Allarme rosso a Palazzo Chigi: sul referendum la Meloni rischia la prima vera sconfitta politica

Premier Giorgia Meloni

La fotografia che arriva dai sondaggi questa volta non concede zone di comfort. Sul referendum confermativo della riforma della giustizia, la partita è apertissima e il margine di sicurezza che solo poche settimane fa sembrava garantire il governo si è assottigliato fino quasi a scomparire. Secondo il sondaggio SWG per il TgLa7, aggiornato al 9 febbraio 2026, il 38% degli elettori si dice orientato a votare Sì, confermando la riforma, mentre il 37% sceglierebbe il No. Una distanza di un solo punto percentuale che, di fatto, azzera qualsiasi previsione rassicurante.

Il dato più inquietante per Palazzo Chigi non è solo l’equilibrio tra i due fronti, ma la massa critica degli indecisi: il 25% dell’elettorato. Un quarto del corpo elettorale che non ha ancora scelto e che rende il risultato finale completamente aperto. È lì che si giocherà la partita vera, ed è lì che si concentrano ora le attenzioni, le pressioni e le strategie.

Il cambio di scenario è evidente se si guarda all’evoluzione delle rilevazioni nelle ultime settimane. Il 12 gennaio la distanza tra Sì e No era di circa 15 punti percentuali. Un vantaggio ampio, che lasciava pensare a un percorso relativamente lineare verso la conferma della riforma. Il 5 febbraio, secondo le rilevazioni commentate da Alessandra Ghisleri, il divario si era già ridotto a 4,4 punti. Oggi, a meno di un mese di distanza, la forbice si è chiusa del tutto. Un crollo verticale che segnala un clima politico in rapido mutamento.

Per Giorgia Meloni il referendum sulla giustizia non è una consultazione come le altre. È il primo vero test popolare diretto su una riforma bandiera del suo esecutivo. Non una legge ordinaria, non una manovra economica, ma un passaggio costituzionale che chiama direttamente gli elettori a pronunciarsi. In caso di bocciatura, la sconfitta non sarebbe solo tecnica, ma simbolica: la dimostrazione che il consenso elettorale che ha portato Fratelli d’Italia al governo non si trasferisce automaticamente sul terreno delle riforme istituzionali.

Il sondaggio SWG restituisce anche un quadro politico in movimento, che contribuisce a spiegare la tensione crescente. Fratelli d’Italia resta il primo partito con il 30,1%, ma registra un calo superiore a un punto percentuale rispetto alla settimana precedente. Un segnale che, pur non intaccando la leadership del partito, indica una fase di raffreddamento. In lieve flessione anche il Partito Democratico, al 22,2%, mentre il Movimento 5 Stelle scende all’11,7%, confermando una difficoltà strutturale a intercettare il malcontento in modo efficace.

All’interno del centrodestra, però, le dinamiche non sono omogenee. Forza Italia cresce e sale all’8,6%, mostrando una capacità di recupero che la riporta stabilmente sopra la soglia psicologica dell’8%. Al contrario, la Lega è in netto calo e scende al 6,6%, un dato che alimenta ulteriormente le tensioni interne alla coalizione e rafforza l’idea di un riequilibrio dei rapporti di forza. Stabile l’area di Verdi e Sinistra al 6,4%, mentre tra i partiti minori Azione si attesta al 3,1%, Italia Viva al 2,2% e +Europa cresce leggermente all’1,5%.

Un elemento che aggiunge complessità al quadro è l’ingresso di nuove forze nell’area di destra. Futuro Nazionale, il partito legato a Roberto Vannacci, debutta al 3,3% secondo SWG, ma con stime molto divergenti: YouTrend lo colloca al 4,2%, mentre la stessa Ghisleri lo vede all’1,6%. Una forbice che racconta l’incertezza su un soggetto politico ancora in fase di definizione, ma che potrebbe incidere soprattutto sul fronte del No o sugli indecisi, sottraendo consensi in modo asimmetrico.

Tornando al referendum, il dato politico centrale è che la riforma della giustizia non riesce più a imporsi come proposta “naturale” del governo. Il fronte del No ha evidentemente recuperato terreno, compattando pezzi di opposizione ma anche intercettando una parte di elettorato che, pur non ostile all’esecutivo, nutre dubbi sulla portata e sulle conseguenze della riforma. La giustizia, da sempre, è un terreno scivoloso: divide trasversalmente, sfugge alle appartenenze tradizionali e mobilita sensibilità molto diverse.

Per Meloni, la sfida è doppia. Da un lato deve convincere gli indecisi che il Sì rappresenta un passo avanti in termini di efficienza e garanzie; dall’altro deve evitare che il referendum si trasformi in un voto “contro” il governo. È il rischio classico di tutte le consultazioni confermative: quando il merito passa in secondo piano e la scheda diventa uno strumento di giudizio politico complessivo sull’esecutivo.

Il nervosismo che filtra da Palazzo Chigi nasce proprio da qui. Un conto è perdere qualche decimale nei sondaggi settimanali, un altro è affrontare la possibilità concreta di una bocciatura popolare su un dossier centrale. Sarebbe la prima vera sconfitta politica diretta per Meloni da quando è a Palazzo Chigi, e aprirebbe inevitabilmente una fase nuova, sia nei rapporti con la maggioranza sia nel confronto con le opposizioni.

Il calendario gioca un ruolo decisivo. Con il voto che si avvicina, ogni dichiarazione, ogni intervento mediatico, ogni presa di posizione dei leader rischia di pesare più del previsto. Il 25% di indecisi è una prateria contesa, ma anche un terreno instabile: può muoversi rapidamente, reagire a un errore di comunicazione o a un evento imprevisto. E in una campagna referendaria, gli scivoloni non sono rari.

Il dato di fondo, però, è politico e non statistico. Il referendum sulla giustizia non è più una formalità. È diventato un passaggio critico, un banco di prova che misura non solo il consenso della riforma, ma la capacità del governo di tenere unito il proprio elettorato e di parlare a un Paese più diviso di quanto apparisse solo poche settimane fa. Per Giorgia Meloni, abituata finora a controllare l’agenda e i tempi del confronto, è una novità tutt’altro che secondaria.

Da qui l’allarme rosso. Non gridato, non ufficializzato, ma palpabile. Perché quando Sì e No sono separati da un soffio e un elettore su quattro non ha ancora deciso, la politica smette di fare calcoli e torna a fare campagna. E ogni risultato, a questo punto, è davvero possibile.