italia musicale di allora potesse ancora attraversare con leggerezza certi confini, ospitata da corti, salotti, poteri che di lì a pochi anni sarebbero stati travolti. Infine arrivò il terzo viaggio, quello del 1973. Ed è lì che il racconto cambia tono. Sparisce il colore, entra l’ombra.

“Appena arrivato in aeroporto notai subito che qualcosa non andava”, dice Al Bano. È una frase semplice, ma è quella che apre tutte le storie storte: quando ancora non è successo niente, ma il corpo capisce prima della testa che l’aria è cambiata. Da quel momento, racconta, finì di fatto sequestrato in albergo per un mese. Un mese intero. Chiuso lì dentro per un braccio di ferro che nasceva, almeno all’inizio, da una questione molto concreta: lui si rifiutava di cantare perché gli organizzatori non volevano pagarlo e, soprattutto, non volevano restituirgli gli impianti audio e luci, che all’epoca gli artisti spesso portavano con sé. Non si trattava dunque di una semplice lite contrattuale. C’era di mezzo il controllo, il ricatto, l’impossibilità di andarsene.

Il dettaglio più amaro, nel suo racconto, è un altro: “Non intervenne la Farnesina. Neanche l’ambasciatore”. È una frase che pesa. Perché sposta il racconto dal pittoresco al politico. Al Bano non descrive soltanto una disavventura all’estero. Descrive una solitudine istituzionale. Racconta di essere rimasto lì, in una situazione sempre più anomala, senza che le autorità italiane riuscissero o volessero sbloccare davvero la vicenda. La svolta arrivò solo quando entrò in scena un colonnello dello Scià di Persia. Fu lui, dice il cantante, a capire la situazione e a intervenire. Otto giorni dopo il suo coinvolgimento, Al Bano venne liberato.

Il punto più interessante, però, arriva dopo. Perché Al Bano non liquida tutto come una truffa, un ricatto economico o una lite con impresari senza scrupoli. A distanza di anni prova a dare a quell’episodio una lettura più larga. “Era una questione religiosa”, dice. E aggiunge che i tempi stavano cambiando, che lui pensa di essere stato “la prima vittima”. È una frase forte, forse anche discutibile se la si prende come formula storica, ma giornalisticamente ha un valore enorme. Perché coglie qualcosa che oggi appare evidente col senno di poi: nell’Iran dei primi anni Settanta, ben prima della rivoluzione del 1979, sotto la superficie luccicante della modernizzazione dello Scià si agitavano già correnti profonde, tensioni ideologiche, irrigidimenti culturali e religiosi destinati a esplodere.

Quando Al Bano parla del “trionfo dei pasdaran” usa probabilmente un’immagine più emotiva che cronologica. Ma il senso del discorso è chiaro: lui avverte di essere finito, forse senza nemmeno comprenderlo del tutto in quel momento, dentro un passaggio storico. Un artista popolare, occidentale, simbolo di intrattenimento e leggerezza, che all’improvviso si ritrova stretto in un contesto che non lo vuole più davvero, o lo vuole solo a certe condizioni, o forse lo usa come pedina in una partita già diversa dalla musica.

Ed è questo che rende il suo racconto attuale. Perché oggi Teheran viene evocata quasi sempre come capitale della tensione, del controllo, del conflitto permanente. Sentire Al Bano raccontare che in quella stessa città, pochi anni prima della rivoluzione, era stato accolto come una rockstar e poi, nel giro di poco, trattenuto in hotel contro la sua volontà, restituisce il senso plastico di un Paese che stava slittando da una dimensione all’altra. Prima il trionfo, poi la diffidenza. Prima le folle adoranti, poi la chiusura. Prima il cantante accolto da una città in delirio, poi l’ospite sgradito bloccato e lasciato solo.

Il bello, o forse il terribile, di questo racconto è che Al Bano lo restituisce senza sovrastrutture. Lo racconta come uno che quella storia se l’è portata addosso a lungo e che ancora oggi non ha del tutto smesso di farci i conti. Non c’è vittimismo studiato, non c’è la ricerca della frase letteraria. C’è semmai la forza di una memoria popolare che a tratti inciampa, magari semplifica, ma colpisce perché resta concreta. C’erano gli impianti da recuperare, i soldi non pagati, l’hotel, l’ambasciata assente, il colonnello, la liberazione. Tutto molto materiale, tutto molto meno romanzato di quanto sarebbe facile fare.

Nella stessa intervista, poi, il cantante tocca anche altri temi. Dice di voler tornare a Sanremo, di avere ancora voglia di salire su quel palco, di non avere ancora chiamato De Martino ma di pensarci eccome. È il solito Al Bano che non smette di considerare il Festival come una casa e una sfida, una ribalta da cui non si sente affatto congedato. E poi c’è la politica, altro terreno su cui si muove con prudenza antica. Smentisce di essere stato coinvolto in eventi per il sì al referendum sulla giustizia, chiarisce che nessuno lo ha chiamato e nessuno gli ha chiesto nulla. E quando gli si fa notare che il referendum non è teoricamente una questione di destra o sinistra, replica con una frase che dice molto del suo istinto: “Secondo me la valenza politica c’è eccome”.

Anche lì, però, Al Bano si tiene qualcosa per sé. Non dice come voterà. Non si espone fino in fondo. Rivendica il diritto a non dichiararsi, a non farsi etichettare. E in fondo è coerente con il modo in cui ha sempre attraversato la scena pubblica italiana: abbastanza vicino al potere da frequentarlo, abbastanza diffidente da non volersi mai lasciare definire del tutto.

Ma il cuore vero dell’intervista resta quel racconto iraniano. Perché ha dentro una forza narrativa rara: è una storia personale che sfiora la geopolitica senza volerlo, una memoria privata che improvvisamente illumina un pezzo di storia internazionale. E fa impressione pensare che il primo “sequestrato italiano a Teheran”, almeno nella versione rivendicata dal cantante, non sia stato un diplomatico, un imprenditore, un giornalista o un tecnico. Ma Al Bano Carrisi, voce di Cellino San Marco, idolo popolare, simbolo di un’Italia melodica che un tempo riusciva a entrare perfino nei luoghi più improbabili con il solo peso delle sue canzoni.

Fa sorridere, certo. Ma fa anche riflettere. Perché dentro quell’episodio c’è l’anticipazione di molte cose. La fragilità delle tutele all’estero, l’ambiguità dei rapporti con regimi apparentemente solidi. Il modo in cui la politica e la religione possono travolgere perfino i territori che sembrano più innocui, come la musica e lo spettacolo. E c’è soprattutto il ritratto di un Iran che non era ancora quello che sarebbe diventato. Ma già mandava segnali a chi sapeva, o poteva, coglierli.

Al Bano oggi la racconta così, senza troppo filtrarla. Con il gusto del paradosso e la memoria di chi in quella città era stato prima portato in trionfo e poi chiuso in albergo. Una parabola quasi perfetta. Prima la gloria, poi il sospetto. Prima l’idolo, poi il prigioniero. E forse proprio per questo la storia funziona tanto: perché sembra assurda, ma dentro la sua assurdità racconta un mondo che stava già cambiando.